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La facciata di Palazzo Chiappini

La facciata di Palazzo Chiappini

Restaurata la lapide dedicata a Giuseppe Manfredi

Affissa nel 1937 sulla facciata di Palazzo Chiappini, sede dell’Opera Pia Alberoni

Da qualche tempo è tornata perfettamente leggibile la lapide affissa sulla facciata di Palazzo Chiappini, in via x giugno 3, sede dell’Opera Pia Alberoni, dedicata a un illustrissimo piacentino: Giuseppe Manfredi (Cortemaggiore 1828 - Roma 1918), giurista, politico e patriota italiano che nel Palazzo, come recita il testo, “Negli anni dello occulto travaglio / per rendere la patria libera e una / qui / ai piacentini della Società Nazionale / dava diuturno convegno (…).”

Giuseppe Manfredi infatti svolse un’intensa attività antiaustriaca e fu tra i promotori di un comitato insurrezionale piacentino, che poi si trasformò nel comitato piacentino della Società nazionale, di cui divenne presidente. Sede di queste attività e avamposto del suo impegno patriottico fu proprio la sua casa in via Fodesta, ora via X giugno.

L’Opera Pia Alberoni, proprietaria dell’antico Palazzo, acquistato dalla famiglia Chiappini nell’anno 1881, e da quel tempo divenuto sua prestigiosa sede, ha infatti, nei mesi estivi, avviato e organizzato un intervento di restauro volto a restituire alla lapide la sua funzione di memoria storica e la sua piena leggibilità.

L’intervento, autorizzato dalla competente Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, è stato condotto dal restauratore Luca Panciera, con la direzione lavori di Anna Coccioli Mastroviti della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Parma e Piacenza, e finanziato da Carlo Emanuele Manfredi, discendente del giurista e patriota ricordato sulla lapide.

Il restauro ha dovuto fare fronte ai segni lasciati dal tempo e dagli agenti atmosferici sulla superficie. L’intervento è quindi consistito in varie tipologie di puliture e lavaggi della superficie marmorea e nella rubricatrura, con colore nero, delle lettere incise che costituiscono il testo della lapide e che risultavano totalmente dilavate.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti e ha riattivato la piena efficienza di una testimonianza di storia piacentina così importante.

Sappiamo infatti, come ci ricorda il motto latino, che i racconti orali (verba) stentano a resistere al tempo, mentre gli scritti (scripta) restano anche oltre le capacità della memoria umana.

E’ anche per questo motivo che le parole incise nel marmo che costituiscono le lapidi, in ogni tempo e civiltà, hanno costituito un modo efficace di fissare, spesso abbinate a importanti architetture, il ricordo di eventi e personaggi che costituiscono la nostra identità e la storia del nostro popolo.

Giuseppe Manfredi fu uno di questi importanti personaggi e protagonisti del sorgere dell’Italia unita.

Come testimoniato da coloro che lavorano negli uffici dell’Opera Pia Alberoni, non è raro che cittadini si soffermino ai piedi della lapide per cercare di decifrarne il testo. Dopo il restauro un’importante pagina di storia locale e nazionale torna a essere raccontata e percepibile da tutti sulla facciata di Palazzo Chiappini.

Il testo della lapide dedicata a Giuseppe Manfredi

"Negli anni dello occulto travaglio / per rendere la patria libera e una / qui / ai piacentini della «Società Nazionale» / dava diuturno convegno / Giuseppe Manfredi / primo ai rischi e in sapiente osare mirabile / allor che dittatore di Parma e Piacenza / vita e storia concluse dell’antico ducato / nei fasti della Nuova Italia / 1857-1859 / A testimonianza perenne / Fra i fulgori di più alte mete oggi raggiunte / l’Opera Pia Alberoni pose / 10 giugno 1937 //"

La lapide venne fatta affiggere proprio dall’Opera Pia Alberoni il 10 giugno del 1937.

Una data non scelta a caso. Fu proprio in quello stesso giorno 10 giugno, ma dell’anno 1859 che, a seguito delle sconfitte subite in Lombardia ad opera dell'esercito franco-piemontese, gli Austriaci lasciarono Piacenza attraverso le Porte Fodesta e Borghetto. 

