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La storia

Un tempo per aprire una bottega da macellaio si attendeva la Pasqua

Gli statuti dei macellai di Piacenza del 1773

La corporazione dei macellai è anch’essa derivata dal medioevo, ma ha un valore storico ben notevole lo “Statuto dell’Arte dè Macellai della città di Piacenza” edito nell’anno 1773 dalla stamperia ducale “Bellici Salvoni”.

Sono stati divisi in 15 capitoli di regole dettagliate ed uno aggiunto alla fine “dal Governo” e l’originale è in Archivio di Stato di Piacenza, porta la firma autografa di Ferdinando di Borbone, stabilito in Parma.

Li abbiamo letti dal volume dello storico Emilio Nasalli Rocca edito a Milano nel 1955 relativo ad una raccolta di Statuti piacentini antichi. Si inizia con il ricordare che chi ha “aperta bottega da Macello ed esercita detta Arte” dovrà iscriversi al Paratico cioè l’associazione (da notare che le maiuscole sono nel testo originale). Al capitolo V si fa obbligo di assumere con relativo stipendio un Corriere (messo) che “dovrà portare gli avvisi a tutti gli individui di detta Arte”, ogni decisione del Paratico deve esser messa in pratica da tutti.

Da quel 1773 ogni nuovo macellaio, che va ricordato oltre a vender la carne appunto doveva anche macellarla, dovrà avere “un capitale di lire seimila per la compra di Manzi, Vitelli e altro...”.

Se il macellaio muore “tutti li Discendenti” hanno diritto “di continuare nell’Arte” senza dover iscriversi nuovamente e quindi senza versare nessuna tassazione.

Curiosissima regola: “Nessuno dè Macellai... potrà aprire Bottega se non nel tempo della Pasqua di Resurrezione” e se durante l’anno la chiude, si fa presente che non potrà riaprirla fino alla Pasqua dell’anno seguente.

Come anche ai nostri giorni, ogni animale prima di essere ucciso e macellato, per vedere che sia sano, sarà sottoposto alla “ispezione del Sig. Vicario Urbano” (l’ufficiale ducale veterinario del tempo) e uguale cosa succede in tutto il territorio piacentino.

Ci sono due tipi di macellai a Piacenza: i “Mastri ed i Soriani” ed ognuno ha delle regole proprie: il Mastro può macellare soltanto “Manzi floridi, Vitelli da latte, Castrati Verasi” ed invece i Soriani “Bovi, Vacche, Capre, Pecore, Montoni, Agnelli”.

Se per caso i Soriani saranno sorpresi a vendere “Carni da Vitello da latte” pagheranno una penale esosa cioè ben “dieci scudi d’oro”.

Ad ogni inizio d’anno nuovo al “Console” del paratico (colui che era eletto a reggere la corporazione) i soci “Mastri e Soriani” devon consegnare una “Nota dei loro Capitali” per esser certi che possano acquistare le bestie.

Si fa anche presente che è obbligatoria “la licenza di poter far carne nel luogo dove egli esporrà di voler fare Macelleria o Osteria per vender carne” e si ribadisce che “senza licenza non sarà permesso a chicchessia di far Carne Venale o aprir Bottega di Macelleria sotto pena di tre Scudi d’oro per ogni bestia”.

Interessante il capitolo XII: “qualunque Tagliatore, Pesatore, Garzone” sia stato sorpreso a rubare “Carne, Danaro, Arnesi o qualunque altra roba al suo Padrone” come giusto “sarà immediatamente licenziato” ma oltre a dover risarcire il danno subirà anche “le pene comminate dalla Legge”.

Quale protettore dei macellai di Piacenza si fa presente che è “Sant’Antonino martire” al quale si farà una offerta in denaro e cera per la sua festa oltre ad una offerta in denaro “all’Ospital Grande di Piacenza” nel secondo giorno dopo Pasqua.

Ma ecco la sorpresa trascritta dagli originali: “l’Arte dei Macellai di Piacenza riconosce per suo spezial Protettore San Rocco” e nella chiesa del Santo (oggi in via Legnano) faranno festa grande pagando parte delle spese per organizzarla.

Si conclude ricordando “la cauta obbedienza e non trasgredire l’osservanza di detti Statuti”, si ricorda ancora che “nel Serraglio delle Beccarie” tutti i macellai non potranno introdurre sorta di bestie se prima non “visitate ed approvate dal Sig. Vicario Urbano”.

E per ultima cosa si ricorda che, per norme di igiene, “non potranno vendere carne o macellare bestie d’ogni sorta fuori dalla propria Bottega”, quindi segue la firma d’approvazione del duca Ferdinando di Borbone-Delle due Sicilie ed anche quella del Governatore di Piacenza “Sig. Don Giacomo Campagna”.

Avere dei macellai piacentini devoti di Sant’Antonino e San Rocco è curioso ma molto significativo dell’importanza dei Patroni ai quali ci si affidava seriamente, mettendolo per iscritto in carte ufficiali di Stato.

Sembra banale e noioso leggere di Statuti di qualche secolo fa eppure c’è sempre qualcosa che sorprende, che fa riflettere e ci convince che le nostre radici storiche non vanno mai date per scontate.

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