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Mercoledì, 25 Maggio 2022
Mestieri / Centro Storico / Via Giuseppe Mazzini

Ancora barbiere in via Mazzini, dopo 46 anni: «Stare tra i clienti è vita»

Vito Pavia è piacentino d’adozione dal 1976, anno in cui ha inaugurato il salone a pochi passi da piazza Cavalli: «Premia il contatto con la gente»

Una media di dieci al giorno, per circa 250 giorni l’anno, fa 2mila500. Moltiplicati per i 46 di lavoro a Piacenza - il traguardo cade il prossimo aprile - si arriva a 115mila tra barbe e capelli tagliati. È solo una stima, ma fa una certa impressione e rende più nitida l’immagine di quelle che si è soliti indicare come attività storiche o “di una volta”. Categorie a cui appartiene il piccolo salone di Vito Pavia, 71 anni, dal 1976 «sempre nello stesso posto» sottolinea con un certo orgoglio, il civico numero 9 di via Mazzini. «Sono nato a Bressanone» scherza, mentre con pennello e forbici continua ad occuparsi del cliente del momento, lasciando intendere che è piuttosto difficile non intuire la sua origine siciliana. «Vengo da Marsala, qui sono arrivato per amore, ho conosciuto una piacentina…». 

Parrucchiere per uomo lo era però già da tempo, anzi «da sempre» precisa: «Ho imparato da bambino, in famiglia, lo faceva mio fratello, è stato lui ad insegnarmelo». Di quanto appreso, e poi coltivato, ha fatto una professione senza soluzione di continuità, a pochi passi da piazza Cavalli. «L’impatto iniziale con la città è stato un po' freddo» ricorda. «La “vera” Piacenza l’ho conosciuta nel tempo e con il mio carattere mi sono trovato bene. Ho una clientela affezionata, alcuni vengono da quando ho aperto». Un pubblico tutto al maschile - «la maggior parte di una certa età» - e che in principio varcava la soglia soprattutto per “farsi fare” la barba: «Sono nato con quella, ormai però è poca roba, si è persa l’abitudine, sono molti di più i tagli di capelli».

Un mestiere di lunga data divenuto raro - «ce n’era un altro in via Garibaldi, ma adesso ha chiuso» - e che secondo il titolare poteva essere meglio preservato: «È una dimensione che si è persa perché non hanno valorizzato gli artigiani, di cui è fatta l’Italia, non li hanno considerati molto. Poi le licenze libere ci hanno penalizzato, certe regole servivano». Il cliché delle confidenze (o pettegolezzi) attribuiti dalla tradizione popolare al settore, qui non vale: «Si parla di calcio, un argomento leggero, anche la politica la si lascia da parte, ognuno poi ha il proprio punto di vista». Il suo, rivolto al centro storico dove affaccia da oltre quattro decenni la vetrina del negozio, ha un tono lievemente nostalgico: «Tutto oggi è più complicato, manca un pò di controllo, si sentono cose assurde e si dovrebbe essere più severi».

L’ormai lontano trasloco - «in Sicilia vado sempre in estate» - non sa però di rimpianto: «Ho apprezzato le persone, sono abbastanza contente ed è una bella città, c’è tanto da vedere». A loro sente di dovere la fortuna e la persistenza della propria attività, oltre alla volontà di tornare in negozio, dopo i recenti periodi di chiusura obbligata, dovuti all'emergenza sanitaria: «Non è come essere in ufficio, premia il contatto con la gente. Con la pandemia tanto è cambiato, le persone hanno ancora paura, il lavoro è un po' calato e si fa su appuntamento, ma c’è. Io sono ripartito perché stare tra i clienti è vita. Fino a quando sto bene vado avanti».

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