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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Sciascia racconta Sciascia. Stimolante conferenza alla biblioteca comunale

Raccontare quarant’anni di vita letteraria e politica attraversati e segnati da Leonardo Sciascia è impresa ardua ma piacevolmente compiuta dal piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

Raccontare quarant’anni di vita letteraria e politica attraversati e segnati da Leonardo Sciascia - una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo: scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo, poeta, politico, critico d'arte, insegnante, spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo – è impresa ardua ma piacevolmente compiuta dal “Piacentino di Sicilia” Carmelo Sciascia che i nostri lettori seguono nei saggi pubblicati nel suo blog “Libertà di Pensiero”. L’occasione del viaggio attorno alla figura di Leonardo Sciascia è stata la conferenza organizzata dal Comitato Piacentino della Dante Alighieri nel Salone monumentale della Passerini Landi, dalla quale riprendiamo ampi stralci.

Scrive Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Il paese siciliano di Leonardo Sciascia (ed anche di Carmelo) è Racalmuto, che pur distando solo 20 km dalla costa, può essere considerato come un paese dell’entroterra dell’isola. Qui, nel cimitero sarà seppellito Leonardo Sciascia (Racalmuto 1921 – Palermo +1989). Sciascia, diversamente da Pavese, nel suo paese ci sta tranquillamente, soprattutto in contrada Noce, dove continua spesso a ritornare per scrivere, da Caltanissetta prima, da Palermo poi. Lo scrittore ha ispirato e dato il titolo a un giornale locale “Malgrado tutto”, che ha permesso a una generazione di giovani di crescere e formarsi, un nome tra tutti lo scrittore e giornalista Gaetano Savatteri, in questo foglio hanno scritto autori come Bufalino e Consolo, nonché giornalisti ed opinionisti di fama internazionale.

Sciascia mantiene costantemente i rapporti con il paese e della vita del paese sa tutto, ad informarlo provvedono gli amici. Lo scrittore si vedeva, di tanto in tanto d’estate soprattutto, passeggiare in paese attorniato da amici. Schivo nell’intraprendere discussioni, amava ascoltare “chi si dici?” era solito chiedere.

Qualche volta, ha ricordato Carmelo, l’ho incontrato a Palermo, durante gli anni universitari, mi ricordo in particolare una discussione che riguardava il caso Majorana. Era uscito in quei giorni La scomparsa misteriosa di Majorana, nel ’38. Italiano e siciliano, Majorana era italiano per il ruolo e la rilevanza scientifica avuta nel gruppo dei ragazzi di via Panisperna a Roma, siciliano per il particolare carattere solitario e solipsista, tipico di molti intellettuali isolani. Di Ettore Majorana, solitario ed autonomo rispetto al gruppo di via Panisperna, così Sciascia: “come tutti i siciliani buoni, come tutti i siciliani migliori. Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca)”. La tesi del libro adombrava la possibilità che il Nostro avesse intuito la formula della costruzione della bomba atomica ed avesse colto la drammaticità delle conseguenze nefaste per l’intera umanità. Personalmente condividevo la tesi che la scomparsa dello scienziato potesse essere utilizzata come denuncia delle responsabilità della scienza quando si mette al servizio del potere; non condividevo invece l’idea che realmente Majorana fosse giunto alla possibilità di costruire una bomba atomica e di coglierne le conseguenze. Questo perché nel ’38 mancavano ancora dei passaggi a livello teorico, senza i quali l’atomica era impensabile (tesi tra l’altro sostenuta dal nostro fisico di Carpaneto Edoardo Amaldi).

A Sciascia aveva pesato l’esperienza di consigliere comunale a Palermo nel 1975, come quella parlamentare alla Camera nel 1979. Se gli anni ’60 sono stati caratterizzati dall’impegno della lotta alla mafia testimoniato dai libri “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, gli anni ’70 sono stati quelli dell’impegno politico: “Il Contesto”, “Todo Modo”.

Duro il suo giudizio sul ’68 (da me completamente non condiviso), una generazione accusata di velleitarismo, come negativo il giudizio sull’operato di Danilo Dolci in Sicilia. Sciascia e Pasolini, legame che è stato studiato ed approfondito in diversi Convegni ma che merita uno studio continuo ed un’analisi sempre più particolareggiata, per le notevoli affinità: entrambi hanno rappresentato la coscienza critica della società italiana e del sistema politico tout court. Hanno dimostrato, pur con sfumature diverse, come incisivo era e doveva essere il ruolo dell’intellettuale, di là da qualsiasi organicità di gramsciana memoria.

