menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
(repertorio)

(repertorio)

Vaccini anti-Covid19. «Più di 1 italiano su 3 teme gli affetti avversi, il 46% pensa di rimandare»

È quanto emerge dall'indagine del Centro di ricerca dell’Università Cattolica, campus di Cremona. «Negli ultimi mesi è diminuita anche la percentuale degli italiani fiduciosi nella capacità di risolvere la situazione di emergenza del vaccino anti-Covid-19»

Più di un italiano su tre  - il 37% - teme gli effetti avversi dei vaccini anti-Covid-19 (lo scorso maggio era il 7%) e negli ultimi mesi è diminuita anche la percentuale degli italiani fiduciosi nella capacità di risolvere la situazione di emergenza del vaccino anti- Covid-19, scesa dal 64% al 59% di oggi. È quanto emerge dall’indagine di EngageMinds Hub, il Centro di ricerca dell’Università Cattolica, campus di Cremona, realizzata dalla direttrice Guendalina Graffigna insieme a Serena Barello, Lorenzo Palamenghi, Mariarosaria Savarese e Greta Castellini. L’indagine è parte di un Monitor continuativo sui consumi alimentari e sull’engagement nella salute che rientra nelle attività del progetto Craft (CRemona Agri-Food Technologies) e di Ircaf (Centro di riferimento Agro-Alimentare Romeo ed Enrica Invernizzi). È stata condotta su un campione di oltre 5mila italiani, rappresentativo della popolazione per sesso, età, appartenenza geografica e occupazione. Un’analisi in cui si rileva che «solo 4 italiani su 10 oggi dichiarano di sentirsi più ottimisti e più sicuri grazie alla campagna vaccinale in corso. Molte, infatti, sono ancora le persone che si dichiarano spaventate e fataliste per la pandemia ed esprimono scetticismo per i continui rallentamenti e ostacoli nel percorso vaccinale. Infine il 46% degli italiani pensa di rimandare l’adesione al vaccino». «Più che aver spostato le intenzioni astratte verso la vaccinazione, i recenti fatti di cronaca legati al vaccino AstraZeneca hanno portato gli italiani a fare i conti con una difficile equazione psicologica tra “costi” e “benefici” del vaccino - sottolinea la professoressa Guendalina Graffigna, Ordinario di Psicologia dei consumi e della salute all’Università Cattolica e direttrice dell’EngageMinds Hub -  una bilancia decisionale tutt’altro che razionale, in cui le ragioni della scienza sembrano scontrarsi, o mischiarsi, con le valutazioni idiosincratiche e psicologiche dei cittadini». La vicenda AstraZeneca ha impattato fortemente sui cittadini, sostiene la professoressa Graffigna: «Da una parte, le notizie diffuse nei giorni scorsi hanno ulteriormente polarizzato le posizioni tra “strenui sostenitori” della vaccinazione e “no-vax”. Coloro che si dichiarano per principio pronti a vaccinarsi e a difendere il valore dei vaccini in generale, infatti, mostrano un trend in netto aumento rispetto a maggio: oggi ammontano a un 41% degli italiani (rispetto al 21% di maggio) a cui va ad aggiungersi un 7% di già vaccinati e un 21% di cittadini che ritengono probabile vaccinarsi. Al polo opposto si collocano i cosiddetti “no vax”, cioè coloro che da sempre si dichiarano contrari e sospettosi verso le vaccinazioni. E i dati ne segnalano uno zoccolo duro che ammonta al 13% di cittadini e che rimane tendenzialmente costante con il passare dei mesi. Ad assottigliarsi nel tempo è la fetta degli indecisi che oggi è scesa al 18%».

«Se in termini generali gli Italiani mostrano una buona attitudine verso la proposta vaccinale – prosegue la professoressa - sul piano comportamentale l’evento legato al vaccino AstraZeneca sembra aver complicato il processo decisionale degli Italiani: a farsi strada in ben il 46% del campione (e la percentuale rimane costante anche tra i “pro vax”) è l’idea di procrastinare l’adesione alla campagna vaccinale sino a quando non sarà disponibile un vaccino ritenuto “migliore”. Inoltre, il 30% ritiene che ci siano vaccini di “serie A” e vaccini di “serie B”, e mostra perplessità sul piano vaccinale basato su AstraZeneca». L’analisi del Centro di ricerca dell’Università Cattolica evidenzia anche come, ancora una volta, i fattori psicologici più che altri sembrino determinare le differenti reazioni verso i vaccini anti Covid-19. Secondo i dati emersi dallo studio le persone più ansiose e preoccupate per la pandemia sono i più convinti che ci siano vaccini di serie “B” (33%, rispetto al 30% del totale campione) e chi è più spaventato da Covid-19 è anche più intenzionato a procrastinare la vaccinazione sino a quando non ci sarà un vaccino che riterrà “migliore” (52%). Analogamente coloro che sono stati più toccati economicamente dalla crisi si mostrano più impattati dai recenti fatti di cronaca e pronti a procrastinare la loro vaccinazione per “evitare” il vaccino AstraZeneca (54%). Infine, secondo i dati raccolti, coloro che sono meno attivamente coinvolti e si dichiarano in uno stato di “blackout” emotivo per quel che riguarda la gestione della prevenzione nella loro salute sono anche quelli più convinti che i vaccini attuali non siano stati testati adeguatamente e sono più esitanti verso la campagna vaccinale (51%). «Ancora una volta la ricerca mette in luce i molteplici fattori in gioco nei processi decisionali degli italiani in tema di vaccini» conclude la professoressa Graffigna. «Oggi più che mai vediamo gli effetti e i sintomi non tanto delle reazioni di allarme dovute alle notizie degli eventi avversi presunti del vaccino AstraZeneca, bensì di una progressiva lacerazione della relazione di fiducia tra cittadini, scienza e istituzioni sanitarie».

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Attualità

Addio a don Giancarlo Conte, fondatore di San Giuseppe operaio

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

IlPiacenza è in caricamento