Quasi duecento persone al convegno "La pianta della vita: la cannabis"

Il convegno

Ha visto la partecipazione di circa duecento persone il convegno La pianta della vita: la cannabis. Organizzato dal comitato Cannabis e Cultura con la collaborazione dell'associazione Freeweed, si è svolto alla Camera del lavoro in via XXIV maggio. L'incontro, creato anche in risposta al precedente La cannabis, l'erba della morte, ha toccato i vari ambiti di impiego della canapa. Hanno portato il loro contributo Carlo Monaco dell'Associazione Canapa Caffè, paziente in cura con la cannabis, Andrea Schiavi dell'azienda agricola Piantadoro e Roberto Bonelli gestore del grow shop new energy, il medico chirurgo Marco De Rosa, Giuseppe Gallenti, storico attivista del movimento e ancora il Simone Fagherazzi fino ad arrivare a Lisa Gandini, vicepresidente dell'associazione FreeWeed. 

«Il titolo di questo incontro è stato ispirato dalle ultime ricerche sulla cannabis e la sua attività di neuroprotezione e dalla scoperta che il Thc, la sua molecola principale, sarebbe l'unica sostanza conosciuta in grado di rigenerare le cellule dell'ippocampo negli animali, con prove in corso sull'uomo; non si tratta dunque di una provocazione, ma di una chiave di lettura scientifica che vogliamo dare al tema, partendo dall'informazione corretta, insieme ad esperti ed alle associazioni della società civile», ha spiegato, introducento il convegno Stefano Armanasco, presidente dell'associazione Freeweed. 

«Oggi la cannabis è soprattutto una questione economica, purtroppo, dalla quale dobbiamo difenderci partendo dai diritti basilari che altrimenti lo sviluppo del mercato non garantirebbe automaticamente. L'apertura in Italia al controllo farmaceutico ha dato e darà certamente floride prospettive per eventuali investitori, come dimostrato dal mercato medico basato però sul concetto di farmacoligopolio, dove la coltivazione è relegata ad aziende autorizzate dal ministero come l'Istituto di Firenze o aziende estere, ed in futuro chissà anche italiane, e la distribuzione nelle mani esclusive delle farmacie, creando appunto un mercato perfetto avente come scusante la copertura terapeutica, però lasciando punibile il paziente che volesse replicare lo stesso prodotto, se non migliore, tramite una piccola coltivazione domestica, facendolo ricadere nella legge 309/90, il testo unico sugli stupefacenti. Allo stesso modo, seppur con qualche lieve differenza, è trattato solo a livello economico il settore  industriale, dove la legge 242/16 lascia ancora esposto il consumatore ad eventuali ripercussioni qualora usi il fiore o persino lo separi solo dalla confezione, ed ha portato anche a punire alcuni negozianti, trascinandoli nelle maglie della 309/90, a volte per induzione a violare la normativa, altre per detenzione non autorizzata».

«Se si vuole migliorare bisogna dunque affrontare la situazione normativa dalla base, ragionando - ha proseguito - per cambiare il testo unico sugli stupefacenti, legge che ci accomuna e penalizza tutti, spostando l'attenzione sui diritti, partendo dalla coltivazione personale e dalla tutela del consumatore, per poi aprirsi a garantire il mercato, e non viceversa, altrimenti gli effetti negativi sono quelli che abbiamo sotto gli occhi tutti, con passi che più che avanti sembrano essere "di lato". E' inconcepibile nel 2018 essere ancora soggetti ad una legge del '90, varata in un clima sociale completamente differente rispetto a quello odierno: I diritti dei consumatori non possono essere più negati».

«In Italia infatti se si acquista Cannabis, per qualunque uso, dal mercato nero alimentandolo, si è sanzionabili solo amministrativamente mentre se si coltiva per uso personale contrastando la criminalità, si viene sanzionati penalmente rischiando fino a 6 anni di reclusione; questa legge incita il consumatore a rivolgersi al mercato nero, favorendo le narcomafie, creando un paradosso sociale incomprensibile e la conseguente paura di un procedimento penale spinge oltre 5 milioni di consumatori sul mercato illegale, alimentando un business da decine di miliardi l’anno, che secondo le relazioni europee rappresenta la quota più ampia del traffico illecito. Sono comunque migliaia i cittadini che decidono di coltivare per soddisfare il proprio fabbisogno senza rivolgersi alle narcomafie, dai pazienti che ne fanno uso per le proprie patologie abbandonati senza terapia ai semplici  consumatori, padri e madri di famiglia, che si rilassano dopo il lavoro o nel weekend; vengono tutti considerati potenziali criminali e questo è ingiusto. 

