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Martedì, 28 Maggio 2024
Attualità Mortizza

Quando Mortizza e San Rocco vennero sommerse dalla piena del Po del ‘17

Dal cassetto dei ricordi: un’altra piena storica del grande fiume creò problemi e disagi ai piacentini

Era la fine di maggio e il Grande Fiume mostrò la sua forza con una poderosa piena che interessò buona parte del territorio piacentino. Era anche il tempo della Prima guerra mondiale: appena venti giorni prima si era verificato il clamoroso evento dei tre piccoli veggenti di Fatima in Portogallo, e anche il Po in quel 1917 si era fatto vedere con una piena “storica”.

Si superò la misura della piena tragica di Piacenza del 1907, ma la città era al sicuro per i suoi nuovi buoni argini che da quel tempo furono alzati e rinforzati, non uguale sorte toccò al suburbio. L’ondata alluvionale si compose di due momenti di piena estremamente ravvicinate, la prima negli ultimi giorni di maggio e la seconda nella prima decade di giugno. La seconda ondata quindi fu più terribile della prima, anche perché trovò i terreni già impregnati di acqua.

Il paese di San Rocco venne evacuato e stessa sorte subì la popolazione di Mortizza: il Genio Civile aveva uomini in allerta giorno e notte perché si prevedevano rotture negli argini per il fatto che le acque avevano raggiunto un colmo storico. Si toccarono quasi i 9 metri, circa 20 centimetri in più di dieci anni prima. Le campagne rivierasche delle due sponde avevano falle arginali, si inviarono soldati, operai e materiali a San Rocco, a Mortizza e Roncarolo ed anche in città “bassa” ci furono non pochi casi di allagamento.

La linea ferroviaria per Alessandria era interrotta ed ugualmente la strada lombarda che venne completamente ricoperta d’acqua e chiusa al transito. L’argine di San Rocco si era rotto, la gente scappava: le acque invasero le case e si videro galleggiare indumenti, oggetti di casa, masserizie varie trasportate dall’impetuosità e dalla forza di quella gran massa di acqua.

A Mortizza il Prefetto mandò oltre cento soldati con attrezzatura, si temeva anche qui la rottura dell’argine maestro, donne, vecchi, bambini vennero portati via, mentre gli uomini rimasero a dar man forte. A Roncarolo l’argine si spaccò ed il paese finì completamente allagato e sommerso ed uguale sorte subì la frazione di Gerbido, tutta la parte al nord-est della città stava subendo questa piena con i suoi nefasti effetti.

Con l'argine spezzato a San Rocco “il rigurgito delle acque invase il paesello” e quei pochi rimasti dovettero letteralmente scappare ma per fortuna “solo una vecchia rimase bloccata e fu recuperata dai pontieri che arrivarono con un grosso barcone ed ora il paese è deserto”. Anche la popolazione di Mortizza era accampata alla bene meglio all’aperto “col bestiame riunito in una sola mandria” pronto per esser trasportato via se necessario con disagi non indifferenti.

Ma si segnalavano allagamenti anche al nord-ovest: l’acqua aveva invaso tutta la campagna coltivata di Calendasco e si era spinta fino a Boscone, il sindaco del paese aveva chiesto soccorsi. Anche le campagne prossime a Sant’Antonio a Trebbia erano ormai allagate per l’ingrossamento del fiume Trebbia che non poteva più riversare le acque nel Po stragonfio. A Case di Rocco il Genio Pontieri con un grande barcone si occupava di far attraversare il fiume Trebbia a chi ne avesse avuta seria necessità.

Si raccontava che “il nostro Po dal ponte presenta uno spettacolo imponente e terrificante”. Intanto nel giorno successivo allagamenti importanti si erano verificati anche a Cotrebbia (Nuova), Camposanto Vecchio di Borgotrebbia, alla Barattiera tra Boscone ed il Veratto di Santimento. La tanta gente inerme può solo aspettare, sperando che gli argini reggano, che il tempo migliori e che l’acqua finalmente scorra via a valle.

A San Rocco e Mortizza furono quindi evacuati vecchi, malati, donne e bambini che “giunsero a Piacenza in doloroso pellegrinaggio” ed il sindaco organizzò l’alloggio di questi temporanei profughi. Soldati furono mandati dove l’argine di golena aveva rotto a Calendasco, ma pure a Valera ed alla Barattiera. Oltre 200 ulteriori soldati inviò l’Artiglieria dell'esercito per dar man forte nell’opera di rafforzamento degli argini nei paesi di Roncarolo, Gerbido, Roncaglia, Caorso e Monticelli d’Ongina.

Un vero e proprio bollettino di devastazione che per diversi giorni tenne col fiato sospeso buona parte delle genti della bassa piacentina. I danni furono enormi, dai resoconto della cronaca si stimava che “tutto è perduto, tutti i seminati, con il frumento completamente sommerso e non si potrà fare una seconda semina di nessun tipo di prodotto”.

Finalmente la piena andò calando, ma rimaneva molta acqua nei terreni di Roncarolo e Zerbio che erano completamente sommersi “con danno immenso” ed in parte finì allagato anche il luogo di Fossadello.  Le linee ferroviarie per Milano ed Alessandria furono ripristinate e riaperte alla circolazione dei treni. Si segnalava che il Po sebbene era in decrescita, nella sua veloce corrente trasportava tronchi, alberi interi e qualche “casotto di legno segno evidente dei gravi danni arrecati”.

E dopo non pochi giorni, quando le falle che si erano aperte negli argini furono chiuse, finalmente l’acqua che ricopriva i terreni iniziò a defluire, rimaneva solo il danno grave subito da abitazioni, cascine agricole e ovviamente dalle colture andate in rovina. Lentamente si tornò alla vita di tutti i giorni, e lentamente aveva ripreso a scorrere il lungo serpentone del Po, che tornò ad esser solcato da barcaioli e pescatori.

Questa è la cronaca precisa di oltre un secolo fa di una fra le tante impetuose piene del Grande Fiume, e tante altre ne seguirono negli anni a venire, fino a quella più recente e importante dell’anno 2000. E se questi fatti di cronaca padana d’alluvione, oggi sono perfettamente l’opposto di quello che stiamo vivendo con l’attuale secca di portata storica. Come scriveva Giovannino Guareschi “Dunque il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo perché è l'unico fiume rispettabile che esista in Italia”. Nel bene e nel male.

Umberto Battini

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