Piacenza, libera militarmente, rinnovò il voto di annessione al Regno di Sardegna e al governo dei Ducati venne chiamato Giuseppe Manfredi, rifugiatosi nel frattempo a Torino per evitare l'arresto. 

Giuseppe Manfredi (Cortemaggiore 1828 - Roma 1918)

Politico e patriota italiano, si formò presso il Liceo di San Pietro, retto dai Gesuiti, per poi laurearsi in Giurisprudenza a Parma nel 1849.

Tre anni dopo, il 27 nov. 1852, sposò Paolina Giuditta Bertani, da cui ebbe sei figli: Filippo, Clara, Vittorio, Manfredo Emanuele, Ernestino e Leopoldo. Dopo aver ottenuto nel novembre 1854 un primo incarico di insegnamento (diritto amministrativo ed economia politica) presso la facoltà piacentina, nel maggio 1855 divenne titolare della cattedra di diritto civile, che tenne fino ai moti politici del 1859.

Nel frattempo continuò a coltivare i propri ideali liberali e patriottici, esercitando una forte attività antiaustriaca. Mantenne contatti con gli esuli che erano fuggiti nel Regno di Sardegna, fu tra i promotori di un comitato insurrezionale piacentino, che poi si trasformò nel comitato piacentino della Società nazionale, di cui divenne presidente.

Sede di queste attività e avamposto del suo impegno patriottico fu proprio la sua casa in via Fodesta, ora via X giugno.

Nel maggio 1859, colpito da mandato di arresto del comando militare austriaco, fu costretto a riparare in Piemonte. 

Ma la sua assenza dalla città fu breve: ritiratesi definitivamente le truppe austriache, il 10 giugno 1859, Manfredi fu eletto membro di una commissione di governo, insieme con G. Mischi e F. Gavardi, che guidò la città fino all'arrivo del commissario del Regno di Sardegna, il conte D. Pallieri. Questi, tuttavia, fu ben presto costretto ad abbandonare il Ducato in conseguenza dell'armistizio di Villafranca, e il Manfredi, che nel frattempo si era visto assegnare la direzione dell'Interno, assunse la carica di governatore provvisorio.

Eletto deputato al primo parlamento italiano, nel Marzo del 1860, lasciò la politica al termine della legislatura per dedicarsi alla carriera di magistrato che lo vide protagonista nei palazzi di giustizia di Casale Monferrato, Perugia, Catania, Bologna, Roma, raggiungendo l’apice della sua carriera con la nomina a Procuratore Generale della Corte di Cassazione a Firenze, avvenuta nel 1881.

La sua l'attività di magistrato si intrecciò, in quegli anni, con quella di senatore. Decano del Senato, ne divenne prima vicepresidente, nel 1907, e poi presidente l’anno seguente. 

Morì il 6 Novembre 1918, due giorni dopo la fine della Grande Guerra. Riposa nella Basilica di San Francesco in Piacenza.

Vittorio Emanuele III, riconoscendone gli alti meriti, gli aveva conferito, nel 1908, il titolo di cavaliere dell'Ordine supremo della Ss. Annunziata e nel 1911 quello nobiliare di conte.

L’acquisto di Palazzo Chiappini da parte dell’Opera Pia Alberoni

Negli archivi dell’Opera Pia Alberoni è custodito, tra i numerosi altri, il Conto Morale datato 8 agosto 1883, relativo al conto finanziario per l’anno 1881. In esso è scritto: “Come è noto poi, sino dall’anno 1878, veniva venduta la Casa del Collegio posta in città via S. Lazzaro, dappoichè non serviva alle occorrenze della Amministrazione e reclamava una spesa forte onde fosse ristorata dai danni della vetustà; quindi, giusta il deliberato di questa Commissione, e con approvazione dell’Autorità Tutelare e sanzione Sovrana, fu nell’anno 1881 comperata la Casa posta in Piacenza Via Fodesta N 3, e se ne conveniva il prezzo nella somma di £ 25,000:00. Questo edifizio è molto atto ai servigi che intende ricavarne l’Amministrazione, e quantunque abbisogni di non poche riparazioni, pure è in condizione abbastanza conveniente e decorosa.” 