I dati ci dicono che il sistema non funziona: le sanzioni amministrative applicate riguardano ogni anno circa il 40% dei segnalati, percentuale in continuo aumento; la segnalazione al prefetto è dunque principalmente sanzionatoria, senza eradicare il fenomeno o affrontarlo. La repressione colpisce per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi, che risultano in aumento nonostante le politiche proibizioniste, evidentemente inefficaci sia nel fermare il consumo sia nel combattere la criminalità, che con l'aumento dei consumatori aumenta il suo mercato. Il Proibizionismo ha fallito il suo scopo ed è fallito nel suo metodo, come testimoniato anche dal rapporto internazionale della Global Commision On Drug Policy del 2014». 

«Si parla spesso di sicurezza pubblica, bene, la regolamentazione della cannabis sarebbe importante anche per i non consumatori, in quanto le forze dell'ordine potrebbero concentrarsi sul controllo del traffico illecito reale, andando a colpire davvero i grandi trafficanti, con un netto risparmio di fondi pubblici e con un reale vantaggio per la sicurezza, investendo nel sociale e nell’educazione all’uso, in linea con gli altri Paesi del mondo ; ad oggi infatti, nonostante venga investito oltre 1 milione di euro in sicurezza, si riesce a fermare solo il 5% del mercato illegale e la maggioranza delle operazioni interessa comunque condotte di consumo personale, che hanno un pericolo sociale irrilevante. Le stesse condotte che, purtroppo, rappresentano anche il fulcro e l’alimentatore di tutto il meccanismo giudiziario, dall’attività forense fino ad arrivare al sistema carcerario, muovendo somme di denaro inimmaginabili. Si continuano a reprimere condotte personali in un paese dove le narcomafie gestiscono milioni di incassi ed i pazienti sono senza terapia: è evidente che un miglioramento legislativo su questo tema è di fatto da inserire tra le priorità del paese. La nostra riflessione vuole anche provare a capire le motivazioni per le quali i proibizionisti vogliono mantenere illegale la cannabis: qualcuno è convinto che così non se ne faccia uso? Qualcuno è convinto che si combatta la criminalità colpendo i consumatori e chi coltiva per non comprare illegalmente? E che si vinca? Qualcuno è convinto che lo Stato in questo modo tuteli il cittadino e la società intera?  Ci spiace per questa eventuale concezione errata, perchè i dati dicono tutt'altro».

«E' dimostrato  - ha proseguito - che l'utilizzo di cannabis non causa danni a terzi, non predispone al crimine, non causa problemi sanitari che abbiano ricadute economiche sul Servizio Sanitario e quando propriamente coltivata è un prodotto che si adatta a molteplici utilizzi. La stessa coltivazione ad uso personale crea numerosi benefici per il consumatore, non esponendolo alle narcomafie e rendendolo indipendente da qualsivoglia circolo economico, estraniandolo dalla speculazione del mercato, ora monopolio della criminalità e delle farmaceutiche, e garantendo all'atto pratico anche una reale diminuzione del consumo collettivo, fattore basilare per una futura riforma normativa. L’autoproduzione è inoltre, a livello sociale, un potenziamento della libertà individuale: questo permette di aumentare l’autonomia personale ed ampliare le possibilità di socializzazione senza seguire sistemi di prezzo o gerarchici; il vantaggio economico è evidente: il basilare risparmio si aggiunge alla possibilità di utilizzare il denaro in altre attività, partecipando al ricircolo economico. Si tratta poi anche di una questione pratica: l’autoproduzione crea una garanzia di controllo qualità sul prodotto da parte del coltivatore, che diviene anche fruitore finale. Inoltre la standardizzazione del fiore fatta oggi a livello farmaceutico, non rispecchia le esigenze dei pazienti che hanno bisogno di più scelta e prezzi sostenibili che spesso solo l'autoproduzione può garantire; la gammatura è utile per alcune patologie ma non è necessaria su un prodotto di qualità mentre i controlli su muffe e batteri e le analisi dei cannabinoidi, che ne creano ora la discriminante di uso medico, potrebbero essere comunque effettuati da laboratori accreditati quando sarà libera la condotta».

«La possibilità di coltivare diverse genetiche permetterebbe, oltre ad un reale accesso alla libertà di cura per tutti, anche di soddisfare al meglio il proprio bisogno terapeutico tramite un uso corretto nella posologia e nella tipologia senza sottostare a logiche commerciali o economiche. Nella cannabis infatti si trovano, oltre ai più famosi THC e CBD, tanti altri cannabinoidi, circa 120 terpeni, 60 terpenoidi e 20 flavonoidi, sostanze volatili responsabili degli aromi e degli effetti psicoattivi, che agiscono in sinergia fra loro seguendo la definizione di Effetto Entourage e in differenti concentrazioni determinano diversi effetti e gradi terapeutici, che variano da persona a persona, pertanto una differenziazione è fondamentale, ma senza separare i principi e lasciandoli naturalmente bilanciati. Addentrandoci nella parte scientifica, in natura tutte le sostanze possono potenzialmente provocare un danno; persino l’acqua può causare la morte se assunta in dosi errate; ciò che permette di identificare il rischio di una sostanza è la dose a cui provoca effetti dannosi. In pratica, citando Paracelso: “omnia venenum sunt nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit ut venenum non fit”: tutto è veleno e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.  Infatti in latino farmacum ha il significato sia di una medicina sia di veleno, proprio a seconda della dose di somministrazione. In farmacologia è detta Lethal Dose 50 la dose di una sostanza in grado di uccidere la metà di una popolazione campione di ratti adulti e per misurare il rischio delle diverse sostanze bisogna considerare il rapporto dose efficace per dose letale. In tutta la storia, però, non è mai stata registrata una sola morte da overdose di Cannabis.

