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San Corrado, l’incendiario e rinnegato del medioevo piacentino compie 730 anni

Il santo che unisce Piacenza e la cittadina siciliana di Noto

È nel mese di febbraio che si fa la memoria di un particolare uomo della terra piacentina, figlio di una nobile famiglia locale filo-papale guelfa come lo era negli stessi anni il sommo Dante Alighieri. I Confalonieri erano ormai da secoli qui a Piacenza i militi prescelti del vescovo ed anche San Corrado ne sperimenta l’appartenenza: siamo in quell’inizio di trecento nel quale domina Bernabò Visconti ghibellino e nemico acerrimo della nobiltà guelfa e della religione.

E in quel 1315 dove a Piacenza e nel contado da tempo c’erano lotte contro il despota milanese che tiranneggiava, il giovane Corrado Confalonieri in un caldo giorno estivo si dedica alla caccia nei dintorni del suo castello e feudo di Calendasco provocando, per la mala idea di far incendiare fitti rovi per stanare selvaggina, un disastro inaspettato: le fiamme si propagano senza pietà anche perché a quel tempo i boschi erano parte dell’ambiente più di quello che oggi possiamo immaginare come apprendiamo ad esempio da carte notarili di fitti agricoli che descrivono come era il contado. Le fiamme ardono alcune fattorie e immediati arrivano sgherri dalla città credendo in un solito evento rivoltoso, ma i fatti erano ben diversi; intanto l’incendiario si era ritirato nel suo castello con la servitù e come usava al tempo, immediato viene arrestato senza tante cerimonie un contadino ottima cavia espiatoria per risolvere rapidamente la questione dinanzi al Visconti duce di Piacenza.

Fatto sta che Corrado sapendo della giustizia sommaria incombente sul poveraccio innocente, nella giornata successiva si presenta al cospetto del Visconti e senza giri di parole si professa vero reo colpevole del disastro, mentre ancora il contado lascia nell’aria l’acre odore di bruciato portato dal vento.

Ovvio che l’innocente è liberato ma lui Corrado Confalonieri di casata avversa dovrà pagare senza sconti quel fumoso danno: così avviene e la sua famiglia dal castello in Calendasco che lo aveva visto nascere nel 1290, provvede a risarcire della propria parte economica Corrado che così può pagare l’esosa multa ma intanto è ridotto sul lastrico insieme alla moglie Eufrosina (che i documenti d’archivio ritrovati del 1356 han mostrato esser di nome Joannina) della nobiltà dei Vistarini di Lodi.

Per farla breve: la sua famiglia gli fa una damnatio memoriae (lo cancella completamente dall’albero geneaologico dei Confalonieri) per il grave disonore che ha portato e però sappiamo che resteranno comunque fino al 1586 feudatari del posto così come la ricca documentazione storica ha messo in luce. La seconda damnatio arriverà nel 1547 quando un discendente di Calendasco dei Confalonieri parteciperà all’omicidio di Pierluigi Farnese figlio di papa Paolo III: il culto al Santo è vietato nel piacentino fino al 1600 e nuove indagini storiche lo stanno appurando.

D’un colpo Corrado è conosciuto come incendiario e rinnegato dai suoi cari: lui si ritira presso l’ospitale francigeno del borgo che ancora oggi esiste ben distinto e storicamente definito e la moglie si fa suora clarissa in città. A Calendasco è accolto nel conventino da fra Aristide che è un penitente terziario francescano assieme a pochi altri fraticelli e così dopo un anno da novizio, come voleva il regolamente del tempo cioè la cosiddetta Supra Montem papale, viene fatto frate e vestito del saio grigio e quindi continua a far servizio come ospitaliere.

Eran chiamati dai documenti del tempo “fratres de tertii ordinis S. Francisci de penitentia nuncupati” e il piccolo ospitale del borgo al ridosso del fiume Po è annoverato dagli storici francescani come uno dei più antichi fino ad ora censiti tra i tanti esistenti almeno da metà del 1200 nel territorio italiano.

Ma dopo qualche anno, si valutano almeno in una decina, Corrado ormai frate penitente effettivo, se ne parte attorno al 1325 come pellegrino diretto in Assisi e poi Roma ed anche si presume del suo viaggio alla Terra Santa stante il suo soggiorno anche sull’isola di Malta, luogo obbligato di sosta delle navi sulla rotta per la terra d’oriente.

Infine da Messina dove sbarca intorno al 1342 si incammina per la Sicilia e si dirige verso la parte orientale, quella da tempo abitata da comunità eremitiche per la conformazione propria di quelle lievi montagne rocciose ma allo stesso tempo non troppo impervie e se ne arriva a Noto.

Qui viene accolto nell’ospitale di San Martino, lui che era stato un ospitaliere nel suo paese natale, ed inizia un proprio itinerario spirituale eremitico che già era nelle sue corde come ben sappiamo.

Si ritira nella valle detta dei Tre Pizzoni netini (tre piccoli monti aguzzi) dove trova una grotta per alloggio e servita da una piccola fiumara d’acque limpide che scorrono poco lontano dal suo sobrio rifugio.

