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«Prendo un podere a Tollara, voglio diventare un montanaro»

L’allenatore e formatore Fabrizio Busa, 38 anni, è tra i piacentini che si sono visti accogliere la domanda dalla Regione per abitare in Appennino. Da Piacenza intende trasferirsi a Tollara di Bettola per fare l'agricoltore

«Avevo letto, proprio su “IlPiacenza.it”, l’esistenza di questo bando. Era un pensiero che avevo in testa da molto tempo, così ho deciso di provarci». Fabrizio Busa, 38 anni, da Piacenza si sta trasferendo a Tollara di Bettola, è uno dei 42 piacentini (alcune sono famiglie) che si sono visti accogliere dalla Regione Emilia-Romagna la domanda per acquistare o ristrutturare la prima casa in montagna. Si tratta di uno speciale bando dedicato agli under 40 partito nel 2020 per aiutare il ripopolamento dell’Appennino emiliano.

Busa, allenatore di pallacanestro, di minibasket ed educatore da vent’anni, ha seguito nel corso della sua professione un migliaio di giovanissimi del nostro territorio, in particolare della Valnure. «Da più di dieci anni lavoro per la società Virtus, che ha base a Pontedellolio. L’attività che sto svolgendo con i ragazzini della Virtus Pontedellolio mi proiettava già per molto tempo in Valnure, portando avanti progetti con le scuole da Podenzano fino a Ferriere. È un territorio che, in parte, già conoscevo un po’, anche perché uno dei miei nonni era di Costa di Ferriere. Questa vallata è speciale: tra passeggiate e giri d’estate è un piacere passare il tempo qui. Insomma, era un pensiero ricorrente quello di venire a vivere in montagna e non frequentarla solo sporadicamente».

Come ha scelto Tollara? «Volevo provare a stare in montagna, ma non essere troppo distante dai capoluoghi della Valnure e dalla città. Il bettolese è una via di mezzo e questo posto che ho trovato è isolato, per questo mi sono interessato. Prima ho preso in affitto il podere con l’intenzione di sistemarlo, poi è seguita la voglia di acquistare e ristrutturare». Fabrizio ha fatto un passo successivo. Non solo una casetta in cui vivere: vorrebbe far nascere anche un’attività agricola. «Non è solo una questione di residenza, ma anche di far qualcosa con le mie mani. Da tempo vorrei riconoscere di più i ritmi della natura, mi accorgo di essere ignorante, pur conoscendo la cultura rurale e agraria, c’è ancora tantissimo da imparare».

Nel corso dei prossimi anni intende quindi dedicarsi un po’ meno al basket e più alla terra. «Continuerò a fare l’allenatore e l’educatore, ma intendo mettere giù un frutteto. Non voglio fare il passo più lungo della gamba. L’allevamento sarebbe una bella cosa, ma prima devo imparare tante cose. Partirò da questo».

Il bando della Regione è rigoroso. «Sia chiaro – puntualizza il piacentino - prima i soldi ce li dobbiamo mettere noi. Poi la Regione rimborsa se vede che abbiamo fatto le cose in regola. La mia intenzione è quella di ristrutturare un immobile di questo podere». Non sarà una cosa semplice ridare vita a questo luogo. Gli amici e i conoscenti tiFabrizio Busa-2 hanno messo in guardia? «Sono conscio che sarà un’esperienza faticosa – risponde lui - me ne accorgo ogni giorno di più. Però è una scelta, consapevole, ponderata».

Chi gli sta vendendo il podere gli insegna anche a fare diversi lavori che non conosceva. «Vorrei integrarmi anche nel tessuto sociale della zona – aggiunge Fabrizio - conoscere la gente che abita da queste parti. Voglio diventare “un montanaro” al cento per cento e partecipare, ad esempio, al Cantamaggio, che seguivo anni fa con ammirazione a Marsaglia».

Se si ferma a riflettere sulla situazione della sua attività professionale, Busa è perplesso. «A mio giudizio lo sport giovanile – osserva - poteva e doveva proseguire. Non avrei voluti abbandonare i bambini, ma non potendo svolgere il mio lavoro di educatore sul posto, fisicamente, mi sento sconfortato. Credo poco nell’attività a distanza. E non si può obbligare un bambino a fare sport a due metri di distanza da un coetaneo. Queste limitazioni, per loro, le trovo esagerate. Non mi andava di fare “l’agente di polizia” durante l’allenamento, sono solo un allenatore e formatore».

Pensandoci su, proprio quelli che abitano in città sono i più penalizzati. «Mi auguro che i miei bambini riescano a fare il più possibile attività fisica per loro conto». Prima dell’avvento della pandemia, intanto, il basket stava facendo breccia nel cuore di tanti giovanissimi. «Avevamo tanti bambini in tutti i paesi. Perfino 13 bambini a Ferriere. Ogni comune della Valnure aveva il suo centro minibasket. Speriamo di riprendere».

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