Piccole borgate cariche di storia e vita trasformate in eleganti dormitori o luoghi pieni di inquietanti presenze “produttive”

Prosegue la storia delle nostre frazioni attraverso Le Mose, Roncaglia e Mucinasso e Gerbido

Il polo logistico a Le Mose

Contrariamente a quanto sostenuto da Rousseau che la migliore abitudine è il non contrarne alcuna, tutte le Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi trent’anni, forse anche più, sono state caratterizzate, come già precedentemente scritto, dalla classica verità, non scritta, né pensata, ma realizzata: promesse prima delle consultazioni, latitanza dopo l’insediamento. 

Quanto scritto finora sulle frazioni piacentine è semplicemente un’epitome. Non una trattazione completa sulla realtà socio-economica delle borgate, né tanto meno vuole essere un dettagliato atlante storico-geografico. È un compendio di ciò che si è letto, ma soprattutto di ciò che si è visto, avendo vissuto in alcune frazioni come residente, visitandone altre come curioso di questa nostra Città. Queste riflessioni sulle frazioni sono come intervento giornalistico anche troppo lunghe e dettagliate, troppo brevi per essere una esposizione esaustiva, sono tutt’al più un compendio che indica al forestiero (ed all’autoctono), quali e quante sono le frazioni di piacenza e qual è la loro caratteristica collocazione sul territorio. Il tutto è stato shakerato con qualche notizia sulla loro genesi storica e sullo sviluppo abitativo. Perché se è vero che lo spazio urbano è il risultato di una stratificazione storica, è anche vero che la pianificazione urbanistica ne qualifica la disposizione abitativa. E la pianificazione urbanistica è stata determinata da una volontà politico-amministrativa che non sempre ha tenuto conto delle esigenze delle periferie. 

Molti terreni agricoli delle periferie sono stati trasformati negli anni in aree edificabili, con considerevole movimentazione finanziaria (costi dei terreni, costi di fabbricazione, costi di urbanizzazione). Si sono così realizzati nuovi isolati agglomerati urbani a ridosso delle già isolate frazioni. Le piccole borgate, cariche di storia e di vita, avevano storicamente svolto una funzione precisa e rappresentato soluzioni ai problemi di una collettività preminentemente agricola ed artigianale. La nuova e rilevante presenza umana ed industriale, negli ultimi decenni del secolo scorso, ne stravolgevano la struttura abitativa e sociale, nuove frazioni si accostavano a quelle già esistenti, contemporaneamente imponenti attività industriali si inserivano nel già variegato tessuto extraurbano. 

Ogni frazione aveva un centro, una chiesa, dei negozi, delle scuole, erano tante comunità autosufficienti, tanti piccoli realtà paesane. Poi si affermò il principio che continuare ad avere tanti centri non andava bene perché erano realtà vetuste e dispendiose, realtà antistoriche da modernizzare. Lo slogan “Tanti centri, una città” divenne: tante periferie un solo centro, quello storico, il centro storico della città! Le frazioni allora vennero svuotate e private di tutte quelle strutture che le rendevano realtà vive ed autonome e trasformate in eleganti dormitori o luoghi da ingolfare con inquietanti presenze “produttive”. La città che dopo gli anni sessanta aveva voltato le spalle al fiume più maestoso d’Italia, voltava ora le spalle al suo passato: le frazioni anziché divenire parte integrante ed effettiva della città, venivano emarginate, diventavano aree funzionali a fornire ricchezza per la produzione industriale prima, aree per capannoni della logistica poi. Un’area, ad esempio come Le Mose,centro abitato più di seimila e cinquecento anni fa, ingabbiava o cancellava la propria peculiarità storico-monumentale (dai luogo di culto, alle testimonianze archeologiche, dalle cascine alle residenze signorili) per divenire un’anonima area di capannoni prefabbricati privo persino di qualsiasi punto vendita delle stesse attività commerciali: “a Piacenza non ci sono negozi Ikea” (così riporta il sito ufficiale della catena svedese e così è, anche se rimane il più grande centro europeo di smistamento della stessa holding!). La superfice occupata supera quella di tanti Comuni della nostra Provincia. Non credo che la ricaduta in termini economici sulla collettività sia superiore ai costi che la stessa deve sopportare per traffico, inquinamento, degrado ambientale. Non mi risulta ci siano nella stessa frazione giardini, parchi, verde ed illuminazione, decentramento dei servizi, l’insieme di quelle strutture che tendono a migliorare la qualità della vita e ricompensare in qualche modo dei disagi patiti dai residenti. Anzi, ogni tanto, come una spada di Damocle sulla testa degli abitanti di altre frazioni attigue, come ad esempio Roncaglia, si affaccia la minaccia dell’estensione dell’area preposta alla logistica. La logistica era stata presentata una prima volta come un’occasione imperdibile di crescita per tutta la Città, un polo di alta tecnologia e di ricerca specialistica che avrebbe dovuto porre al centro una crescita costante delle nostre strutture scolastiche e universitarie. 

Come il sistema politico inglese che nonostante l’alternanza tra conservatori e liberali ha comunque mantenuto nel tempo la stessa politica economica interna e la stessa politica estera espansionistica, così è avvenuto nel tempo con le nostre amministrazioni cittadine: ad una iniziale presa di distanza dell’opposizione, seguiva poi nella realtà, quando raggiungevano la maggioranza, il proseguimento della stessa politica territoriale delle forze che erano già state, prima di loro, al governo della città: è avvenuto con Borgo Faxhall, con la logistica, come per la politica nei riguardi delle frazioni. 

Ad onor del vero, gli incontri, prima come candidati e poi come sindaci, da parte degli amministratori della Città, ci sono sempre stati. Ad inizio millennio nelle “prime dieci cose importanti da fare” ci doveva essere anche la soluzione dei problemi delle frazioni. Oggi si attendono fatti concreti come riscontro a “subito delle risposte” di chi, per ultimo, ha programmato un mese di incontri con le borgate. Di libri se ne sarebbero potuti scrivere tanti quanti sono state le tornate elettorali per l’elezione del Sindaco a Piacenza. Tanti incontri che avrebbero comunque evidenziato sempre le stesse cose: mancanza di piste pedonali e ciclabili, cioè collegamenti sicuri per poter raggiungere il resto della città; mancanza di luoghi di aggregazione per giovani ed anziani, pur non mancando in loco edifici pubblici lasciati chiusi o abbandonati all’incuria; mancanza di giardini, parchi, aree verdi. Uniche frazioni ad avere una struttura scolastica pubblica funzionante sono Gerbidocon la sua scuola materna circondata dal verde e Mucinasso che ha avuto un glorioso passato di sperimentazione pedagogica. Dovrebbe essere un dato logico che ogni frazione avesse un Ufficio Postale o comunque un Terminale Finanziario, invece a noi sembra paradossale che una delle più piccole frazioni Gerbido, oltre ad avere una scuola possa avere anche un ufficio Postale (anche se aperto a giorni alterni). La soluzione potrebbe essere l’istituzione di un Ufficio Postale Mobile, che potesse una volta a settimana, garantire presenza e servizi, ad ogni frazione. Di Paradossi le frazioni ne possono sfoggiare tanti, trattasi purtroppo di contraddizioni reali, non filosofiche come i famosi paradossi di Zenone, conosciuti da ogni studente liceale.

L’unica richiesta che negli anni era stata avanzata dagli abitanti di Gerbido, era stata di attrezzare una piccola area verde, già disponibile nel centro della frazione, naturalmente non ha avuto seguito.
(Segue)

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