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Poche cose con chiari indirizzi da prendere subito

Parlare del “dopo” può essere fruttuoso per due motivi. Primo, per spezzare questo clima di ansia che incombe; secondo per guardare oltre e programmare il futuro, scavalcare l'ostacolo

Disarmati. Disarmati e soli. Questa è la prima sensazione di questi tempi amari. Parlare di futuro sembra quasi indelicato e inopportuno. Nel momento in cui siamo più provati e avremmo maggior bisogno di stare insieme e più vicini, pare che un’ombra invisibile ci allontani e ci divida. Con queste premesse parlare del “dopo” può essere fruttuoso per due motivi. Primo, per spezzare questo clima di ansia che incombe; secondo per guardare oltre e programmare il futuro, scavalcare l'ostacolo.

Parlarne, per alcuni commentatori più avvertiti, sarebbe utile anche per mettere in grado l’opinione pubblica di riflettere sulle condizioni economico sociali da cui siamo partiti e in quali condizioni presumibilmente ci verremo a trovare. Non ho le competenze per addentrarmi nelle singole proposte, ma da quello che ho potuto rilevare, dagli interventi più chiari ai dibattiti più infuocati a cui tutti noi abbiamo Eduardo Paradiso-2assistito per fame di sapere, è emersa un'impetuosa richiesta da parte di tutte le categorie produttive e sociali: poche cose e chiari indirizzi da prendere subito. Subito. Pena un crollo senza freni nel momento in cui si uscirà, perché si uscirà, da questo assurdo incubo.

Vado per argomenti senza commenti. Fatta salva la salute nella sicurezza e il dovere della comunità Stato di aiutare i suoi cittadini, la prima cosa che emerge con forza a gran voce riguarda lo snellimento di una burocrazia che definirei ancora borbonica (meglio, piemontese). Ognuno di voi mi potrebbe fare almeno un esempio sull'argomento. Poi, vi siete accorti che in campo medico i migliori ricercatori all'estero sono italiani e sono donne? Dunque, il secondo punto da affrontare sono la ricerca e le donne. Sul fronte ricerca si ricordi il valore delle esperienze che tanti nostri ragazzi stanno sperimentando in giro per il mondo e che non riescono a lavorare ed arricchire il nostro Paese; per quanto riguarda la questione di genere si pensi invece alla difficoltà da parte delle ragazze e delle donne in generale a raggiungere posizioni apicali a parità di meriti. Si veda solo l'altro ieri nell'ultima tornata di nomine pesanti fatte dal Governo.

Ancora, avete notato dove sono stati isolati i primi virus covid 19 e sperimentate le prime cure alternative in Italia? A Roma e a Napoli, in un sud dove la sanità, per una colpevole molteplicità di fattori interni ed esterni, è stata quasi abbandonata a sé stessa, desertificata, per essere educati. Infine la digitalizzazione, dove digitalizzare non significa solo dematerializzare un documento da cartaceo a digitale sul nostro computer, ma pensare (bella prova!) un modello organizzativo in grado di gestire in modo integrato ed efficace diverse attività, Considerate solo quanti uffici della Pubblica Amministrazione coinvolge la semplice richiesta di un permesso. E fermiamoci qui. Questo il fronte pubblico da arricchire con le vostre esperienze.

LO SCENARIO INTERNAZIONALE

Il quadro cui vorrei ora accennare brevemente è la situazione esterna dell'Italia. Scenario complessivo talvolta male evidenziato e sempre poco trattato dalla stampa nazionale e locale considerata la congenita fobia italica di guardarsi sempre e solo il proprio ombelico o, gaudente sforzo, guardare al massimo quello del vicino. Dunque, la prova è: come si rapporta il nostro Paese con gli altri Stati? L’Italia ha oggi una politica estera? Per tanti, troppi anni l'Italia non ha avuto una sua politica estera. Parliamo solo dell'Italia repubblicana; andare indietro all'Unità sarebbe un utile esercizio di conoscenza con cui la maggior parte di noi non amerebbe confrontarsi. Ci basti solo quanto scritto da Sergio Romano editorialista del Corriere della Sera ed ex ambasciatore nel delineare i tratti distintivi dell’“enigma” Italia nel mondo: “Gli stretti legami con la politica interna e l’endemica tendenza al trasformismo e al compromesso è caratterizzata dal costante equilibrismo tra le proprie esigenze domestiche e gli imperativi dell’alleato più importante. L’ansia di sedere al tavolo dove si prendono le decisioni più significative e il desiderio di sfuggire alle responsabilità che ne derivano, come è avvenuto e continua ad avvenire nel difficile percorso verso l’integrazione europea”. 

