Sos per il dimenticato mulino bianco dei Cerri a Ferriere

Una testimonianza del passato che chiede un sollecito intervento di salvataggio

Oltre alla “Madonna che venne dal nulla” - l’obiettivo fotografico di Sergio Efosi, alias Sergio Valtolla, blogger, ricercatore di storia locale, che documenta nei suoi blog “Valtolla’s blog” e “Valdarda’s blog” con immagini che attraverso la sua sensibilità e la sua tecnica sanno restituire la bellezza degli ambienti fotografati – ha messo a fuoco quel che rimane del “Mulino Cerri”.

Al turista che giunto a Rocca di Ferriere per una passeggiata o per gustare le specialità della trattoria "Le Querce" della famiglia Fumi, consigliamo di parcheggiare l'auto nei dintorni della piccola chiesa situata alla quota di metri 824, dedicata a San Cristoforo (dove nell'interno è conservata una statua tardo settecentesca della "Madonna Addolorata), per poi proseguire a piedi per una decina di minuti per attraversare il nucleo abitato di Cerri, caratterizzato da case in sasso costruite nei secoli scorsi, tra le quali quella di Antonio Martini, che, come indica la pietra sopra la porta d'ingresso, risale al 1823. Appena superata la fontanella con l’effige della Madonna, deviando sulla destra un sentiero scende per un centinaio di metri; guadato senza troppe difficoltà un torrentello, ci si trova inaspettatamente di fronte ad una piccola suggestiva diroccata costruzione in sasso, una miniatura incastonata nel verde; l'incontro che si materializza come un racconto dei nonni è con l'antico «Mulino dei Cerri». La sua origine risale ai primi decenni del 1800 quando già i genitori di Giacomo Cerri, nato nel 1849, vi svolgevano l'attività molitoria.

La forza motrice era assicurata da una deviazione del corso d'acqua che ancora scende da Lago Moo; canalizzata riempiva un invaso interrato dal cui fondo l'acqua defluiva per alimentare due docce in tavolato che si riversavano sulle ruote di legno. Il movimento rotatorio così prodotto si trasmetteva nel ventre del vecchio edificio di pietra ove muoveva gli ingranaggi facendo ruotare una sopra l'altra le due mole orizzontali tra le quali scorrevano le granaglie. Si macinavano i cereali coltivati nei piccoli campi della zona: frumento, granoturco, orzo e segale. Le canalizzazioni esterne sono ormai scomparse ma le strutture operatrici interne sono ancora visibili, sebbene in progressivo deterioramento.

Causa la modesta capacità produttiva, l'opificio era soprannominato "Il mulino della Farfanfalla” e si diceva che quando «c'era l'acqua non c'era la grana» intendendo porre l’accento sul fatto che la ruota girava con forza d'inverno quando la «domanda» era pressoché nulla. A pieno ritmo le due macine lavoravano a stento 200 chili di cereali per giorno, e i clienti, le 75 famiglie della zona erano costantemente in lista d'attesa. Il corrispettivo della macinazione era pagato in natura; negli anni dell'ultima guerra la tariffa oraria era fissata per decreto pubblico in 6 lire al quintale. I Cerri però si accontentavano di 4 lire e mezza.  Questi ricordi ci erano stati forniti anni fa da Giovanni Cerri incontrato a Milano in viale Padova nel negozio di piante verdi e di sementi del figlio Michele. Giovanni era nato a Parigi da Domenico e Maria Toni emigrati da Rocca. Erano stati i nipoti a continuare l'attività molitoria sino agli anni cinquanta del secolo scorso quando l'esodo degli abitanti e le nuove fonti di energia, avevano reso l'attività antieconomica sconfiggendo ogni ragione affettiva.

Il mulino dieci anni fa e com'è oggi

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