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Andare per Terra Santa (2)

Nel primo articolo ho parlato delle contraddizioni, in questo secondo, dei simboli di cui la Terra Santa è ricca al punto che questa stessa terra può essere interpretata come un unico, gigantesco, incomprensibile simbolo che ti spinge continuamente a voler decifrare i suoi arcani misteri, per poi ammettere di non riuscire fino in fondo a comprenderli. Insomma dieci secoli prima di Cristo e poi due secoli dopo l’avvento di Colui che ha dato il tempo alla storia, sono un patrimonio di cultura e di fede che non lasciano mai indifferenti. Che ti prendono prima con il sentimento e poi ti sorprendono con la ragione, perché l’eco dei babilonesi, dei fenici, dei discendenti di Canaan, degli Abramo, degli Isacco, Giacobbe, e Giosuè diventano le tracce importanti per cercare di svolgere il rotolo della storia che ci riguarda. Dove il ponte o anello di congiunzione fra tutte queste civiltà è stato proprio il Cristo, in qualsiasi modo debba essere inteso. Sia come iniziatore della fede cristiana per i credenti , sia semplicemente per gli agnostici come figura storica. Nel cristianesimo infatti tutto si tiene e nulla viene perso. Andare per Terra Santa vuol dire proprio questo. Secoli di storia sono lì che ti aspettano. Non hai nemmeno il tempo di pensare. Prima l’emozione e dopo la ragione. Il monte Nebo in Giordania ne rappresenta l’essenza più vera , anzi come dicevo all’inizio, il simbolo autentico, dove sta sepolto Mosè, probabilmente sotto un terebinto, anche se non si conosce il luogo preciso. Il Patriarca che all’età di cento venti anni, dopo essere riuscito a portare il suo popolo fuori dall’Egitto e fuori pure dal deserto arabico, giunto fin lì ebbe appena il tempo di ammirare la terra promessa che si estendeva da quell’altura al di là del corso di quel fiume che avrebbe cambiato la storia: il Giordano. Ma non poté toccarla questa terra benedetta, promessa da Dio ai patriarchi e cantata dai profeti. L’impresa toccò invece a Giosuè che sempre ispirato da Dio ebbe il compito di attraversare il Giordano col suo esercito senza bagnarsi i piedi in quanto le acque si aprirono lasciando un varco asciutto per l’attraversamento dei soldati, per poi giungere a Gerico. Città questa detta “la profumata” per suoi balsami, avvolta dal deserto, ma causa i suoi palmizi ed il clima mite, diventata centro di vita intensa e dissoluta, immersa fra superstizioni babilonesi e abitudini cananee, fra le quali la prostituzione sacra. La sua tranquillità veniva garantita da alte mura che i cananei discendenti da Canaan figlio di Cham a sua volta maledetto da Noè, avevano costruito pensando che nulla avrebbe turbato la sua esistenza ricca, dove causa gli scambi commerciali e la incantevole posizione, costituiva una vera un’oasi nel deserto. Lì infatti gli uomini apparivano sazi di benessere e le donne sazie di bellezza. Il destino voluto da Dio doveva compiersi. Quarantamila armati dovevano occupare la città, ma non furono loro i veri vincitori. Furono le trombe d’agento che i sacerdoti suonarono tutto intorno alle mura tanto fortificate da sembrare inviolabili. Finché il settimo giorno, l’ultimo squillo generò l’incantesimo del miracolo. Le mura caddero pietra su pietra e le truppe israeliane entrarono e passarono a fil di spada tutti gli abitanti ad eccezione di una certa Rahab, prostituta, la quale diventata madre di Booz si iscrisse fra gli antenati di Gesù. Cosicchè nel cristianesimo anche le meretrici vengono  perdonate ed hanno salva la vita. Ma Gerico è solo uno dai tanti esempi che si possono fare sulla natura di questa terra in parte benedetta, ma in parte anche maledetta, specie quando il suo popolo si allontana da quel Dio che promette a patto di di essere seguito con fede certa, senza titubanze o incertezze. Altrimenti altri eserciti altri popoli lo conquisteranno. Fu il caso dei Romani che nel ’70 con Tito. distrussero il tempio e poi nel secondo secolo con Adriano, lasciarono tracce della propria dominazione nelle vestigia della città forse fra le più stupefacenti oggi esistenti al mondo. Trattasi di Gerasa situata