L’Opera Pia Alberoni, nella necessità di trovare una sede più idonea, aveva pertanto deciso l’acquisto del palazzo appartenente alla famiglia Chiappini, nel cuore storico della città.

Gli esponenti della famiglia Chiappini, attestata nel territorio piacentino fin dal XV secolo, si distinsero soprattutto nelle attività di tipo giuridico. 

“Nel Seicento in particolare la loro attività di funzionari e notai si svolse presso la corte ducale. Nella seconda metà del Seicento sedettero nel consiglio Generale tra i magnifici della classe Landi e fecero costruire il loro palazzo nella parrocchia di S. Maria dei Pagani. Nel 1774 Lodovico venne nominato conte da Ferdinando di Borbone e la famiglia Chiappini raggiunse l’apice dello splendore sociale, mentre nell’Ottocento il suo nipote omonimo fu patriota risorgimentale e ospitava nel palazzo le riunioni dei liberali piacentini; infatti anche Giuseppe Manfredi, fra i protagonisti del Risorgimento locale, aveva il suo studio nel palazzo ed in esso si tenevano le riunioni clandestine della Società Nazionale. Lodovico Chiappini sposò Isabella Marzoli dalla quale ebbe ventiquattro figli; un tale incremento familiare portò ad una frammentazione del patrimonio che di fatto lo danneggiò irreparabilmente costringendolo a vendere l’edificio nel quale la famiglia risiedeva da due secoli. “Con atto Gregori Dott. Alberto dell’11 ottobre 1881 il sig. Conte Lodovico Chiappini vendeva al Collegio Alberoni il suo Palazzo posto strada Fodesta N 3 pel prezzo di £ 25000.00, parti delle quali vennero delegate ad estinguere passività a carico del Venditore, fra le quali quella di £ 1469.45 alle Cause Pie della Diocesi Piacentina, …” (C. Marchionni, Palazzo Chiappini. “La fortuna” di Giulio Alberoni nel XX secolo, in Auxilium a Domino, volume II, Piacenza 2016) 

Palazzo Chiappini presenta una facciata certamente sobria con tre ordini di finestre e un portone semplicemente profilato in granito; la collocazione di quest’ultimo all’estremità della fabbrica, svela l’intenzione progettuale di un ulteriore fronte verso via X Giugno.

E’ proprio in facciata che si trova affissa la lapide dedicata a Giuseppe Manfredi, fatta apporre, dall’Opera Pia Alberoni.

Superato l’androne, dal cortile, porticato su un unico lato con cinque fornici sorrette da colonne in granito rosa, si individuano tracce di tamponamenti e “non finito” ed in origine si raggiungeva la rimessa per le carrozze.

L’edificio è noto soprattutto per l’originalità dello scalone d’accesso al piano nobile, frutto di due distinti interventi costruttivi. Le due rampe parallele, in stretta connessione con il porticato, sono probabilmente coeve alla realizzazione della facciata nel tardo Seicento, hanno balaustri e corrimano in arenaria ornati da semplici modanature e arricchite all’estremità da sfere in pietra; solo il pilastrino iniziale della seconda rampa, ornato da un festone di frutta, reca scolpito in facciata lo stemma della famiglia Chiappini, un orso rampante su un pino, inserito in un ricco cartiglio. Il secondo intervento, probabilmente ai primi del Settecento, mira ad un più diretto collegamento con l’ala che si affaccia su via Gregorio X ed è stato attribuito all’architetto piacentino Domenico Cervini (1689/1756), già autore di alcune fra le più interessanti scale di Piacenza. Dal pianerottolo della scala più antica parte una breve rampa che successivamente diverge in due rampe ad andamento obliquo che conducono a diversi ingressi. Il gioco delle rampe oblique poste ad un leggero dislivello rispetto alla prima, fiancheggiate da una serie di brevi balaustre ad angolo e punteggiate dalle sfere di pietra genera due linee di fuga in grado di conferire maestà e suggestione ad un vano scala non vasto e risolve brillantemente il problema posto dal duplice ingresso. L’inserimento in un vano scala dalla tinteggiatura chiara, a doppia altezza e con cupoletta a lanterna, favorisce la buona illuminazione dello spazio di cui beneficia anche la scala più antica.  

