Anticaglie

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A cura di Carlo Giarelli

Centenario dalla fondazione del Pci: voglio ricordare anche gli orrori

La data del 21 gennaio del 1921 corrisponde alla nascita del Partito Comunista, una corrente massimalista del socialismo, considerato troppo poco rivoluzionario. Da quella data quel fantasma che si aggirava sull’Europa, tale era la frase con cui iniziava  “il Manifesto  del partito comunista”, il famoso  libro di Karl Marx ed  Engels,  quel fantasma-dicevo- dopo una lunga peregrinazione aveva deciso di fermarsi in terra italiana, in particolare a Livorno. Cent’anni dicevamo e da allora molte cose sono cambiate. Passata la sbornia rivoluzionaria con la lotta di classe, anche la dipendenza da Mosca con i finanziamenti da parte del partito comunista sovietico, nella misura di qualche miliardo di dollari annui, si sono progressivamente ridotti, ma non interrotti almeno fino allo strappo, attorno agli anni 70, dell’eurocomunismo. Poi le cose andarono come andarono ed il crollo del muro di Berlino fu il segnale che ormai il comunismo aveva rotto i ponti con la storia.  Quanto meno come vocazione rivoluzionaria di voler costruire una umanità nuova e perfetta, basata su una ideologia che conculcando l’individuo affidava allo stato il senso della giustizia sociale. Basata, almeno nelle intenzioni, su una equa ed equilibrata ridistribuzione della ricchezza. Come poi questa ricchezza dovesse essere prodotta, rimuovendo lo spirito di iniziativa individuale, questo ha sempre rappresentato il punto debole del comunismo. Un contrassegno  tangibile di come l’idea di una società perfetta sul piano ideale,  debba poi  tradursi in una disastro  quando si passa alla sua  realizzazione. La storia e soprattutto la filosofia, fin dai tempi di Tommaso Campanella, con:” La città del sole”, per non parlare addirittura di Platone,  ci avevano già insegnato, come ogni idea rivoluzionaria, sia di destra che di sinistra,  è caratterizzata da tre elementi pericolosi. Il perfezionismo, vale a dire il voler credere in una società perfetta costruita dalla sola ragione.  Cui segue il moralismo, come secondo elemento,  col  significato di voler dare il potere ai virtuosi e ai puri (il puro ai puri). Infine, come terzo incomodo, l’umanitarismo che mira alla ricerca filantropica della fraternità da raggiungere con le buone o con le cattive ( sii mio fratello o ti uccido). Insomma ogni schema teorico non funziona perché non tiene conto della condizione umana che tende  a spingere ognuno a realizzare i propri talenti. Ma ritorniamo al comunismo ed a quello che è diventato oggi,  in termini di trasformazione da quel lontano 1921. Che sia caduto in disgrazia con la storia l’abbiamo già detto e lo dimostrano i vari cambiamenti di sigla del partito passato da PCI , PDS  all’attuale PD. E questo senza dimenticare i simboli della falce e martello e la ostentazione dei pugni chiusi  da parte dei militanti. Infatti non si chiama più comunista. Per la verità ne rimane ancora uno che si ostina a chiamarsi Partito comunista, quello del segretario Rizzo, ma è ridotto a poca cosa in fatto  di voti e di forza politica. Dunque finito il comunismo  come partito è finito il comunismo come ideologia? No, si è solo trasformato. E’ diventato altra cosa. Ha tradito infatti la sua vocazione popolare, ma non quella del potere. Alle classi povere ed ai lavoratori, ha sostituito quelle borghesi un tempo viste come il nemico da combattere e da eliminare. E poi a quest’ultima categoria sociale, si  è aggiunta la classe imprenditoriale e industriale. Il potere inteso come denaro, ha condizionato il nuovo corso del partito ex comunista, sempre democratico di nome più che di fatto. Infatti esiste la prova del nuovo corso del fu partito comunista. Questa.   Lo dimostra la frase “ ma abbiamo una banca “? della celebre registrazione della  telefonata , piena di stupore e  nello stesso tempo di orgoglio dell’ex segretario Fassino  a Giovanni Conforte ai tempi del tentativo di scalata a BNL da parte di Unipol. Ma queste sono solo cose esteriori,  visibili ed in sintonia con la nuova veste che osa perfino definirsi liberal senza la e finale. Perché liberal come definizione, fa più  chic, di liberale. Un termine quest’ultimo che  ci rimanda ad una precisa ideologia che con il  comunismo non ha nulla a che fare.  Mentre invece liberal, si carica di una veste moderna, raffinata, giovanile e perfino  filo democratica americana. Tutto questo, come dicevo, in superficie. Nel profondo invece l’anima comunista  si mantiene intatta, pur adattandosi ai tempi. La concezione dello stato è rimasta tale e quale. Ad esso è demandato il compito di gestire la cosa pubblica contro la grettezza del mercato, in quanto questo evoca il sempre aborrito liberismo, inteso come  libertà di azione economica dell’individuo. Ed in cui lo stato , rifacendoci al pensiero di Adam Smith, deve intervenire solo per garantire norme giuridiche uguali per tutti  per poi provvedere  a soddisfare i bisogni della collettività. Ma solo se  questa non può essere garantita dall’iniziativa dei singoli.  