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Opinioni

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A cura di Carlo Giarelli

Autostrade pubbliche o private?

Da liberale non mi vanno le autostrade esclusivamente pubbliche. Da uomo di buon senso( presunto) non mi vanno nemmeno le autostrade tutte private. Nel primo caso, il punto critico riguarda l’efficienza dello Stato. Il quale con l’apparato burocratico che si ritrova e la molta incompetenza dei suoi addetti ai lavori, scelti in base non ai titoli ma alle raccomandazioni, pone seri dubbi che le opere vengano sottoposte a controlli e manutenzioni costanti e di assoluta affidabilità. Nel secondo caso il problema si capovolge e tutto ricade sulla iniziativa privata. Nulla da dire se ci fossero tante aziende private che in competizione fra loro dimostrassero efficienza e sollecitudine nel rendere sicuri i tratti autostradali loro affidati, per non incorrere in sanzioni o nella revoca del contratto. Ma, quello che non mi piace, è il monopolio privato, come nel caso specifico del nostro sistema autostradale, dove mancando la concorrenza vengono meno anche gli stimoli ad entrare in una sana competizione, onde fare sempre meglio. In pratica è quello che è successo col ponte di Genova, crollato improvvisamente non per una fatalità, ma per mancata e seria manutenzione, causa la necessità di fare soldi a scapito della sicurezza. Il risultato è tutto a danno dei cittadini ai quali si chiede un aumento del pedaggio, senza nulla dare in cambio se non la manutenzione ordinaria. Quella che costa meno, mentre per la straordinaria la tendenza è quella di prendere tempo per procrastinare il problema fin quando la preoccupazione o il caso cominciano a farsi sentire. Se poi si richiede una manutenzione di tipo strutturale, nessuno se ne fa carico con sollecitudine, causa i costi che in molti casi superano il valore del vecchio tratto autostradale, diventando più conveniente sostituirlo con uno nuovo, come è il caso specifico del ponte di cui parliamo. Il regime di monopolio allora è esattamente l’opposto di un regime liberale, che si deve basare sulla concorrenza per trovare lo stimolo a fare bene, onde ottenere nuovi incarichi e nuovi appalti a danno di chi viceversa si dimostra meno capace. Questa situazione monopolistica privata, aveva nel caso del ponte Morandi, quello crollato in un battibaleno, una ulteriore garanzia che nessuno avrebbe potuto ostacolare. Vale a dire un contratto della durata di decenni con clausole misteriose perché legate a segreti non comunicabili pubblicamente, quasi fossero segreti di stato, in cui il vero beneficiario era (è) la società committente e il vero danneggiato il cittadino, quindi noi tutti. Sempre inconsapevoli di quanto sta accadendo quando percorriamo un’ autostrada con tutti i tratti franosi ed i suoi ponti, mentre diventiamo informati solo per l’aumento periodico del pedaggio, che avviene in modo regolare come il fluire delle stagioni. Una tassa questa che rimane sempre uguale anche quando per cause, le più disparate, una coda infinita ti obbliga a raggiungere la tua destinazione con ore di ritardo, senza che nessuno sia in grado di risarcirti al casello di uscita, anche solo con una parola di scuse. L’altro grande problema poi è legato ai meccanismi di controllo, che si realizzano tutti all’interno della stessa azienda privata e di cui ci si deve fidare a prescindere. Un problema questo vecchio come il mondo se lo stesso Giovenale nelle sue Satire si chiedeva perplesso: quis custodiet custodes, allocuzione che ritiene impossibile come i custodi di un determinato bene siano a loro volta capaci di verificarne la correttezza. Ma il nostro paese è fatto così. Lettere classiche conosciute, per la verità sempre meno, ma solo sui banchi liceali. Poi più nulla perché il soldo non olet, non puzza, come disse Vespasiano al figlio Tito, a proposito di una quantità di urina che doveva servire per la colorazione di vestiti o stoffe. Ma non divaghiamo e rimaniamo in tema. Cosa fare allora? Due le possibilità. Che le autostrade siano pubbliche, ma con il controllo da parte dei gruppi privati, capaci di dare allo stato quell’efficienza di tecnologia e di esperti in grado di soddisfare le esigenze di sicurezza nei tempi brevi al di fuori e al di sopra di ogni intralcio burocratico di cui lo stato è da sempre il tenutario primo, col risultato di paralizzare ogni iniziativa. Oppure che nell’ambito di una sistema privato, ma non di monopolio, si individuino dei controllori pubblici che per la loro esperienza e preparazione siano a loro volta in grado di individuare le cose che non vanno, obbligando il privato a farvi fronte. Pena la sospensione o la rimozione del contratto di gestione. Ingenuo credere che una interazione pubblico e privato sia possibile? Oppure che sia una utopia? Potrebbe anche darsi, ma obiettivamente non vedo altra strada convinto che nel caso specifico del ponte Morandi , gli eventi non sarebbero stati così catastrofici. Infatti mentre una commissione di esperti nominati dall’azienda pur avendo individuato problemi strutturali a carico delle famose bretelle di sostegno, non hanno prodotto alcun risultato operativo immediato, ma solo il proposito di ritardare dopo l’estate un eventuale intervento di consolidamento, nel caso di una ispezione pubblica le cose avrebbero preso una piega diversa. Causa l’obbligo della denuncia o delle penalità economiche da riscuotere, in caso di ritardo nell’esecuzione della manutenzione. A questo aggiungiamo poi il nostro abituale atteggiamento italiano di credere nello stellone di andreottiana memoria. Da noi anche quando la logica avverte il pericolo, si spera che non debba capitare nulla di grave. Contrariamente alla Svizzera dove esiste un programma di controllo per le strutture pubbliche che viene attuato secondo la precisione dell’orologio, naturalmente elvetico, da noi se mai esiste una programmazione estesa a tutto il nostro territorio (ne dubito), preferiamo prendercela comoda, e rimandare la soluzione a volte anche di anni, adducendo motivi di rinvio da noi sempre presenti, fin tanto che succede una catastrofe come quella capitata a Genova col famoso ponte. Allora si diventa operativi, si scopre una volontà di rimediare al male con una dedizione ammirevole e imprevedibile sia sul piano tecnico che umanitario e morale, dando prova di una volontà di reazione al disastro, in grado di rivelare il nostro migliore stato d’animo, fatto di solidarietà civica e umana. E’ questo il tempo degli eroi che arrivano a sacrificare la loro vita per salvarne un’altra. Ed è questo anche il tempo dei santi che vengono scomodati per intercedere verso i bisognosi. Passata la bufera però, ritornerà il tempo dei poeti, degli artisti e dei navigatori che dimentichi delle cose pratiche si dedicheranno alle loro occupazioni private e ludiche. Ed allora i ponti continueranno a cadere. Purtroppo.

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