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Quanti erano i porti piacentini operativi secondo l’antico censimento

È stata una terra di fiume, quella piacentina, per molti secoli. Lo testimoniano centinaia di atti pubblici d’Archivio di Stato e decine di mappe topografiche

È stata una terra di fiume, quella piacentina, per molti secoli. Lo testimoniano centinaia di atti pubblici d’Archivio di Stato e decine di mappe topografiche. Siamo andati allora a sbirciare tra i documenti e le mappe per comprendere nel dettaglio nomi, luoghi e storia dei porti dell’asta del Grande Fiume del nostro territorio tra XIII e XIX secolo.

Per cominciare andiamo a leggere della delimitazione dei confini del Po nel tratto piacentino e che era sottoposto ai dazieri. Stiamo parlando di documenti dell’epoca della dominazione milanese su Piacenza, per mano di “Iohannem Galeaz Vicecomitem” (Giovan Galeazzo Visconti), anno 1477. Ma attenzione: i confini si rifanno agli antichi Statuti locali “Confines Padi pro Placentia. Reperitur in statutis Communis Placentie”.

Nella parte superiore di Po (a monte) si inizia citando il luogo di Monticelli Piacentino “usque Parpanensem” e cioè per capirci: dall’ansa del Boscone Cusani di Calendasco fino a Parpanese appena oltre Castel San Giovanni. Mentre il confine più ad est del Po di diritto piacentino arrivava “usque Castrum Novum Bucis Abdue” (Castel Nuovo bocca d’Adda) dirimpetto a Monticelli d’Ongina e poi iniziava il Cremonese.

La certificazione è del “Commissarius generalis super portibus Padi” e datata 10 dicembre 1477 redatta in Milano (Mediolani) e per quel tratto riguarda appunto sponda di Po destra e sinistra e relativi luoghi d’amministrazione locali.

Sono decine i porti sul fiume elencati nel censimento con relativi nomi degli ufficiali per riscuotere il dazio e “portonarii”, ma ovviamente ci atteniamo a quelli del tratto piacentino. E come vedremo, dal medioevo a tutto il 1800 alcuni porti rimarranno attivissimi e molti altri se ne aggiungeranno.

Troviamo quindi il “Portus Parpanesii... Portus Monticellorum... (Monticelli Piacentino dove oggi il Porticciolo delle Gabbiane) Portus Chignoli ibi Bucca Lambri (a foce Lambro)... Portus Placentie (il porto chiamato alla Romea a Porta Borghetto)...”.

Si prosegue con il “Portus Cornu Veteris (Corno Vecchio che è sopra a Caselle Landi posta invece sul Po)... Portus Castrinovi Bucce Abdue (tra Monticelli d’Ongina e San Nazzaro)... Portus Olzie (Olza della bassa piacentina vicino alle Fogarole che è a valle di pochissimo da Monticelli d’Ongina ed al limite del territorio cremonese)”.

Va da sé che già nel medioevo d’epoca longobarda e secoli successivi sappiamo dei porti di Soprarivo di Calendasco (Super rivum) e di Roncarolo di Caorso. Il francigeno "Guado di Sigerico" a Soprarivo dai primi decenni del 1400 è dato in affitto dal Comune di Piacenza: la carta in Archivio di Stato di Milano attesta del porto con annessa locanda.

Esiste una convenzione per navigare il Po dei Ferraresi con i piacentini del 1181 e concessioni ancora più “vetere” tra Piacenza ed i comacchiesi (per via del commercio di sale) d’epoca longobarda, parliamo addirittura del 715.

E Piacenza nel pieno medioevo ebbe non poche grane con il monastero benedettino bresciano di Santa Giulia, che era proprietario del porto cittadino, al punto che il Comune versava un cospicuo affitto e nel Registrum Magnum piacentino si trova parte della ricca documentazione.

Ad est della città era il “Portus Portatorium” del Vescovo mentre ad ovest il “Portus Lambrum et Placentia” alla foce del fiume Lambro, ed ancora fino al ’400 era lì l’impensabile Porto di Milano (con il Lambro navigabile).

Dalle mappe e dai documenti di dazio, scopriamo della evoluzione dei porti sul Grande Fiume anche nel ’700 e ’800: tra questi il porto a Parpanese, poi Pievetta con Bosco Tosca a Castel San Giovanni, il porto a Veratto (Cainfango), alle Gabbiane, quello di Corte S. Andrea e di Soprarivo di Calendasco (da metà del 1400 dato in fitto dal Comune di Piacenza ad un lodigiano).

Rimane attivissimo il Porto del Botto tra il Mezzano e Bosco di Calendasco, quindi il porto al Gargatano di Somaglia sul lato ovest dell’ansa, uno anche alla Raganella del borgo di Calendasco. Conosciamo dell’antico porto di Cotrebbia (vecchia) con sbocco a Valloria di Guardamiglio, quindi il porto “alla Romea” di Piacenza ed anche successivamente uno di barche praticamente dove è il ponte attuale.

Tra le Gabbiane e Boscone Cusani i porti nel 1800 erano due: quello per “Cavalli” o carri carichi di merci e quello “per pedoni” e poco a valle dell’ansa due porti dello stesso tenore chiamati “di Corte Sant’Andrea” (Sce Andrea citata da Sigerico nel 990 nel Diario francigeno) e che attraccavano sul lato est dello stesso Boscone.

Un porto era alla Mortizza piacentina ancora ben attivo nel tardo ’800 ma in città era segnato il luogo di Carossa che immetteva al ponte di barche seguendo ancora “un vecchio tronco di strada romana”. L’approdo di Caselle Landi era detto “del Canadello” mentre a valle ormai al confine cremonese, l’approdo era il “Porto del Pompino” dalle parti di Monticelli d’Ongina con sbocco al torrente Chiavenna e che in sponda lombarda puntava su Castelnuovo Bocca d’Adda.

Non scordiamo che almeno dal 1600 il porto di Piacenza e tutto l’alveo ducale veniva affittato e colui che ne aveva la gestione, di diritto si occupava anche di tutti i punti d’attracco del territorio, mettendo a servizio e riscossione propri uomini stipendiati.

Insomma erano ampiamente più di una decina i luoghi di traghetto, attracco e approdo sul Grande Fiume, dove come sappiamo, tutto era legato ad un balzello da versare.

È una terra di passo di fiume non indifferente quella piacentina, che ha una tradizione lavorativa, economica, sociale e umana storica per nulla indifferente ma tant’è, ad oggi sembra una memoria solo obsoleta.

Il Po rimane “vivo” purtroppo solo in polverosi incartamenti e in precise colorate mappe storiche, disegnate da ingegneri topografi già dalla metà del ’500 e che sono uno spaccato di inoppugnabile vitalità dell’alveo piacentino.

La storia locale del Grande Fiume rimane una cosa per pochi, la massa s’accontenta di buttare l’occhio disattento, quando sfreccia veloce in auto sui ponti di passo.

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