Da tutto ciò, si può capire, come l’antica  concezione dello stato comunista, pur sotto mentite spoglie, non muore, ma solo si trasforma. Tanto che  oggi al posto dello stato nazionale, l’ancora  di gestione e controllo diventa l’europeismo. Il fine quello di garantirsi una protezione egemonica che sa tanto di evento democratico alla moda, ma anche di politicamente corretto. E nel politicamente corretto, dobbiamo allora andare a parare.  Infatti in base a quello, si risolvono i problemi legati al senso del giusto e dello sbagliato o addirittura  la concezione dello stato etico, demandando la soluzione ad un’autorità informatica , costituita dai social media, in grado di giustificare perfino la censura dei non allineati.  Basta considerare i reati da questi stessi commessi, come fossero il cancro della società. E per reati intendo quelli d’odio. Quali il razzismo, l’omofobia, il fascismo, più inventato che reale, al fine di condizionare sulla paura l’ opinione pubblica. Poi segue a ruota l’antisemitismo ed infine l’anti migrazionismo, una  strategia politica questa che dà la possibilità di sentirsi buoni a prescindere. La questione morale di berlingueriana memoria  riaffiora allora dalla cenere di un tempo  recente, mutato nella forma, ma non nella sostanza.  Mentre non sembra mai cambiata la vecchia concezione gramsciana dell’egemonia culturale. Una strategia questa, sottile ed intelligente di giungere al potere senza ricorrere alla violenza rivoluzionaria.  Troppo cruda, rozza e antimoderna quest’ultima, onde è preferibile  sostituirla con  un altro e più vantaggioso progetto.  Quello di una cultura di parte  finalizzata al potere, che per la verità ha ottenuto grandi  risultati. Ottenuti, per giunta senza spargimento di sangue. Trattasi dell’arte del convincimento legata alle idee sociali e socialiste, per definizione democratiche. I primi ad esserne coinvolti (o vittime) sono l’Istruzione, la Magistratura e perfino il linguaggio. Perché modificando questo, cambiano i significati. Lo dimostrano oggi i costruttori, quelli che politicamente sono disposti a sostenere l’attuale governo, che se viceversa fosse di segno opposto, di centro destra per intenderci, avrebbe dalla sua parte, come sostenitori, solo dei voltagabbana o meglio dei traditori.  Anche l’ecologia tiene alla logica sinistrorsa. Perchè se  anche tutti si dichiarano ecologisti,  il meglio si trova sempre fra i progressisti di  sinistra, area  notoriamente pacifista, mentre dall’altra parte, il sospetto di essere guerrafondaia, induce a non fidarsi. Se questa è la situazione attuale, il futuro, per essere sempre in linea con l’anima immortale comunista, prepara  un ritorno ad un consociativismo politico. Tipo, todos caballeros.  Ce lo dimostra la  recente proposta, in fatto di elezioni, di un sistema proporzionale che  mira a suddividere  le forze in campo, al fine di riunirle in un disegno atto a raggiungere  un maggiore (ed ovviamente democratico) controllo sociale, attraverso accordi fra chi capisce e chi no. In quanto solo i primi sono i  colti,  i preparati ed i giusti. Ebbene cosa dire nei confronti di questo modo di reinterpretare il vecchio mondo comunista che però non vuole abbandonarne la sua vera anima e che ha causato nel mondo oltre 100 milioni di morti? Ancora più del nazifascismo anche se fra due orrori non è lecito fare alcuna differenza, essendo condannabili  entrambi e basta.  E’ allora  sufficiente contrapporre la concezione di un liberalismo che per i cultori di filosofia ci rimanda a John Locke? Per il quale la società equa, fondata sul rispetto dei diritti e doveri, muove dalla necessità di  riconoscere all’individuo un valore autonomo. Mentre lo stato deve garantire libertà di culto, libero mercato, privatizzazione dei servizi, separazione stato-chiesa, ma senza mai diventare coercitivo e quindi  padrone.  Se devo dirla tutta  e non vedo perché non dovrei dirla, ancora più  stimolante è, per me, l’idea  libertaria. Vale a dire di un liberalismo  ancora più marcato, dove la libertà è sempre individuale e  spesso indipendente dall’autorità dello stato, ma giustificata  dalla legge morale. E’ vero che   in questo modo un po’  esagerato, il libertarismo rischia di diventare anarchia,  ma con una  differenza. Che tutti gli anarchici sono libertari, ma non tutti i libertari sono anarchici. Infatti io non lo sono.                 

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