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Giovedì, 23 Maggio 2024
La storia

Quel gran despota di Galeazzo Visconti

Era un tiranno crudele e immondo, senza scrupoli, che profittò del suo potere “ghibellino” odiatore del papato e della religione

Nel pieno Medioevo piacentino non sono di poco conto alcuni dispotici eventi messi a segno, senza alcun ritegno, dal milanese Galeazzo Visconti, quando divenne nel 1313 vicario imperiale e signore di Piacenza.

Tanto per cominciare bene il suo dominio sulla città ed il territorio, non mancò di compiere disdicevolissimi atti di potere sul clero, sui nobili ed il popolo, parliamo degli anni 1313 e ‘14.

Per descrivere questi fatti storici abbiamo seguito la buona relazione lasciataci dallo storico Pietro Maria Campi nella sua “Dell’Historia Ecclesiatica di Piacenza” edita dal Bazachi nel 1662 e basata su antichi documenti.

Entrato a Piacenza nel settembre “non potendo più nascondere il Galeazzo, quell’avido tiranno, la sua immensa ingordigia” si diede a derubare “né beni e rendite” le chiese e monasteri cittadini.

Ci racconta il Campi che “svaligiò” tanti conventi quale ad esempio quello di San Francesco, di San Lorenzo e di San Giovanni in Canale e anche San Siro: qui i nobili guelfi avevano nascosto i loro beni, portò via quindi i tesori delle casate degli Scotti, Chiapponi e Confalonieri.

Non solo: si gettò su chiese e conventi saccheggiando senza pietà anche beni personali di monaci e preti, “spogliando in oltre modo sacerdoti e chierici” e i tanti monasteri di suore in clausura.

Come leggiamo “entrando lo scellerato nelle loro venerande clausure, doppio bottino vi facea” infatti delle “sacre Vergini dedicate a Christo” il despota fece “bottino dei beni del Monasterio e della pudicitia di molte”, anzi alcune le portò con sé per soddisfare “i suoi sfrenati appetiti”.

Galeazzo era un tiranno crudele e immondo, senza scrupoli che profittò del suo potere “ghibellino” odiatore del papato e della religione, vero despota qui a Piacenza e per sintesi abbiamo voluto dedicarci solo alle sue imprese criminali in quel primo periodo del dominio.

Non contento, in piena estate a luglio, nel mese del patrono Sant’Antonino martire, mise le mani “sul palagio Episcopale” del vescovo Ugo al quale “eran state rubbate tutte le cose” ma non solo, depredò tutto il bestiame che il vescovo aveva “nel Castello di S. Imento con quante robbe vi erano”. Intanto già nel 1314 “per la tirannide e avarizia di Galeazzo” leggiamo che “il castello di Fombio fu abbruciato” quindi anche “la Cadè (Cadeo) distrutta... Viustino allagato di sangue...”.

Ma non sazio “venuta la stagione dè raccolti... diede guasto e rovinando molini, e consumando col fuoco i casamenti” le fattorie del distretto, tanto che il Campi cita gli “Annali” del Guarino coevi e che scrive “Tunc temporis Placentia maxime affligebatur a D. Galeatio. Eius familia (del Galeazzo) erant latrones, raptores...” cioè campioni di misfatti crudelissimi.

Il 29 maggio del 1314 i suoi sgherri assalirono “la casa di frà Raimondo Fontana Cavaglier dè Templari” rubandogli 80 fiorini d’oro con i beni contenuti e lo malmenarono a sangue, tant’è che poco tempo dopo morì.

Il Vescovo Ugo rifugiato a Fiorenzuola, ormai stanco e inorridito, il 9 luglio 1314 lanciò a Galeazzo Visconti, al podestà di Piacenza “il Sessa” cioè Ugolino da Sessa di Reggio Emilia ed a tutti coloro che comandavano con lui “horribil monitorio di Scomunica e interdetto”.

Il massimo della pena che la Chiesa poteva infliggere: il vescovo chiedeva fossero a lui restituiti tutti i beni rubati, per poter togliere la scomunica, compresi immobili quali ad esempio “le robbe della Mensa... San Bonico (il villaggio)... Castello di S. Imento e altri luoghi”.

Ma il despota “le Divine leggi trasgredendo con nuova fellonia” si ributtò "a molto angariare" preti, frati e suore ma non solo, tassò a dismisura, mandandoli alla fame “ciavattini (calzolai), rivenditori del formaggio” e tutti i dediti al commercio.

Con un nuovo documento notarile il vescovo di Piacenza Ugo, che viveva esule tra Fiorenzuola  e Castellarquato “rinnovò contro di tutti la sentenza di Scommunica” senza riscontro alcuno.

Intanto nel 1315 Galeazzo diede avvio alla costruzione di un muro difensivo presso il canale della Fodesta, derivato dal Po e “diede principio quivi, al Castello o fortezza, che poi Cittadella fu detta”.

Tante ancora ne combinò questo “avido tiranno” negli anni che governò Piacenza, tant’è che cercando tra altre fonti, difficile è andare a scovare di cose fatte con buon senso e senza l’uso di violenza.

Un tassello di Medioevo piacentino, crudo ma vero, quando la divisione tra guelfi papali e ghibellini imperiali era decisiva e senza esclusione di colpi, di nessun genere.

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