Rivivono in un libro della Banca di Piacenza i dipinti cancellati che ornavano il chiostro del convento di Santa Maria di Campagna

Nel volume immagini e schede descrittive delle opere fatte togliere dalla Soprintendenza perché non autorizzate, ma senza nessuna ragione di merito

Il tavolo dei rappresentanti

Una pubblicazione realizzata dalla Banca di Piacenza perché rimanga memoria degli acrilici che ornavano il chiostro del convento di Santa Maria di Campagna, e dei quali la Soprintendenza ha poi disposto la cancellazione. A presentare il libro (“I dipinti negati”, stampato dalla Tep Arti grafiche), i curatori dello stesso Cristian Pastorelli (il pittore autore dei dipinti) ed Emanuele Galba, dell’Ufficio Relazioni esterne della Banca e padre Secondo Ballati, Superiore dei Frati minori. L’incontro si è svolto nella biblioteca dello stesso convento, uno spazio recuperato di recente e per la prima volta utilizzato per un incontro culturale.

Il giornalista Galba ha illustrato le caratteristiche del volume, che valorizza soprattutto le immagini delle opere (dove erano rappresentate oltre 270 figure in 84 metri quadrati), affiancate da schede descrittive con la citazione di tutti i volti che compaiono nei dipinti. A completare la pubblicazione, l’inserimento di alcuni documenti - come il decreto di vincolo del convento da parte della Soprintendenza del maggio 2013 -, dei prospetti del convento di via Campagna e di un bel disegno della Basilica mariana. All’inizio del libro due interventi: del presidente esecutivo della Banca Corrado Sforza Fogliani («... Nessuno ha mai messo nero su bianco che quei dipinti rovinassero il bene “storico”, che lo squalificassero, che meritassero tanta attenzione...») e di padre Secondo Ballati che racconta – lo ha fatto anche durante la serata - come l’idea di dipingere alcune lunette con la storia di San Francesco e del convento sia nata un po’ per caso, «parlando con il pittore Pastorelli e ricordando come molti chiostri antichi avessero raffigurata nelle lunette la vita del frate di Assisi o di altri santi. Pastorelli, che mi stava ascoltando, manifestò il desiderio di cimentarsi pure lui, cercando soprattutto di immortalare nelle sue figure le persone che aveva conosciuto frequentando Santa Maria di Campagna. Era da poco mancato padre Cesare Tinelli e si voleva fare qualcosa per ricordarlo. Così nel primo dipinto il volto di Papa Urbano II (che, com’è noto, annunciò a Piacenza l’indizione della I Crociata) era proprio quello di padre Cesare».

«La particolarità che accumunava tutte le opere - ha infatti spiegato Cristian Pastorelli, che ha ringraziato la Banca, sempre attenta a interpretare i sentimenti dei piacentini, per il bel regalo di Natale - era stata quella di aver inserito volti noti alla comunità francescana e ai piacentini che frequentano il convento, oltre a tutte le persone impegnate nella Salita al Pordenone (alla quale sono state dedicate due lunette), che passavano ogni giorno all’interno del chiostro. L’originalità dell’insieme era rappresentata dal fatto che alcuni erano stati raffigurati come religiosi: in questo modo il personaggio che ha un “significato”, viene realizzato con una persona che conosciamo». 

Il pittore, proiettando una serie di diapositive, ha poi descritto alcuni dei dipinti negati. Come quello raffigurante Giovanni Paolo II in visita alla nostra città nel 1988: il pontefice riceveva il benvenuto, in Santa Maria di Campagna, attorniato da una grande folla, accompagnato dal sindaco Angelo Tansini, vicino a padre Gherardo; alla sinistra del Papa il cardinale Agostino Casaroli e, appena dietro, il vescovo Antonio Mazza; e poi il presidente della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani, che ritroviamo anche nella quinta lunetta dell’ottavo dipinto (“Omaggio al Pordenone”) insieme a Vittorio Sgarbi, che taglia il nastro dell’evento Salita: assistono alla scena padre Secondo Ballati e il pittore Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone, “armato” di tavolozza dei colori e pennelli.

Il presidente esecutivo dell’Istituto di credito di via Mazzini è poi intervenuto rispondendo a un paio di sollecitazioni che erano venute dal pubblico: le ragioni della cancellazione dei dipinti e che cosa sarebbe successo se non fossero stati rimossi. «La ragione della cancellazione - ha spiegato l’avvocato Sforza - sta unicamente nel fatto che - come ha scritto la Soprintendenza -  non erano stati autorizzati, punto e basta. Non vi è nessuna ragione di merito. Secondo me, se le opere non fossero state tolte, non sarebbe successo niente, perché il nuovo Codice per la tutela dei beni culturali dispone che per procedere alla rimozione coattiva deve essere provato che ci sia stato un danno. E sfido chiunque a dimostrare che quei dipinti danneggiassero il convento. In questo fantasmagorico Paese - ha concluso il presidente Sforza - succede tutto e il contrario di tutto. Ecco che cosa mi ha scritto l’ex direttore generale delle Belle Arti del Mibact, Gino Famiglietti (da tre mesi in pensione), che avevo invitato a vedere di persona la ristrutturazione della chiesa del Carmine: “Come ex funzionario del ministero che avrebbe dovuto proteggere la monumentalità dell’edificio religioso, c’è solo da vergognarsi per quello che, col colpevole avallo delle strutture ministeriali territoriali, in quella chiesa è stato consentito di fare”. Il riferimento è, ovviamente, a quello che viene chiamato soppalco, ma che in realtà assomiglia più a un viadotto, la cui costruzione è stata definita da Sgarbi “un crimine”, per il quale Regione e Comune hanno speso 5 milioni e mezzo di euro, senza peraltro sistemare la facciata. Dov’è la logica, nel dire sì al Carmine e no agli acrilici di Pastorelli?».

Al termine dell’incontro, ai numerosi intervenuti è stata fatta consegna di copia della pubblicazione.

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