Fulcro dell’ambiente, i cui elementi architettonici sono sottolineati da paraste e da profili leggermente aggettanti, è la porta d’accesso al salone di rappresentanza, circondata da una cornice mistilinea che inquadra il busto del committente Girolamo Chiappini. Due nicchie laterali ospitano statue lignee: una fanciulla con cornucopia e una figura loricata con elmo e lancia. Il secondo intervento costruttivo poteva essere finalizzato alla realizzazione di un’ala meglio esposta da utilizzare come appartamento invernale.

La destinazione ad uffici ha portato a modifiche nell’assetto interno dell’edificio ma alcuni soffitti conservano interessanti affreschi realizzati da Luigi Mussi probabilmente dopo il prolungamento della scala e approssimativamente attorno al 1750. Luigi Mussi (Piacenza 1694/1771), pur ordinato sacerdote, svolse una significativa carriera di frescante sia in edifici religiosi che per committenze aristocratiche, caratterizzandosi per una creatività spontanea e briosa ed una tavolozza ricca di colori vivaci e luminosi. 

Nel salone dell’appartamento nuovo, sede del Consiglio di Amministrazione, il 25 maggio del 1935, Luciano Ricchetti fu chiamato a dipingere il soffitto e le pareti; il pittore piacentino, ispirandosi agli affreschi settecenteschi presenti nelle altre sale e sfruttando appieno le possibilità offerte da una volta di oltre sessanta metri quadrati, realizzò la complessa scena della Gloria di S. Vincenzo e del Collegio Alberoni, inserendola in una robusta quadratura. L’ampia medaglia rettangolare, sostanzialmente tripartita, mostra al centro S. Vincenzo in gloria fra gli angeli, nello spazio superiore la SS. Trinità e la Vergine ed infine in basso l’allegoria del Collegio Alberoni, visibile in scorcio. Davanti alle architetture sono rappresentate le vigorose figure allegoriche della Scienza, della Carità e dell’Abbondanza che, insieme ai due angioletti che sorreggono il cartiglio con le Leges, si protendono ad invadere lo spazio della sala.

Appena sotto, sulle pareti, Ricchetti eseguì i ritratti dell’Alberoni, ispirandosi a quello del Mulinaretto, e di papa Clemente XII, che emise la bolla di fondazione, gli stemmi dell’Alberoni, di papa Clemente e dei Preti della Missione. Inoltre realizzò anche quattro vedute del Collegio, una del giardino interno e tre scorci dell’esterno, costruite con volumi puri ed essenziali. 

Le sale al pian terreno poste all’angolo con via Gregorio X, ospitarono per alcuni anni la prima sede del Museo del Risorgimento, la collocazione delle collezioni venne favorita dal conte Giuseppe Salvatore Manfredi, contemporaneamente presidente dell’Opera Pia Alberoni e del Comitato di Piacenza dell’Istituto per la storia del Risorgimento e nipote di Giuseppe Manfredi patriota e senatore che aveva in quelle stesse stanze il suo studio di avvocato. Il museo venne inaugurato il 10 giugno 1937 per ricordare il giorno nel quale gli austriaci abbandonarono Piacenza e percorsero proprio quella strada, via Fodesta, sulla quale si affaccia il palazzo e che dopo quell’evento vide cambiare il suo nome in via X giugno.

Palazzo Chiappini è ricordato anche come prima sede dell’Istituto Figlie di S. Anna, fondato ad opera della Beata Rosa Gattorno, che, nel febbraio 1866, ebbe dai conti Chiappini l’uso di alcune stanze al primo piano del palazzo. Per una felice coincidenza fu proprio un professore del Collegio Alberoni, padre Giovanni Battista Tornatore, che collaborò con la fondatrice nella compilazione delle regole dell’ordine.

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