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Lunedì, 4 Marzo 2024
La storia / Castell'Arquato

Una legge regolava il limite di velocità a Castellarquato già nel 1445

Dagli statuti di Castellarquato leggi civiche esemplari per l’oggi

Riprendiamo a scorrere nelle pagine degli Statuta Castri Arquati del 1445. Si rifanno a quelli del 1350 e stampati nel 1876 per la cura dello storico Bernardo Pallastrelli.

Una legge fa ben presente da subito, che in “Maioris Ecclesiae nuncupatae plebis dicti Castri” (nella Chiesa Maggiore che è detta Pieve di Castell’Arquato) si farà festa solennissima “in Assumptione” della Vergine Maria. Nella messa si ricorderanno “animarum omnium defunctorum” di tutto questo luogo, un bel gesto di pietà religiosa, che le autorità per prime mostravano verso il popolo locale facente parte del feudo.

Il borgo ha pure “sex Sapientibus juratis” che partecipano al Consiglio generale e per precisione sono “duobus pro qualibet porta” (due per ogni porta d’accesso) e gli accessi erano tre: Porta Soprana, Porta del Sasso e Porta di Monteguzzo. Solo da qui si entrava o usciva da Castell’Arquato ed ovviamente, come usava nel medioevo, dopo il tramonto questi accessi erano chiusi e custoditi da uomini in armi.

Una legge prevede che “causa veritate investigandi” il Vicario del Podestà possa andare direttamente sul luogo dove siano avvenuti “rumoris vel rixae seu malefitiis” cioè clamori, proteste (rumoris) lotte, contese, risse (rixae) delitti o misfatti (malefitiis). Una vera e propria indagine investigativa per non dover poi solo saper il fatto da testimoni.

Si avranno anche “quattuor Currerios” (quattro corrieri cioè messaggeri) che infatti si occuperanno, di far “ambaxiate” (annunci) “praecepta” (consegna di ordini) e alcune varie altre incombenze e “dicti Currerii habeant zafardam” cioè come segno distintivo la zafarda che è un cappuccio particolare, corrieri con uno stipendio fisso.

Una legge regola il limite di velocità già a quel tempo: si precisa, nel bel testo in latino, che sono successi molti incidenti a causa di cavalli veloci in corsa e “quibus multi pueri, et etiam homines mortui sunt” (per questo molti bambini e molti uomini sono morti travolti).

Si proibisce che nessun “cives” oppure forense abitatore delle terre di Castell’Arquato o qualsiasi altra persona “praesumat currere” (pretenda di andare al galoppo)  con qualsiasi equino “equum vel equam” (cavallo o cavalla) “asinum vel asinam”.

Chi ucciderà chiunque travolgendolo con cavallo, asino, carro, carretto “puniatur secundum iura communia” inoltre nel Borgo e nel territorio è proibito “sagittare cum balestra vel arcu” cioè non si posson scagliare frecce con balestra e arco, armi molto comuni ed in uso anche solo per andare a caccia. Ovviamente per ogni infrazione c'è una lauta multa in denaro da versare nelle casse locali.

Una legge riguarda chi farà “rixa vel scandalum vel quaestionem” con armi “super plateam” (nella piazza principale) ed anche nel “palatio Communis” cioè dentro al palazzo del Comune.

Ce n’è anche per chi ha una taverna: “nullus tabernarium, vel tabernaria vendat vel permittat vendere vinum” (nessun tavernario, oste, venda vino) dopo il suono delle campane “post sonum campanae” che rintoccano alla sera e chiuda subito la taverna.

Il Podestà in persona deciderà la dura pena per chi “rumpens, vel franges, aut portas, vel hostia dolose” (spacca, distrugge, causa ferimenti o morti) per “fugam faciendi” e quindi fugge dal carcere “fugens de carceribus”.

Una legge mostra una certa sensibilità verso i disagiati ed i più vulnerabili, segno che la società medievale piacentina aveva dei valori, infatti per liti, cause, controversie verso “alicui pupillo (orfano), vel minori(bambino, giovane), vel furioso (folle), vel mentecapto (infermo di mente), vel alii” avrà diritto ad una tutela e ad un curatore dei suoi diritti in queste contese.

Un bel segno di civiltà per un mondo che a torto crediamo rude e retrogrado, le leggi invece ci mostrano tutto un altro mondo, sul quale porre attenzione critica.

Addirittura negli Statuti c’è compresa una legge che stabilisce, mese per mese, i santi ai quali dare festa, una società quindi anche a Castell’Arquato cristianissima.

Ad esempio, per brevità, citiamo l’uso della obbligata devozione in febbraio il giorno 3 per “Sancti Blasii” (San Biagio) poi il giorno 5 “Sanctae Agatae”, il 16 agosto “Sancti Rochi” e il tradizionalissimo piacentino 13 di dicembre “Sanctae Luciae”, però manca nella lista, cosa stranissima, il patrono piacentino Sant’Antonino. Tra le derrate citate del territorio ci sono commercio di “vinum, blada, ligna, foenum, legumina, carne morta, carne viva, caseo (formaggio), oleum”.

Concludiamo con l’obbligato dover correre a raduno per tutti, quando “audiverit stramitam” (quando suonano le campane a distesa) perchè era un segno di qualche pericolo, ad esempio un incendio “ad exstinguendum igne”. Ognuno è “teneatur currere ad ipsam stromita”, cioè tutti accorrano al suono delle campane slegate, a distesa, pena una multa in denaro.

In queste leggi locali del borgo di Castell’Arquato c’è già l’accenno a quello che anche nell’oggi è regolamentato: limite di velocità, tutela legale di bambini e persone fragili, senso religioso e civico non indifferente. Basti pensare al Calendario delle feste cristiane da rispettare per tutti e pure al “richiamo” delle campane per un pericolo sociale, materiale, cui tutti devono concorrere per risolverlo.

Come abbiamo potuto leggere, la società piacentina medievale era meno buia e cupa di quello che potrebbe essere l’immaginario collettivo, anzi quei secoli hanno plasmato il nostro oggi e per questo vanno riportati alla luce.

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