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Luoghi e lavoro / Ferriere

Il sociologo: «Alla montagna piacentina serve manodopera, con lo smart working non c’è salvezza»

La vita in città e provincia nell’analisi di Giampaolo Nuvolati, docente e sociologo urbano alla Bicocca e pendolare del fine settimana in Valdaveto: «Piacenza trent'anni fa era un paesone, ora realtà più complessa»

«Da qualche tempo le città di medie dimensioni stanno assorbendo i problemi delle grandi. E le realtà rurali più piccole non hanno bisogno di abitanti qualsiasi, ma di residenti che si prendano cura del territorio». Il piacentino Giampaolo Nuvolati, docente di sociologia urbana all’Università Bicocca di Milano, da trent’anni è direttore della rivista “Città in controluce”.

Sessantaquattrenne, da cinque vive a Milano, dopo quarant’anni di pendolarismo in treno. Nel fine settimana trascorre il tempo libero a Tornarezza di Ferriere, una piccola frazione della Valdaveto. Lo abbiamo interpellato, intervistandolo in questa località di montagna, proprio per approfondire il rapporto con i luoghi nei quali si vive e si lavora.  

  • Professore, le città sono sempre più care, con problemi di sicurezza, ordine pubblico, decoro, pulizia, traffico e inquinamento. Ma rimangono una calamita per nuovi abitanti, e aumentano la propria popolazione. Come mai?

Le opportunità di lavoro guidano le persone. Se ci fossero attività lavorative sufficientemente redditizie in montagna, vivrebbero anche qui. Ma le maggiori opportunità ed esperienza di crescita sono in città, perciò si fanno tutti gli sforzi possibili per rimanere a vivere in case piccole, costose, sopportando a malincuore il traffico. A Milano, ad esempio, arrivano frotte di trentenni single che scommettono su loro stessi. Vengono in una fase particolare della vita, quando vogliono fare carriera. Abitare a Milano cambia la vita, ma si può farlo quando sei in una condizione che te lo consente.

  • È comprensibile vivere in una realtà quasi al di sopra delle proprie possibilità? In certi casi tutto lo stipendio se ne va tra affitto, mutuo e altri costi.

Per un numero sempre più alto di persone, rispetto al passato, non è fondamentale “avere un lavoro”, ma avere quello che “ci piace e ci fa realizzare”. Anche se mi brucio tutto lo stipendio, faccio qualcosa che mi realizza completamente come professionista e come persona, invece di avere un’occupazione nella quale “non vedo l’ora di finire per andare a casa”. Partendo dal presupposto che a Milano tutti gli stipendi dovrebbero essere più alti che a Piacenza, in una grande città ho più ambizioni, possibilità di fare carriera, di svolgere un’attività che mi dà piacere. La città mi offre la chance, c’è però un prezzo da pagare e io accetto questa scommessa. A Milano puoi trovare lavoro nella cultura, nella moda, nella comunicazione. E spesso la tua vita e il lavoro combaciano. Ma si può fare una scelta di vita diversa, accettare un lavoro che piace meno, o con un stipendio inferiore, vicino a casa, se si preferisce la vita di provincia.

  • La città di Piacenza come viene vista da Milano? Solitamente nel confronto spicchiamo come “un luogo più a misura d’uomo”.

Sì, sicuramente è più tranquilla, con un costo della vita inferiore, dove il cibo ha un valore. Però un po’ tutte le medie città di provincia sono così. Piacenza trent’anni fa era un paesone dove ci si conosceva tutti. Ora è diventata più complessa, infatti molte famiglie preferiscono vivere nei comuni della cintura urbana, perché ritrovano le dinamiche delle piccole realtà, ma avendo tutti i servizi a disposizione e il lavoro (in città) vicino. 

  • E lei come vede Piacenza? Per molti non è più l’isola felice che era.  

Da qualche tempo le città di medie dimensioni stanno assorbendo i problemi delle grandi: la presenza massiccia di immigrati, le piccole forme di criminalità, l’inquinamento. Ovvero fenomeni globali che modificano gli stili di vita. È un’onda lenta che crea sofferenze, perché questi temi prima non si conoscevano. Piacenza, da ex isola felice, si confronta con problematiche di vasta scala e in futuro questi fenomeni interesseranno sempre più fasce ampie di popolazione.

  • I conflitti nelle città sono diversi. Uno degli ultimi sul quale si è soffermato?

Il mio maestro, Guido Martinotti, nel 1993 scrisse che “le città non sono più degli abitanti, ma dei turisti e dei pendolari”. Il Comune di Milano ha 1,3 milioni di residenti, ma nelle ore del giorno quasi raddoppiano. La città è “consumata” da chi viene, non da chi la abita. Nascono dei conflitti tra “chi vive in città” e “chi la usa”, perché c’è l’inflazione, gli spazi da fruire non sono sufficienti, i servizi non danno risposte a tutti e si parla più inglese che italiano in certi ambienti professionali. E c’è il tema dello “spillover fiscale”. I cittadini pagano Imu e varie tasse, gli altri quasi nulla, solo il biglietto della metro. È per questo che Venezia ha preso una decisione drastica come il ticket e molte città fanno pagare una tassa di soggiorno.

