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A cura di Carlo Giarelli

Liberi di scegliere. A Piacenza arriva il Festival della cultura della libertà

Per due giorni, il 28 e 29 gennaio prossimi a Palazzo Galli, si terrà un festival, non di canzoni, ma di parole in libertà. O meglio di parole di libertà. Evento organizzato dal giornale, il Foglio, in associazione con Confedilizia e con la mano organizzativa della Associazione liberale piacentina

Parlo di evento eccezionale anche se la parola oggi è non solo di moda, ma affetta dal malcostume dell’abuso di certi termini. Per giunta, senza una vera proprietà e di linguaggio e di significato. Invece nel caso che ci riguarda il termine è più che giusto. Il motivo è che per due giorni il 28 e 29 gennaio prossimi a Palazzo Galli si terrà un festival, non di canzoni, ma di parole in libertà. O meglio di parole di libertà. Evento organizzato dal giornale, il Foglio, in associazione con Confedilizia e con la mano organizzativa della Associazione liberale piacentina: Luigi Einaudi, con sede, come è noto, in via Cittadella 29. Intendiamoci presentato così, il festival, vuol dire molto ma non in modo sufficiente. Bisogna esaminare bene il titolo per capirlo, perché la parola che lo caratterizza è cultura, ovviamente abbinata a libertà. Da intendersi quest’ultima non come posizione ideologicamente predefinita, ma come riscoperta di antichi significati e di nuovi modi per poi recuperarli all’attualità. Infatti  affermare che noi tutti ci sentiamo liberi è un fatto, ma è altrettanto vero che in realtà quasi nessuno di noi lo è. Infatti per libertà non si intende solo poter uscire di casa, ma cogliere il fatto che da quel momento in poi, ogni nostro passo, significa condizionare ed incidere sulla libertà degli altri. Mi rendo conto che l’esempio può essere banale, ma vuol solo significare un fatto fondamentale, Che la libertà non è solo una conquista individuale, ma un desiderio che sarebbe meglio definire una necessità, di volerla e poterla costruire insieme agli altri. Ovviamente non per imposizione dall’alto, perché altrimenti snatura se stessa e diventa altro da sé. Ma attraverso un libero concorso di individui liberi che nel rispetto di ogni singola libertà, contribuiscono ad edificare una società non solo libera. ma giusta. Spesso si discute, e questo sarà uno dei tanti argomenti che verranno affrontati, se libertà si identifica con eguaglianza, come normalmente si crede. Ma è proprio la cultura della libertà che ci dirà come i due valori sono fra loro in contraddizione.  La libertà infatti è rispetto e valorizzazione delle singole capacità, un tempo chiamati talenti, in un contesto di riconoscimento degli stessi diritti negli altri, e non omologazione a prescindere. Insomma in un mondo come il nostro, dove ogni cosa sembra trovare la propria giustificazione in base ad una validazione pubblica, ormai dilatata a livello planetario, si fa presto, seguendo l’attuale mentalità populista, a confondere  i due termini. Un ulteriore elemento che non aiuta a discriminare una cosa dall’altra, deriva dal nostro attuale condizionamento ad  intendere persino i processi storici. La conquista della libertà è infatti frutto di molte lotte dell’umanità, ma altre se ne sono aggiunte che hanno stravolto gli antichi pilastri del vivere. Una concezione statalista si è imposta sotto le spoglie di un rinnovata veste di libertà che abbandonando le antiche sembianze doveva assumere caratteri moderni. Dove  nuove parole come ecologia  e burocrazia dovevano prendere il sopravvento e scalzarla dalle sue vecchie conquiste. Intendo dire che  nuovi principi storici  sono diventati esigenze del collettivo. Lo Stato batte  allora l’individuo perché considerato egoista e approfittatore. E  a sua volta la  longa manus della burocrazia è corsa a riempire il vuoto che si è creato col cittadino, tramite regole sempre più elaborate e complicate   per  impedire  all’individuo di ragionare con la propria testa.  Il risultato?  L’efficienza sostenuta a parole, in realtà è scomparsa.  Perché considerata nemica di ogni pratica  di cui lo Stato si riserva la proprietà. E per giunta con  la tassazione, sempre più affamata, che ne rappresenta il supporto indispensabile. In tale contesto, diventa difficile sopravvivere, se non ci soccorre non tanto la libertà, che come detto è stata defraudata dalla sua maschera, ma dalla cultura di questa libertà. Il che vuol dire   recuperare  il suo significato originale, e se c’è ancora tempo,  contribuire ad edificare una nuova società. A questo punto capisco possibili obiezioni, ovviamente senza condividerle. Da parte di chi teme che lo Stato ridimensionato da questa cultura della libertà, debba rinunciare a certe sue funzioni che vengono (fra)intese  come interesse generale. Oppure, al contrario, obiezioni da parte di chi pensa invece che l’eccessiva libertà, senza controllo pubblico, possa approdare a certe forme di anarchia  col risultato che la cura possa risultare peggiore della malattia. A questi secondi rispondo che chi condivide la cultura della libertà, che lo ripeto si basa sul rispetto dei diritti degli altri, difficilmente scivolerà sul terreno sdrucciolevole dell’anarchia.  E qualora fosse, tutto sommato non sarebbe  poi quella calamità paventata, se contenuta nei limiti di una creatività individuale per quanto esagerata. Perché in essa i germi della democrazia per quanto confusi e disorientati ancora sopravvivono. Ai primi invece rispondo che uno Stato come l’attuale, infarcito di debiti, di burocrazia, di inefficienza con l’incapacità, fra l’altro, di eliminare ogni privilegio, perché dominato da una mentalità di coartazione di ogni libertà individuale, è ormai prossimo al suicidio. Causa la preferenza concessa alla presunta libertà collettiva, imposta secondo principi della cosiddetta eguaglianza. Con il triste esito di farci precipitare tutti nel baratro. Meglio allora che lo Stato torni alla sua vera funzione di gestire le libertà individuali senza imporre la propria E che rinunci quindi a proprie e inutili funzioni che nel campo ad es. dell’organizzazione del tessuto urbano, in fatto di viabilità, di edilizia, di tassazione potrebbero spettare ai cittadini. E’ questa la  teoria già ipotizzata nel libro: La città sussidiaria, da parte di uno dei relatori, (ne cito uno per tutti) l’ avv. Silvio Boccalatte, e già applicata in alcuni Stati americani, relatore che ascolteremo con molto interesse in occasione del festival, e di cui non mancherò nei due giorni  di 28 e 20 Gennaio di darvi ampie notizie. Bene, ed allora  chiudo con un invito. Vediamoci tutti sabato 28 alle ore 9. La prima giornata comincerà in maniera inusuale per un congresso, vale a dire con un coffee break. Un modo anticonvenzionale questo, ma  funzionale per instaurare rapporti di conoscenza  fra i presenti ed i vari relatori. Ed è anche questa, pensatela come volete, una forma di  cultura. Di amicizia  nella  libertà.

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