Anticaglie

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Andar per Terra Santa (5)

Con questo quinto ed ultimo articolo, si chiude la mia testimonianza sulla Terra Santa. E per chiudere, parlerò della capitale mondiale delle tre religioni monoteiste: Gerusalemme. Di questa città ho già fatto alcune considerazioni sul costume e sugli abitanti. Ora mi concentrerò sugli aspetti tipicamente religiosi, quindi sui monumenti visitati. Ho accennato nel precedente articolo alle pietre che costituiscono mura, edifici, e strade della città santa ed ho già dichiarato come queste pietre mandino inquietanti messaggi al visitatore. Come se un’atmosfera strana, impalpabile, inverosimile, avvolgesse la città di influssi misteriosi provenienti da chissà dove e originati chissà quando. Infatti tradizioni storiche si mescolano a quelle religiose e creano una miscela di emozioni non quantificabili dalla sola ragione. Per ritornare allora alle pietre, tre sono quelle che costituiscono le origini simboliche delle religioni monoteiste . Per l’ebraismo, il simbolo più autentico, è rappresentato dalla pietra o meglio dalle pietre che costituiscono il muro del pianto, reliquia considerata sacra di quello che fu il Tempio di Salomone. Per i cristiani invece la pietra cardine, è quella del Santo Sepolcro, segno tangibile della vittoria di Cristo sulla morte. Per i musulmani infine un’altra pietra parla il messaggio dell’eternità, quella della Cupola della Roccia, una salienza che sta al centro della moschea di Omar. Pietra su pietra Gerusalemme è sistemata su un altipiano roccioso, detto monte di Giuda a circa 800 metri di altezza, in mezzo (e parlo della città storica) a due valli. Ad est il Cedron, a sud-ovest la Geenna. Parlare di questa seconda valle che in ebraico vuol dire valle dell’Hinnon, vengono i brividi al ricordo di quanto riportato nel Vecchio e Nuovo Testamento. Chiamata il lago di fuoco e per alcuni addirittura l’Inferno causa i sacrifici umani, fatti anticamente in omaggio al dio Moloch, al quale venivano offerti in un lago di sangue bambini sgozzati, per essere bruciati assieme ai cadaveri dei guerrieri sconfitti in guerra. Successivamente, una volta abolito questo culto sanguinario ed idolatrico assieme a qualsiasi pratica di devozione non diretta a JHWH, questa valle divenne una discarica, dove ogni cosa veniva bruciata da un fuoco continuo. Da qui per similitudine, nel Nuovo Testamento la Geenna venne a significare il fuoco eterno, simbolicamente l’inferno dove bruciano i peccatori. Se così parla la tradizione, oggi la Geenna non fa più paura. Sembra anzi altra da sé. Nuovi insediamenti si sono infatti stabiliti nella valle e la sensazione è solo di un luogo poco ospitale, causa la depressione del terreno, poco o punto coltivato. Detto questo, passo rapidamente ad elencare i monumenti della cristianità con le loro emozioni.

Comincio dal Cenacolo, luogo cardine per i cristiani per l’istituzione della Eucaristia, durante la cena pasquale. La sede attuale detta matroneo che è già una contraddizione in termini, è ampia e ad archi acuti sostenuti da robuste colonne. Costruita dai crociati e poi passata ai musulmani lo si capisce da una nicchia presente nella sua parte centrale orientata verso la mecca. Che sia veramente la costruzione edificata sopra il luogo vero del Cenacolo? Chi lo può dire? La sensazione però è che la fantasia prevalga sull’autenticità storica ed il perché scaturisce dal centro delle nostre emozioni, che al calore del sentimento antepone in questo caso una certa freddezza emotiva .Impressioni. Altra e diversa emozione, si segnala invece a pochi metri dal Cenacolo. Una possente basilica in pietra si erge a segnalare il luogo della Dormizione di Maria. Anche in questo caso l’edificio non è detto riveli con precisione il luogo esatto dove la Vergine andò incontro al sonno eterno, per essere poi assunta in cielo. Tuttavia all’interno della costruzione, esiste una cripta dove una statua rappresenta la Madonna adagiata sul letto di morte, mentre su un lato della stessa cripta, un fascinoso mosaico la rappresenta assieme ad un bambino in fasce. Penombra e suggestione del luogo, bellezze delle immagini, evocazioni simboliche, rimandano al senso di una morte che è vita e di una vita che non muore quaggiù perché chiamata a sopravvivere in un’altra dimensione. L’assunzione della Vergine (si dice assunzione a differenza del termine ascensione usato per il Cristo, per segnalare nel primo caso una volontà proveniente dall’alto, mentre nel secondo una partecipazione anche dal basso), l’assunzione, dicevo, viene ricordata dalla basilica appunto dell’Assunzione, situata ai piedi del Getsemani. E visto che ho ricordato il Getsemani che significa letteralmente frantoio per olive, un cenno merita la basilica dell’Agonia, dove Cristo pregò e sudò sangue. Di tutti questi luoghi il più ricco di emozioni è il famoso Giardino, dove otto ulivi secolari sfidano il tempo e con i loro tronchi contorti e le radici aggrovigliate e affioranti dal terreno. Queste sono forse le uniche testimonianze ancora in vita che hanno visto, che hanno ascoltato e capito il messaggio del Salvatore e nonostante gli anni, si reggono ancora in piedi, per quanto rugosi e deformi, incurvati e scheletriti a ricordare Colui che li ha toccati e benedetti. Ed eccoci allora al Monte degli Ulivi dove a mezza costa sta il santuario del Dominus Flevit a ricordare che in quel luogo Cristo ha pianto. E po ila chiesa del Padre Nostro di proprietà francese, sulle cui pareti una successione dilapidi in ceramica, ricordano in tutte le lingue del mondo la preghiera che ci ha insegnato il Cristo. Dal Monte degli Ulivi, sulle cui pendici persistono ancora, un po’ rarefatti, la coltivazione degli ulivi, si può contemplare una stupenda vista della città circondata dalle mura, con la sua spianata, la cupola della basilica del Santo Sepolcro, la cupola dorata della moschea di Omare sullo sfondo i grattacieli della moderna Gerusalemme che si espande. Ai piedi delle mura, sulle pendici della valle del Cedron, una immensa necropoli prende la vista. Trattasi di tombe tutte uguali di granito biancastro, vicine una all’altra, nude senza fiori, senza ceri, senza visitatori e osservandole più da vicino, senza iscrizioni, se non la semplice data con l’anno di vita e di morte di colui che è stato inumato nel sottostante terreno. Tutti questi defunti, rivestiti del solo sudario, dicono vengano sistemati in posizione supina a gambe flesse sul tronco, per essere pronti a scattare in avanti quando il vero messia giungerà a separare buoni e cattivi, nel cosiddetto giudizio universale.

