Venerdì, 24 Settembre 2021
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Quel noto senso di inadeguatezza ancora da sconfiggere: «Dobbiamo essere noi ad aprirci le porte»

Una riflessione sullo “stato” della donna tra lavoro e formazione con Marina Molinari, per vent'anni anima e poi guida della sezione locale di Cisl, oggi insegnante. «C'è ancora tanto da fare per educare alla parità di genere»

«C’è un senso di inadeguatezza ancora da sconfiggere, la difficoltà di chiedere un passaggio di livello o un aumento l’ho vissuta anche su me stessa, tante volte mi sono dovuta forzare per combatterla dicendomi “vai avanti”». È da un’analisi degli ostacoli esterni (troppi) e interni che parte la riflessione sullo “stato dell’arte” della condizione femminile condotta con Marina Molinari, per vent’anni anima e poi guida della sezione locale della Cisl - prima a ricoprire questo ruolo a Piacenza -  fin quando la scorsa estate ha scelto di lasciare la “cattedra” del sindacato per quella di insegnante alle scuole elementari di Pecorara e Nibbiano, nel comune di Alta Val Tidone. Un nuovo punto di osservazione da cui continuare a guardare al mondo del lavoro e da cui domandarle se e cosa ci sia da festeggiare in questo 8 marzo, segnato per il secondo anno consecutivo dalla pandemia. «Devo sottolineare, con una vena di pessimismo, come in tutti questi anni abbia visto che quando la crisi mordeva di più i primi a rimetterci erano sempre giovani e donne; purtroppo, lo dimostrano gli attuali tassi di disoccupazione. Il lockdown ha costretto i bimbi a casa e con loro tante mamme, soprattutto quelle con lavori precari - magari nei servizi o nei negozi, che comunque consentivano loro di arrotondare - per occuparsi dei figli o perché l’attività ha chiuso; i licenziamenti sono stati solo apparentemente narcotizzati dal blocco». Una condizione non nuova, su cui grava una responsabilità famigliare non ancora sufficientemente condivisa. «Il nostro stato sociale è assolutamente inadeguato a dare respiro alle donne che si ritrovano i bambini da curare prima e gli anziani dopo, penalizzandole e costringendole spesso a professioni di risulta e a pensioni poi più basse: una situazione che esplode quando la famiglia va in crisi e la donna resta senza il reddito del coniuge, senza lavoro e totalmente esposta». «Devo dire però – prosegue Molinari – che in positivo ho notato che gli uomini hanno comunque iniziato a partecipare di più alla vita familiare, soprattutto a quella dei figli: una volta era scontato che tornati a casa non dovessero occuparsi di nulla, ora fanno la spesa, accompagnano i bambini a scuola e sta anche a noi a pretenderlo, perché non è scritto da nessuna parte che la madre debba occuparsene da sola. Ciò non significa che una non possa apprezzare o decidere di farlo, però non deve essere una zavorra obbligata, ma una scelta. Se il bambino è andato a scuola dimenticando la merenda ci incolpiamo per prime senza pensare che magari anche il padre poteva occuparsene, spesso è anche il senso di colpa ad ancorarci ai problemi».

Un tema che ne introduce un altro, quello dell’«autosabotaggio», una spinta a rinunciare già in partenza a raggiungere obiettivi professionali più alti. «Ci sono degli esempi anche nel nostro territorio che hanno dimostrato la possibilità per le donne di “sfondare il tetto di cristallo” come si usa dire: penso al ruolo ricoperto da Paola de Micheli in un ministero così importante, a quello di Paola Gazzolo in Regione, alla sindaca della nostra città, Patrizia Barbieri e a Lucia Fontana, che guida Castel San Giovanni. O ancora alla giovane sindaca di Sarmato, Claudia Ferrari, che amministra con una modalità molto vicina alla gente, così come Patrizia Calza. Persone che stanno spiccando nel campo dell’amministrazione pubblica e alle quali dobbiamo guardare, imparando a osare, perché siamo capaci e in tante cose abbiamo l’occhio più lungo di molti uomini». «A volte siamo noi per prime a mortificarci - prosegue Molinari - non chiedendo un passaggio di livello o un aumento. Anch’io ho vissuto quel senso di inadeguatezza, ma bisogna imparare a conoscere i propri difetti e a combatterli, perché sono quelli che poi ci tengono lontane dai ruoli strategici. A scuola e all’università le donne risultano essere più brave, avere più strumenti, poi quando si arriva al mondo del lavoro qualcosa si ferma, anche perché pensiamo di non meritare abbastanza. Non devono essere gli altri ad aprirci le porte, dobbiamo essere noi ad aprircele e a chiedere di entrare». Un percorso di affermazione che inizia dalla scuola, un luogo dove le donne sono molto presenti: «Penso siano una categoria straordinaria, le colleghe sono lavoratrici vulcaniche, capaci di tenere assieme l’aspetto umano e l’aspetto didattico; c’è nella donna quel calore che rende il processo di apprendimento più vivo, più personalizzato, per me questo aspetto produce quello stato di tensione affettivo che soprattutto nei primi gradi dell’istruzione è importante, perché i bambini imparano in un clima che li fa stare bene. Sono convinta che se riesci a comunicare loro un’immagine bella e positiva della scuola, poi continueranno ad essere studenti felici». Bambini e bambine da educare alle pari opportunità. «C’è ancora tantissimo da fare e la nostra capacità di insegnanti in questo senso non è ancora compiuta, io stessa me ne accorgo. Anche i libri che abbiamo in dotazione non hanno mai preso in considerazione la parità di genere e sono pieni di stereotipi. Servono più attenzioni - conclude Molinari - e forse dovremmo cominciare a proporre alle istituzioni scolastiche dei corsi sull’educazione di genere, per creare quelle condizioni di pari opportunità che si formano fin da piccolissime, in famiglia ma anche tra i banchi».

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