nei pressi del Giordano ma appena oltre il confine israeliano, nella nazione che dal fiume prende il nome: Giordania. La visita offre tracce ben visibili della grandezza di Roma. Archi, fori, colonnati ancora integri con i loro capitelli corinzi, accanto ad altri precipitati al suolo, causa eventi sismici frequenti in Terra Santa , danno l’idea di una bellezza sconvolgente e paganeggiante che quasi rivaleggia con la potenza religiosa che i luoghi ispirano. Potenza dell’uomo contro la potenza di Dio. Ecco allora il cardo massimo lastricato di pietre imponenti e pesanti per consentire il passaggio di uomini e carri. E poi il decumano fiancheggiato da alte colonne miracolosamente ancora integre. Seguono i due teatri con gli spalti semicircolari che delimitano lo spazio centrale adibito alle rappresentazioni. Fin dai tempi dei greci occupato dal coro, cui era assegnato il ruolo di commentare parole e gesti di attori che declamavano testi di opere, quasi sempre tragedie. Infine il monumento più insigne, l’arco di Adriano, eretto per celebrare la gloria dell’imperatore romano, allora padrone del mondo. Ma questa terra doveva subire altre dominazioni. Dopo i romani vennero i bizantini e poi i crociati di cui rimangono molti esempi di chiese edificate a gloria di Dio, quello cristiano. Successivamente nel tredicesimo secolo, vinti i crociati, si insediarono i musulmani e le moschee presero il sopravvento. Un retaggio di stili architettonici domina allora questa Terra, diventata Santa per tutti coloro che per ragioni diverse l’hanno occupata, lasciando le loro tracce attraverso simboli architettonici in cui storia e religione si mescolano secondo successioni cronologiche che da posizioni diverse danno l’idea di un tutt’uno inestricabile . Infatti da ogni parte volgi lo sguardo, il Dio, il tuo Dio, ti segue attraverso i numerosi simboli che sono stati disseminati dalla storia, al punto che ogni confessione religiosa monoteista,  è qui rappresentata con pari dignità. Per noi cristiani, non si può dimenticare la figura di San Girolamo , il gran dottore della Chiesa  che tradusse in latino la Bibbia e che abitò Betlemme nel quarto secolo, dopo la morte di Cristo. La sua testimonianza sembra trasparire da ogni monumento, da ogni vestigia antica che ci appare nella realtà, ma ancor più nell’immaginazione che si attiva invariabilmente di fronte alle pietre, alle croci, ai diruti. Forse aveva ragione Cicerone che diceva che per imparare le lettere greche bisogna andare ad Atene e per quelle latine a Roma. Ebbene chi ha visto con i suoi occhi i luoghi santi ne ricava un’impressione nuova per quanto riguarda la religione. Intendiamoci. Non tutto è perfetto e non tutto rimanda ai fatti veri in fatto di originalità storica. Anzi molte volte le sovrapposizioni fatte dagli uomini per quanto stilisticamente apprezzabili, non scaldano il cuore. Questo ha bisogno di altro. Deve ricorrere spesso all’immaginazione specie quando le informazioni impartiteci dalle nostre tradizioni non trovano corrispondenze nei luoghi visitati .Come è il caso della casa di Pietro a Cafarnao, ruderi ricoperti da una chiesa moderna , circolare, appesantita da travi di sostegno che distoglie piuttosto che spingere l’animo verso quelle pietre rudemente sovrapposte, diventate immagini visive di un passato che non si cancella. Da cui ne è derivato il simbolo di quella pietra  su cui si costruirà tutto l’edificio della fede cristiana. Ecco allora il contrasto in questa terra fra fede e ragione. La prima che assorbe l’aura magica dei luoghi, che cantano il silenzio carico di risonanze interiori, la seconda che si compiace della bellezza delle tanti costruzioni fatte dall’uomo, diventati simboli di devozione, ma fin troppo imponenti e belli per tradurre la fede di quella gente, povera e umile che ha abbondonato tutto per seguire il Messia . E’ lo stesso contrasto, come dicevo nel primo articolo, fra la voce del deserto e il clamore vociferato della città. L’uno ha bisogno dell’altro, è vero, ma il più assordante, religiosamente parlando, è il primo vale a dire il silenzio.
(continua) 

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