  • Da Milano ogni weekend raggiunge la Valdaveto. Un bel salto. Cosa offre questa zona?

Pace, tranquillità, facilità nei rapporti con il territorio e nuove relazioni. Tornarezza è un rifugio per due giorni alla settimana o in estate. Sia chiaro: sono un “tipo urbano”. Prima di conoscere mia moglie (è lei originaria di questa piccola frazione), al massimo ero stato in Trebbia a Marsaglia. Dopo due giorni qui ho il desiderio di tornare alla mia vita metropolitana. Non riuscirei mai a vivere in montagna tutto l’anno. E non è detto che le relazioni siano migliori qui. In montagna - come in ogni piccola realtà - c’è un forte controllo sociale. Tutti rendiamo conto agli altri, viviamo una vita sotto agli occhi di tutti. Per qualcuno può essere soffocante. La città rende più liberi, posso essere quello che sono senza rendere conto agli altri. In città si possono esprimere più facilmente aspettative, orientamenti, desideri.

  • Non nota un risveglio dei piccoli borghi? Conosco diverse famiglie che scappano dalle realtà urbane per trasferirsi in zone rurali.

La gente scappa dalla città per svolgere prevalentemente una professione a domicilio. Questa però non è la soluzione né per il borgo, né per le persone stesse. Perché il borgo non ha bisogno di intellettuali, ma di gente che lavora la terra, che la coltivi, la tenga pulita, che allevi gli animali. La montagna resisterà solo se ci saranno persone che la curano. Se tutti vengono qui per lavorare in smart working, non c’è salvezza. I campi non sono lavorati come una volta: tra un po’ la natura selvaggia prenderà piede e ne pagheremo le conseguenze. Ci vuole una forza lavoro che s’impegni. Ma lo dico anche per lo stesso lavoratore intellettuale, che dovrebbe sentire la necessità delle relazioni urbane. Non può venire qui e rinnegarle, non riuscirà a fare il suo lavoro al meglio.

  • Tra trent’anni come s’immagina Tornarezza, la Valdaveto e queste zone di montagna?

Il problema non è “chi vivrà qua”. Ma chi curerà questa zona. Ci saranno sempre meno abitanti a prendersene cura. Il figlio del contadino raramente vuole ripercorrere le orme, qua è sempre più dura creare un’economia legata alla terra. Quando a Tornarezza, speriamo il più lontano possibile, non ci saranno più boscaioli e agricoltori, chi si occuperà del territorio? Quello che lavora tutto il giorno al computer? Non riesco ad immaginare un futuro in questa frazione senza alcune persone imprescindibili, che puliscono la strada dalla neve e garantiscono i servizi. Sto dicendo questo, anche se un sociologo dovrebbe soffermarsi solo nel valutare il presente.

  • Perché dice così?

Tante previsioni si sono rilevate sbagliate. Alvin Toffler, negli anni ’70, sostenne che la tecnologia ci avrebbe permesso di rimanere a vivere e lavorare nel nostro “cottage”, immersi nella natura. Sbagliò completamente, perché la tecnologia nel tempo è diventata leggera, il computer e lo smartphone sono agili rispetto al passato, ci seguono negli spostamenti e ci incentivano a muoverci nello spazio.

  • In questo contesto quindi lei non è un abitante attivo?

Io, come un lavoratore in smart, sono qui come un turista, perché do un contributo molto modesto a questo territorio. Ovvero: non lavoro la terra e non taglio la legna, non contribuisco alla manutenzione. Il mio unico sostegno è pagare le tasse. Qua c’erano tantissime persone che si davano da fare, sostituite da poche. Salveremmo la montagna solo riportando manodopera. Il numero di presenze nel weekend, in estate o il numero di lavoratori in smart working, è ininfluente. 

  • Lei ha tre luoghi del cuore: Milano, Piacenza, e Tornarezza. Che rapporto c’è tra loro?

È meraviglioso e allo stesso tempo impegnativo avere tre luoghi. A Tornarezza vivo la pace e la bellezza dei paesaggi. A Piacenza coltivo la memoria, la mia storia, le amicizie. E Milano è il luogo più stimolante. I luoghi sono comunque importanti, hanno un’anima, ti parlano. Il “genius loci” lo si avverte eccome. Cerchiamo di attaccarci ad essi, ad avere un’intimità con i luoghi. E fa parte dell’essere umano frequentarne di più, non rimanere attaccati soltanto ad uno. Appartenere ad un luogo specifico come l’abitazione è un sentimento naturale. Ma gli uomini, come i “guerrieri”, apprezzano molto di più la propria casa dopo essere stati in giro tutto il giorno a “fare battaglia”. Se stai in casa tutto il giorno, ti annoi. A me viene da esclamare “finalmente torno a casa” quando sono stato in giro dal mattino alla sera, per ritrovare la pace dopo la tempesta, dopo una discussione sul lavoro, dopo un casino, dopo un disguido. Non l’apprezzerei così tanto se stessi sempre lì in quei metri quadrati. È il “ritorno del guerriero”.

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