Veniamo a oggi. L’Italia si sta concentrando sullo sforzo di far sopravvivere il proprio sistema. Ma ci sono diverse linee di crisi che incrociano il nostro Paese e che possono preludere a sconvolgimenti più ampi nel sistema internazionale. Disordini direttamente causati da questo shock economico profondo e simultaneo in tutti i Paesi del mondo.  Gli USA hanno abbandonato ormai l’Europa e l’Italia. E se il nostro Paese costituiva per l’Occidente la linea di demarcazione della Guerra Fredda, rimane ancora oggi un’area strategica.  Una portaerei nel Mediterraneo oggetto di appetiti di diversa natura, Russia e Cina in primis. La prima è interessata alla possibilità di costruire una base a Tobruk – nel cuore di Mare Nostrum - di fronte alle nostre coste e potenzialmente in grado di interferire direttamente sulle nostri fonti di approvvigionamento in Libia; in più, alla voce Russia c’è la variabile turca. Su fronti avversi in Siria, Mosca e Ankara sono alleati per la spartizione del Mediterraneo. Piccolo particolare: la Turchia è parte essenziale della Nato e ha in mano il vigliacco ricatto dei profughi siriani. Con questi scenari, se la Russia stava cercando di forzare i tempi e le occasioni di un intervento in Libia, la sua azione è stata rallentata per la comparsa della pandemia interna. La Cina, invece, conferma il suo occhio secolare. Lentamente ma inesorabilmente sta potenziando la Nuova Via della Seta preparandosi ad investire in modo significativo sui porti di Trieste, Genova e Palermo dopo aver acquisito nel 2016 il 51% del porto del Pireo in Grecia.

Sulla nuova via della seta, solo noi italiani, anche grazie alle strampalaggini di effimere maggioranze parlamentari, decliniamo “Belt and Road Initiative” (Una Cintura e una Via) in termini sentimentali. Dovremmo, al contrario, ricordare che la via della seta è un imponente progetto di investimenti intercontinentali studiato per dispiegarsi lungo due direttrici: una “cintura” economica terrestre composta da sei corridoi e una “via marittima”. La via del mare è organizzata per attraversare l’Oceano indiano e risalire il canale di Suez. Nel mediterraneo tocca il possedimento del Pireo, porto di Atene, e, risalendo l'Italia da est, raggiunge Trieste per ricongiungersi via terra con i sentieri terrestri incuneati nei Paesi Visegrad. A tenaglia, un'altra direttrice via mare passa ad ovest nel tirreno toccando (l'idea è comprarlo) il porto di Palermo per arrivare fino a quello di Genova. A ciò si aggiunga la strategia diplomatica nei Balcani in funzione anti-Ue realizzata finora attraverso forti investimenti infrastrutturali basati sui prestiti in paesi a corto di liquidità. Senza parlare dell'intervento finanziario in Africa. Queste le variabili esterne. Poi c’è l’Europa. Dove la solidarietà dovrebbe essere uno dei pilastri fondamentali del sistema. Vedremo come andrà a finire. Non male se queste sono solo accenni alle grandi sfide su cui l’Italia dovrà necessariamente ragionare. Qualcuno durante la seconda guerra mondiale disse di "non sprecare le tragedie". Bene, questo tempo avverso è cinicamente favorevole alla ricerca di soluzioni, ma un'azione intrepida richiede competenze, esperienza e umile audacia. Le abbiamo in Italia? E in Europa? Cerchiamo di pensarci per tempo.

Eduardo Paradiso

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