Le ricerche mostrano che una persona avrebbe bisogno di assumere 24.000 grammi di fiori contenenti il 15% di THC in una sola aspirazione al fine di avvicinarsi, senza certezza, ad una dose letale.
La dose media efficace è circa mezzo grammo, la quantità contenuta in circa due “canne”; questo crea un rapporto di rischio ipotetico di 1 su 48.000. Seguendo questo esempio, una persona adulta raggiunge una affabilità rilassata con circa 33 grammi di alcol etilico e la dose letale media è di circa 330 grammi. Una persona che ne consuma di più rischia dunque una reazione letale; Il rapporto finale di rischio dell’Alcol è quindi di circa 1 su 10. La Cannabis risulta dunque circa 5000  volte meno pericolosa dell’alcol, eppure questo dato non viene mai considerato per la sua regolamentazione».

«La Cannabis inoltre, pur non avendo una reale dose letale, attraverso le sinergie dei suoi componenti ha diversi effetti positivi sul nostro organismo: induce uno stato di rilassatezza, consente di comprendere punti di vista differenti favorendo l’empatia e la socializzazione, aumenta la creatività, permette di scoprire significati profondi nelle parole, apprezzare il prossimo, la musica, l'arte, controlla molti dolori di tipo fisico, riduce il senso di nausea, aumenta l’appetito, abbassa la pressione endo-oculare e favorisce la vascolarizzazione capillare, è un potente bronco dilatatore, è anticonvulsiva, ed aumenta la consapevolezza dei propri limiti; infatti dove è già legale sono diminuiti gli incidenti stradali, gli omicidi ed i crimini violenti. Il sistema fisiologico su cui agisce viene definito sistema endocannabinoide ed è presente negli organismi animali da circa 600 milioni di anni, nonostante sia stato scoperto solo negli anni 90, e a conferma della sua importanza evolutiva, le cellule del nostro corpo sono in grado di sintetizzare molecole simili a quelle prodotte dalla pianta; la principale è stata denominata Anandamide, che in Sanscrito significa Beatitudine Interna».

«La cannabis va a nutrire il nostro sistema endocannabinoide, le cui deficienze sono causa di molte malattie; agisce quindi come un potente regolatore del nostro organismo i cui eventuali effetti negativi possono essere una leggera tachicardia in soggetti già predisposti all'ansia e secchezza delle fauci, conseguenti all'uso, che svaniscono completamente dopo qualche ora. La cannabis può anche rendere evidenti i lati ambigui della nostra personalità, o portare alla luce disagi o patologie inespresse, cosa che rende possibile però intervenire facilitando il recupero psicologico. Non esistono dunque danni diretti alla salute per uso di cannabis, se non un aumento di frequenza della parodontite imputabile però alla combustione, come riportato su Jama Psichiatry in uno studio che evidenzia la cannabis come sostanza “sicura”; ci tengo a ricordare che la cannabis può essere sì fumata, ma anche vaporizzata, mangiata e bevuta, metodi decisamente preferibili. Uno dei nostri diritti fondamentali è quello alla Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la “Salute” non solo come assenza di malattia ma come “pieno benessere fisico psichico e sociale dell’individuo”; Considerato dunque che l'uso di cannabis non causa danni a se stessi nè alla società, perseverare nella proibizione di condotte personali risulta, dai dati, una chiara violazione dei diritti di uguaglianza e di sviluppo della personalità ed entra in una sfera privata nella quale la legge non dovrebbe entrare se non per rendere accessibile tale diritto.  L'imposizione proibizionista di un unico standard di vita rigido non è ammissibile in uno stato liberale che si fonda sul riconoscimento dell'indipendenza e dell'unicità umana, come sancito dalla Carta Costituzionale e dalla Dichiarazione internazionale dei Diritti.  Uno Stato che si prenda cura dei propri cittadini non dovrebbe volersi sostituire alle loro scelte ma trovare il modo migliore per applicarle, affidandosi alle prove scientifiche e ricordando che la libertà della persona umana deve essere base indiscutibile».

«L'obiettivo centrale di questo convegno è lanciare un forte messaggio, affinchè ogni cittadino possa valutare autonomamente se sia giusto o meno un deciso cambio di approccio sul tema, passando da un proibizionismo irreale ed irrealizzabile che di fatto condanna persone per condotte innocue e personali, ad una regolamentazione della cannabis proficua a livello sociale, andando a colmare le troppe lacune lasciate in sospeso dalle normative vigenti, evidentemente anacronistiche ed antiscientifiche».

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