Ed eccoci allora al clou dell’itinerario religioso : il Santo Sepolcro. Lo si raggiunge attraverso la Via Dolorosa una strada che si snoda nel cuore della città vecchia che segnala il percorso fatto da Gesù dal tribunale di Pilato fino al Calvario. In questa strada rumorosa per l’intensa attività commerciale legata ai molteplici negozi esistenti e per l’intenso via vai di gente chela percorre in ogni direzione, sembra quasi irreale accorgersi delle varie stazioni della cosiddetta Via Crucis che hanno come punto di inizio la cappella della Condanna, costruita ad inizio del secolo scorso ed oggi facente parte del convento dei francescani. Ad ogni stazione successiva a questa prima, corrisponde una chiesa o un tempio cattolico o armeno o greco-ortodosso , almeno fino alla nona stazione. Le ultime sei infatti ( che comprendono la resurrezione ed elevano quindi in Terra Santa il numero delle stazioni a quindici), si commemorano all’interno della basilica del Santo Sepolcro. Anche nel caso di questi templi, inutile chiedersi dell’autenticità dei luoghi. Troppi secoli sono passati e troppe dominazioni si sono succedute, nel cercare di celebrare i fatti storici con costruzioni spesso arbitrarie ed in concorrenza fra loro. Sta di fatto che nel nome stesso con cui viene indicata, questa Via Dolorosa serve se non altro a rinverdire il ricordo del nostro passato e a condurci verso quello che ai tempi di Cristo era solo una piccola collina, una specie di rilievo roccioso di appena 4-5 metri di altezza, in netto contrasto con le nostre rappresentazioni iconografiche, chiamato in aramaico Golgota (cranio), dai cristiani Calvario, ed anche Sepolcro di Cristo. Fu Elena la madre di Costantino a ritrovare in quel luogo la croce di Cristo e ad edificare una basilica che celebrasse il martirio e la resurrezione del figlio di Dio. Inizialmente la basilica era chiamata in greco Anastasis (resurrezione) e solo successivamente prese il nome attuale di Santo Sepolcro. Alla basilica si accede attraverso un piazzale assai modesto come dimensioni ed una volta entrati l’oscurità del tempio viene in parte vinta delle numerose candele e lampade accese. Queste pendenti dall’alto conferiscono con il silenzio dell’ambiente un senso di sacralità senza tempo che contrasta con la vita affannosa e trafficata che si svolge al di fuori. Per orientarsi conviene attendere qualche minuto. Poi, ad occhi assuefatti, si individua una scaletta che porta ad un piano superiore. E’ il luogo del Calvario. Silenzio e rispetto. Si medita. Poi si individua dalla parte opposta una seconda scaletta che ti riporta al piano terreno. Una pietra rettangolare di colore rossastro toccata e baciata da molti fedeli sta lì, immobile ad indicare, nella sua fredda nudità, il luogo dove il Cristo venne posto, per essere avvolto in bende aromatiche. Lampade e candele accese, sempre penzolanti dall’alto, accentuano il senso della mistica devozione fra luci ed ombre in affannoso contrasto. Intanto a fianco e al centro una piccola folla si assiepa attorno ad un tempietto: ecco individuato il Sepolcro. Il senso della sacralità raggiunge qui il suo punto più alto.

Ci si mette in fila senza quasi fiatare, finche ci si trova di fronte ad una piccola porta che per varcarla bisogna piegarsi quasi ad angolo retto. All’interno si nota una piccola lastra di marmo che ricopre la roccia della deposizione. Sopra questa, un altare adorno di tre quadri della resurrezione, rappresentano le confessioni religiose cristiane : cattoliche armene ed ortodosse, non sempre in pacifico accordo fra loro, causa il non sempre facile rispetto dei modi e dei tempi delle visite e delle celebrazioni. Si entra e si esce con rapidità per non prolungare la fila dei visitatori. All’infuori del Sepolcro e della basilica si ha quasi il bisogno di prendere un po’ d’aria. Simbolicamente aria di vita, di questa vita terrena fatta di mille contraddizioni, anche se la vera vita, dopo la nostra profonda immersione religiosa, avremmo già dovuto realizzare essere un’altra. Ma l’uomo è fatto così e a meno di essere toccato dal senso estraniante del misticismo, non riesce mai ad abbondonare completamente il suo abito terreno. Che allora debba ritornare una seconda volta in Terra Santa per essere più degno del Santo Sepolcro? Con questo interrogativo non mi resta che chiudere e chiedere scusa al lettore delle mie imprecisioni.
Fine

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