Qui resterà fino alla morte avvenuta il 19 febbraio del 1351 all’età di 61 anni e se già da vivo per le genti di Noto era diventato un esemplare uomo di fede, di carità per tutti e soprattutto un Santo per i miracoli che compì in vita copiosi tra loro, dal giorno del trapasso è stato un tripudio di incondizionata venerazione verso la sua santa persona. Di S. Corrado in questi anni sono emersi dalla ricerca piacentina in archivio, diversi e anche inediti documenti che hanno portato nuova luce sulla storia del Patrono di Calendasco da oltre quattro secoli, ed è il patronato corradiano certamente più antico di tutta la diocesi.

Il 2020 è stato l’anno centenario della nascita cioè il 730° anniversario sapendo che nacque nel 1290: si è ritrovato da tempo il Legato sancti Conradi del 1617 redatto da notaio in curia a Piacenza e controfirmato dal vescovo mons. Rangoni dove è scritto, tra l’altro, che dopo aver fatto indagini, si è certi che S. Corrado è nato nel luogo di Calendasco che da secoli era feudo dei Nobili Confalonieri, una notizia quindi di valore immenso perchè per tanto tempo, per convenzione non sapendo bene dei suoi natali lo si diceva di Piacenza ma con tanti dubbi come mostrano le lettere del 1610 spedite dai Giurati di Noto per aver chiarezza.

Se la famiglia ha certo anche domicilio in città, non da meno ne ebbe nel contado piacentino ed il ramo del Santo Incendiario è emerso chiaramente esser quello del feudo dei Confalonieri di Calendasco che aveva anche sviluppo in val Tidone; mentre la parte della casata che viveva nel contado della val Chero era imparentata ma non primaria circa il santo e i documenti rinvenuti sono molto chiari in tutto questo.

Un prova forte del legame di Noto col borgo francigeno di Calendasco vien dal fatto che nel 1907 e nel 1927 ben due distinti vescovi della Città sicula donarono direttamente alla chiesa di Calendasco reliquie insigni del Patrono: era una testimonianza del fatto che il Santo Corrado lo si riconosceva appunto nato in corpo e spirito proprio in quel castello locale e difatti dai documenti è emerso che il vescovo di Piacenza con i discendenti dei Confalonieri di Piacenza si recavano nella data del 19 febbraio a celebrarne la santa messa solenne proprio nel borgo piacentino.

Nella chiesa del paese oltre al quadro di fine XVI sec. che lo ritrae pensoso con sullo sfondo l’incendio causa del suo travaglio della vita ma anche di avere guadagnato il Cielo tra i Santi, si ammira il Santo dipinto nel 1972 dal pittore Luciano Ricchetti ed anche un’altra tela del 1700 con il Patrono che in estasi si rivolge alla Madonna col Bambin Gesù in braccio. E sotto lo scialbo delle volte sono altri affreschi della Vita di S. Corrado coperti nel 1973 con la pittura omogenea e che sono ricordati dagli abitanti del paese più anziani.

Anche l’antica statua, un tempo portata in processione, accoglie il devoto e oggi è affiancata da un maestoso e grande cilio (porta cero) devozionale lavorato e decorato che a centinaia a Noto scortano l’Arca con il Santo durante le processioni; questo cilio è stato donato dai netini nel 2015 con una grande cerimonia cui erano presenti le autorità di Noto religiose e civili, un evento che ha segnato la storia recente tra le due comunità, netina e calendaschese, che vantano l’antichità del culto patronale e i luoghi della vita storica.

Tra i miracoli indiscussi che sono ricordati e testimoniati quello della comparsa nella sua grotta del pane: appariva caldo e in piccole pagnotte ed anche il vescovo di Siracusa (cui Noto al tempo era soggetta) fu colpito “in diretta” da questo miracolo.

Infatti era andato a trovarlo, là tra quella valle impervia, quasi per fare una indagine su questo strano eremita, un personaggio che si diceva tra il popolo esser miracoloso, una probabile inquisizione che si trasformò nello “strabuzzare gli occhi” - dicono le fonti antiche - di quel vescovo nel veder tal prodigioso evento avverarsi lì davanti!

Tanti sono certo i miracoli che fece in vita e dopo morte e non pochi ancora oggi possono essere riscontrati senza dubbio tra i devoti che a Noto e non solo possono raccontare di una grazia ricevuta per eventi drammatici di salute o altro e una omelia a stampa di oltre un secole fa ricorda come S. Corrado salvò Calendasco dalla furia delle acque del Po in piena!

E’ nella cattedrale della città di Noto che il Santo Corpo viene custodito da secoli e venerato in modo esemplare: nella valle dei Miracoli un santuario oggi ingloba la grotta in cui visse e morì S. Corrado e quel luogo conserva effettivamente una solenne aurea mistica.

La terra piacentina e quella sicula sono quindi unite dal Santo in un connubio storico e religioso che è una delle radici per coltivare la memoria di personaggi unici e che restano certamente come orgoglio locale da trasmettere alle nuove generazioni perchè la storia umana è ricca di sorprese.

Umberto Battini

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