Tutto ciò per sottolineare il fallimento della politica, che sosteneva Sciascia esserci, soprattutto nel campo della giustizia. Vedasi al riguardo “Porte aperte” che ad un giudice racalmutese si ispira: il giudice Petrone, che fino al ’69, anno della sua morte, veniva a villeggiare da Palermo, dove aveva esercitato il ruolo di giudice, in campagna a Racalmuto.

Così come la politica falliva miseramente a livello nazionale con l’uccisione di Aldo Moro, a distanza di qualche anno falliva miseramente nel suo paese, dove mancanza di lavoro e di qualsiasi prospettiva generava stragi nelle piazze, che stavano lì come atto d’accusa, a dimostrare ancora una volta, ce ne fosse stato bisogno, che Racalmuto non è mai stato il paese della ragione, come qualcuno l’ha definito, ma diversamente quanto “sia lontana la realtà di questo paese dalla verità e dalla giustizia, quindi dalla ragione”.

Aldo Moro era stato ucciso nel ’78, nello stesso anno a caldo Sciascia scriveva “L’affaire Moro” libro che come egli stesso ebbe a dire potrebbe anche esser letto come opera letteraria, ma sappiamo bene che in realtà l'autore lo ha vissuto come "opera di verità". Basta leggere la relazione di minoranza della Commissione parlamentare d'inchiesta, cui fece parte, che potremmo riassumere nell’ironica affermazione che “Le Br sono italiane ma funzionano perfettamente”.

Nell ’82, l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (che non è stato l’ispiratore del Capitano Bellodi de Il giorno della civetta). Nell’87, la polemica ancora attualissima sui professionisti dell’antimafia (vedasi il recente caso Montante di cui tratta il giornalista Bolzoni nel suo libro “Il padrino dell’antimafia”). In seguito si assiste all’elezione di Meli a Capo dell’ufficio Istruzione di Palermo nel gennaio 1988, che di fatto smantella il pool antimafia, annullando il lavoro intrapreso, prima da Chinnici e poi da Caponnetto che in proposito affermò: "Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell'Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto".  Alcuni anni dopo, precisamente nel ’92, a Palermo, Falcone e Borsellino salteranno in aria.

Tutto l'impegno politico e tutta l’opera letteraria si può riassumere in due parole, ci suggerisce Emanuele Macaluso (suo amico dai tempi di Caltanissetta e dirigente del P.C.I.): "giustizia e verità". Ed aggiungo io, cosa non c'è oggi di più attuale quale urgenza politica e culturale? Sciascia ha continuato a scrivere sempre fino alla fine dei suoi giorni su fatti di mafia e di giustizia. Basti pensare che il suo ultimo libro “Una storia semplice” è stato pubblicato proprio il giorno della sua scomparsa!

Si può dire, a questo punto che il cerchio si chiude: scrittore di gialli che parlano di mafia, mafia ancora arroccata ad una realtà rurale e di piccoli appalti, finisce con l’essere scrittore di mafia a noi più vicina: quella del traffico di droga e del trafugamento di opere d’arte.

A coronamento della appassionante esposizione di Carmelo Sciascia è seguita la proiezione del lungometraggio ''Il sogno della ragione: appunti per un viaggio intorno a Sciascia'' realizzato nel 1992 dalla giornalista Maria Pia Farinella con la regia di Franco Matteucci. Ha terminato l’incontro il presidente della Dante piacentina dottor Roberto Laurenzano che ha commentato alcuni pensieri di Leonardo Sciascia, tra questi ha riportato testualmente  il seguente:

“Ho dovuto fare i conti da 30 anni a questa parte, prima con coloro che non credevano, o non volevano credere all'esistenza della Mafia, e ora con coloro che non vedono altro che"mafia" dappertutto. Di volta in volta in volta sono stato accusato di diffamare lo Sicilia, e altre volte di difenderla! I Fisici mi hanno accusato di vilipendere la Scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza-Dio, e così via. Certo: non sono infallibile; ma credo proprio di aver detto delle inoppugnabili Verità Ho 67 anni (n.d.r.: siamo nel 1988), ho da rimproverarmi tante cose, ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, con la vanità e con gli interessi personali”.

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