Venne dalla “Scotia minor” l’illustre stirpe dei Douglas Scotti, ampiamente intrecciata con la vita piacentina

Un quartiere della capitale della Scozia si chiama “Piacenza”

FOTO CARLO MISTRALETTI

Scotti-Douglas è un cognome noto ai Piacentini e non solo. Abitano a Piacenza da secoli ed hanno lasciato tracce della loro storia scolpite nella pietra. A ricordo della nobile casata abbiamo ancora oggi Castelli, Palazzi, Ville, alcuni dei quali ancora abitati dai loro legittimi discendenti ed eredi e la chiesa di S. Brigida fatta edificare nell’868 dal piacentino san Donato Scotti, vescovo di Fiesole, mentre la chiesa di San Giovanni in Canale e l’annesso convento furono luogo di sepoltura di numerosi membri della famiglia Scotti Douglas.

Anche gli Scozzesi si ricordano dei legami con la nostra città: in una storia della città di Edimburgo, del ‘700, un paragrafo è dedicato a Placentia e un quartiere della capitale della Scozia si chiama ancora oggi, appunto, “Piacenza”.

Ne hanno parlato alla galleria Biffi Arte un incontro promosso dalla Gebetsliga Carlo d'Asburgo Santi, il prof. Maurizio Dossena e l’avvocato marco Corradi autore del libro “Santi, monaci e cavalieri Scozzesi a Piacenza”, pagine 282, edito dalla Libreria internazionale Romagnosi. In esordio Dossena ha sottolineato l'importanza di un metodo di approccio alla Storia - anche quella locale, specie quando s'innesta alla grande con quella generale - sempre attento ai fatti e con ricerche originali, doti che hanno accompagnato l’autore in questo libro come in sue precedenti opere.

Dalla Scotia maior, l'Irlanda, venne Colombano, il quale, dopo essersi acculturato in patria fino a 50 anni, intraprese quel meraviglioso viaggio della Fede che lo portò, attraverso mezza Europa, a fondare monasteri e a dare un forte contributo a quella societas Christiana in formazione che è stato il Medio Evo con i suoi elementi di romanità, di grecità, di Cristianesimo, ma anche con i non pochi apporti di tutte quelle popolazioni che comunque si sono gradualmente miscelate con il sistema romano e post-romano; a buon diritto oggi Colombano è considerato co-protettore dell'Europa, egli che per primo ha usato questa parola.

Dalla Scotia minor venne Douglas Scotus, il quale militò con Carlo Magno contro i Longobardi e, ferito o malato, dovette ritirarsi nel convento colombaniano di Mezzano Scotti, uno dei tre elementi di cui si componeva la realtà monastica di Colombano, nello specifico un luogo di cura dei malati. Guarito, sposò una nobile locale, da Spettine, ebbe diversi figli, uno dei quali divenne Vescovo di Fiesole, Donato. Da qui l’illustre stirpe dei Douglas Scotti, ampiamente intrecciata con la vita piacentina ed europea.

Un tema di cui molto si è parlato nella presentazione alla Biffi, è stata la complessità della graduale e variamente traumatica o non traumatica fusione della Romanità, nel momento in cui l’Impero comincia a entrare “in crisi”, con le diverse popolazioni che poi con esso si fonderanno, lasciando il loro apporto: a differenza di Atene, che fu sempre troppo chiusa verso i non-cittadini a pieno titolo (i meteci), con la conseguenza che essa si sclerotizzò, Roma seppe sempre rendere possibile, ancorché non facile, e desiderabile il passaggio graduale alla cittadinanza latina e romana, derivandone grande linfa e buon ricambio etnico e culturale.

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