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La dottoressa Giuliana Rapacioli e l'infermiere Mirko Zardi

La dottoressa Giuliana Rapacioli e l'infermiere Mirko Zardi

Emozioni congelate, tavole vuote a Pasqua e lo sguardo di chi era solo: «Con i pazienti abbiamo anche pianto»

Ad un anno esatto dal primo servizio nelle Usca, il ricordo dell’inizio dell’emergenza Covid-19 della dottoressa Giuliana Rapacioli e dell’infermiere Mirko Zardi. «Eravamo un’ancora di salvezza»

Lo sguardo perso di chi sembrava non vedere altri da chissà quanto tempo, una Pasqua senza incrociare nelle case dei piacentini una tavola apparecchiata o un minimo segno di festa, il tono attonito, congelato, dei pazienti nel mezzo della tragedia, ormai «incapaci di permettersi qualsiasi emozione». Sono scatti del passato prossimo, immagini che compongono la narrazione delle prime settimane di un’esperienza iniziata esattamente un anno fa. «La prima squadra Usca è partita alle ore 8 del 23 marzo 2020» ricordano la dottoressa Giuliana Rapacioli e l’infermiere Mirko Zardi, liberi professionisti in servizio fin dal primo giorno nelle unità speciali per l’assistenza territoriale dell’emergenza sanitaria. Una data ben scolpita nella mente, insieme alle «300 segnalazioni in una sera, diventate 700 il mattino dopo», ai «1200 pazienti visti tra marzo e aprile» o ai «5 mila chilometri percorsi in cinque mesi, anche 250 in un solo giorno» tra le quattro valli della provincia, per raggiungere al proprio domicilio i casi sospetti o accertati di Covid-19. Numeri che forse tentano di dare una misura a quanto vissuto in prima persona durante la prima ondata della pandemia. «La paura c’era, ma con le mani in mano non riuscivo a stare, volevo poter dare una mano» racconta Mirko. «Mi ricorderò sempre la prima reazione delle persone che visitavamo in quel periodo, avevano un’espressione persa in volto, come se non vedessero anima viva da settimane. È lì che ho preso ancora più coraggio, perchè ho sentito che stavamo portando loro un sollievo, un senso di vicinanza e di supporto che al telefono non si riesce a trasmettere. Eravamo un’ancora di salvezza». Una corsa costante - «il ritmo era di 20-25 visite a turno» - e senza orari, segnata da momenti di dolore condiviso. «Andammo a rivedere una paziente che solo tre giorni prima aveva perso il marito - prosegue l’infermiere - necessitava del ricovero in ospedale e temeva anche lei di non farcela, di non riuscire più a tornare a casa, non voleva dare questa ulteriore sofferenza ai figli e ai nipoti. Mi sono commosso vedendo il suo sconforto e sapendo che la risposta certa non ce l’avevamo. La signora poi è stata meglio ed è potuta tornare a fare la nonna. Oggi questo è diventato un ricordo molto positivo». Un rullino a cui si aggiungono altre fotografie simbolo di quei momenti, a volte dicotomiche, come «la neve lungo la strada tra Marsaglia e Ottone, il freddo nelle abitazioni scaldate solo dal camino, questa condizione di tristezza e paura accompagnata alla visione di un paesaggio meraviglioso». Poi il ritorno la sera, il timore di mettere a rischio i famigliari nonostante l’uso di tutti i dispositivi di sicurezza, gli indumenti lasciati fuori dalla porta e l’appartamento di 50 metri - «doveva essere una soluzione temporanea prima del trasloco nella nuova casa, ci siamo rimasti 5 mesi» - abitato con moglie e quattro figli: «Detta così sembrerebbe un incubo e invece ci siamo sentiti molto uniti». In ultimo l’immagine del buio delle 6.30 del mattino, quando «passavamo a ritirare i servizi a piazzale Milano e partivamo senza sapere quando avremmo finito».

«Di immagini che mi hanno colpito ce ne sono tante, una delle più felici riguarda un paziente ultracentenario aiutato nel giorno del suo compleanno» aggiunge la dottoressa Giuliana Rapacioli - una delle più drammatiche risale invece a Pasqua. Siamo passati praticamente in ogni quartiere della città e in nessuna casa ho trovato una tavola apparecchiata, un lavello ingombro di piatti, un segno di festa: non ci si concedeva davvero nulla. In ultimo abbiamo visitato madre e figlia, entrambe colpite dal virus, e m’impressionò il tono neutro con cui mi dissero che non sapevano se il padre ce l’avrebbe fatta a sopravvivere: ormai c’era l’incapacità di permettersi qualsiasi emozione, erano tutte congelate». L’energia per andare avanti, come sottolineano i due sanitari, arrivava dalla risposta degli stessi pazienti e dal sentirsi parte di una squadra - «un trait d’union tra la “frontiera” e i primari» - in contatto costante con «i dottori in prima linea». «Non è mai capitato, in qualsiasi situazione e a qualsiasi ora, che mancasse l’aiuto e la risposta dei referenti e questa non è un’esperienza scontata o banale; la condivisione e la vicinanza per noi hanno fatto la differenza. Abbiamo sempre sentito vicina l’Asl, la dottoressa Annamaria Andena, responsabile della medicina del territorio, la dottoressa Giovanna Garavaldi della pneumologia e il dottor Gaetano Cosentino erano sempre presenti per noi e a loro va tutta la nostra gratitudine». Un lavoro che un anno fa si pensava potesse durare poche settimane e che invece è proseguito - con differenti ritmi e una struttura ormai consolidata e collaudata - fino ad oggi. «Siamo ancora qui». 

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