Venerdì, 19 Luglio 2024
Tradizioni / Porta Galera / Via Tibini

Un angolo della vecchia Piacenza che resiste: la Trattoria dell'Angelo è Bottega Storica

Un’aria antica, popolare, autenticamente piacentina in duecento anni di storia e svariate gestioni

Finalmente - ed era doveroso - è arrivata l’iscrizione per l’Antica Trattoria dell’Angelo di via Tibini (nome di origine sconosciuta, dicono le antiche guide ndr)  nell’albo delle Botteghe Storiche di Piacenza. Un riconoscimento opportuno che giunge grazie anche alla sensibilità dell’assessore allo sviluppo commerciale Simone Fornasari (e agli uffici competenti), dopo la presentazione della necessaria documentazione storica per un’osteria-trattoria che può vantare duecento anni di vita, sempre nella medesima ubicazione e nel cuore di Porta Galera.

«In queste mura - commenta il titolare Matteo Castignoli - si respira un’aria antica, popolare, autenticamente piacentina e noi in questi 25 anni dopo aver rilevato l’attività abbiamo sempre cercato di proporre l’humus enogastronomico locale con la dovuta attenzione ai prodotti del territorio e alla qualità. Ci vuole cuore, passione per fare questo mestiere e io con il mio staff, ho sempre cercato di ottemperare a queste finalità».

Per fare l’oste in una città di chiese, caserme e appunto di osterie (pare che fossero oltre cento) occorre da sempre una “ruvida gentilezza”, poi passione e tanta pazienza. Intanto è necessario compiere un piccolo sforzo mentale e ritornare con il pensiero ad almeno un secolo fa in una qualunque via all’interno delle mura cittadine, nelle città dei nostri bisnonni, comunità povere, dove però emergeva con forza il profondo senso di solidarietà sociale che univa gli abitanti delle singole borgate, con una indigenza quasi stoica ma sempre dignitosa sovente sopportando la fame perennemente in agguato.

Ci si doveva arrangiare in ogni modo: i padri al lavoro, le donne in casa non solo per i lavori domestici ma ad arrotondare le entrate con piccole attività artigianali e i bambini in giro per le strade (lo immaginate adesso…?), nei campi, sul fiume (le loro fucine di vita), tutti presi nell’abbagliante incanto della giovinezza che faceva apparire bella ed avventurosa ma anche un’esistenza di stenti. Già dal primo mattino non mancavano mai gli avventori che venivano a consumare la colazione. Si sedevano al tavolo, ordinavano un quartino ed imbandivano il loro angolo con un pezzo di pane (ne più ne meno l’antica colazione medievale dei poveri, ma al posto del pane c’erano gallette e scarsi avanzi della cena) mentre per companatico (altro che Mulino Bianco) scartavano un po’ di gorgonzola, salume di poco prezzo (ciccioli, mortadella o pancetta) o una fetta di merluzzo fritto miracolosamente scampato alla famelica cena della sera. Questi erano pauperistici spuntini consumati per lo più in misere taverne.

Diverso il discorso per la maggior parte delle osterie ubicate nelle vie principali o situate in luoghi che fin dall’alba erano caratterizzate da pieno fermento lavorativo:  mercati della frutta, Consorzi, stazioni ferroviarie, vie limitrofe ai fiumi dove si caricava sabbia e ghiaia sulle barre (carri). Nelle cucine si sfornavano piatti ben differenti per gli affamati avventori: uova sode con insalata, polenta con ciccioli, cotechini fumanti, salsiccia in padella o carne in umido. Nel Piacentino, e in altre rare zone d’Italia, era molto apprezzata la trita di cavallo in umido, servita nel suo sugo rosso al pomodoro, con gli appetitosi pezzetti di peperone che aggiungevano alla carne dolciastra dell’equino quel tocco di profumo e sapore particolare.

Naturalmente così pantagrueliche e poderose colazioni si potevano spiegare solo con il tipo di vita e di attività che questi uomini conducevano: d’inverno all’alba avvolti solo da un ampio tabarro e dal cappello cominciavano a scaricare sacchi e sacchi di merci o avevano già compiuto chilometri con i loro carri dopo averli precedentemente riempiti. Era dunque un’esistenza che richiedeva un apporto calorico di gran lunga superiore a quello necessario alle nostre generazioni abituate a spostarsi in automobile, a vivere in ambienti riscaldati e a compiere lavori assolutamente sedentari.

L’Angelo, durante la sua lunga esistenza di circa 200 anni ha cambiato ovviamente, numerosi gestori. Citiamo Oreste Lentoni e Giovanna Vaccari (anni Venti-Quaranta) che servivano ottimi vini di Ziano. Il locale, composto allora da due ampie sale comunicanti, una cucina ed un vasto cortile, raggiunse particolare notorietà negli anni Cinquanta durante la conduzione del noto Giulio Gherardi detto Palàn, soprannome che aveva ereditato dal padre. L’osteria proponeva in quegli anni, oltre al vino, anche piatti “veloci” per colazioni e merende dei famelici avventori, soprattutto facchini che avevano addirittura il loro recapito in un bugigattolo ubicato nel cortile.

Nomi noti nell’ambiente: Pirèi, Baciòn, Lasaròn, Vanèi al Varulòn (per il volto butterato dal vaiolo), al Gnàna Cristalli. Essendo così vicina alla stazione ed ai Molini Rebora (dove sorge il grattacielo) era punto di ritrovo di facchini che qui venivano a mangiare e bere. E  qui si ritrovano anche i primi storici camionisti, “i sefòr” (dal francese chauffeur), che al sabato, al ritorno dai loro lunghi viaggi in giro per un’Italia ancora senza autostrade avevano “dal Palàn” il loro punto di ritrovo.

«E’ dalla fine del Settecento che tra queste mura si è sempre mangiato e bevuto, e qui - ribadisce Matteo - si sono sempre susseguite gestioni familiari. Noi proprio quest’anno festeggiamo i 25 anni da quando nel 1998, gestisco la trattoria. Una lunga storia di cui restano le tracce nel menù. Le nostre proposte sono sempre rispettose della tradizione con prodotti tipici di qualità: una vera e propria missione, portata avanti anche in anni non facili nei quali pur con le dovute modifiche cerchiamo di mantenere la tradizione, per esempio con le cene a tema, dedicate a diversi piatti sempre della nostra tradizione, ma più difficili da trovare nei soliti menù, come ad esempio, la bomba di riso al piccione, polenta e merluzzo, trippa lumache, rane e, nella stagione, maialata».

Anche il locale, grazie agli investimenti di Matteo è stato completamente restaurato recuperando le antiche cantine a volta. Insomma si respira veramente un’aria antica, anche se l’humus della borgata, la sociologia che la caratterizzava è profondamente mutata. Ma è un angolo della vecchia Piacenza che resiste, celebrato anche dalla suggestiva annuale “mangiӓda in si sass” di cui l’Angelo (ovvero Castignoli) è attento regista. Un riconoscimento dunque che premia un “pezzetto di storia minore” della nostra città di cui dobbiamo, ancora essere fieri, ma sempre “volando bassi…”.

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