Anticaglie

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Diario di viaggio in Armenia, antico paese tra terra e cielo

Inizia con questo “diario di viaggio in Armenia” la collaborazione con la nostra testata del dott. Carlo Giarelli, medico (chirurgia generale, urologia, senologia), psicoterapeuta e docente universitario, ma da anni attivo anche come editorialista, apprezzato per i suoi sagaci ed approfonditi articoli sia di carattere politico-sociale, che di etica

Inizia con questo “diario di viaggio in Armenia” la collaborazione con la nostra testata del dott. Carlo Giarelli, medico (chirurgia generale, urologia, senologia), psicoterapeuta e docente universitario, ma da anni attivo anche come editorialista, apprezzato per i suoi sagaci ed approfonditi articoli sia di carattere politico-sociale, che di etica

(1° puntata)
Strano paese l’Armenia, di elevato fascino ma nello stesso tempo con qualche caduta nel grigiore della normalità o addirittura nel  buio della miseria . Insomma coinvolgente di certo ma anche sconvolgente in modo altrettanto certo. Perché lì il bello e il brutto si mescolano  in modo difficile da capire. Come un tutt’uno  quasi impossibile da districare. Senza che, fra questi estremi, vi sia da una parte il senso del meraviglioso e dall’altra la  sensazione della mediocrità che in alcuni casi sconfina in quel sottobosco dei sentimenti dove alberga addirittura la banalità del già visto.O di quello che non si desidererebbe vedere causa una povertà che si tocca con mano. Sto esagerando? Può darsi, ma come si sa ognuno vede le cose a proprio modo, secondo gusti e visioni che si sono formati nella e dalla vita. Che ti insegna, è vero, ad andare oltre i pregiudizi  ma senza però riuscire a sconfiggerli del tutto. Insomma quel che voglio dire è che l’anima del paese è la contraddizione di un bello che difficilmente arriva al fascinoso e  nello stesso tempo di quel brutto che invece arriva diretto allo stomaco. E che  impedisce la sua digestione mentale perché trattasi di  un boccone  troppo amaro per non lasciare un certo disgusto in bocca . Le cause di  tutto questo sono di natura storica e geografica.  Vediamole. Situata in quella landa del mondo fra Europa ed Asia, l’Armenia vanta una natura  difficile, compresa fra altipiani ed i monti del Caucaso inferiore, le cui cime arrivano  a superare i 4000 metri. Mentre la punta del monte Ararat di cui parleremo, con il suo significato di simbolo storico e religioso  con i suoi 5137 mt. dovrebbe rappresentare la vetta più alta del paese se non fosse ormai dentro il confine turco. 

Continuando con l’altimetria, tutto il paese si sviluppa  quindi secondo una orografia che tocca in media i 2000 metri. Questo ci dice  come con tale dislivello, sia difficile sviluppare una economia agricola che in mancanza di industrie dovrebbe rappresentare   la parte preponderante dell’attività produttiva del paese. Per di più la terra anche negli altipiani è sassosa e dunque appare poco  attrattiva per le semine. Si salvano, fra queste, le colture di albicocche, diffuse in tutto il territorio , che sono diventate, anche per il loro colore, il simbolo del paese. La bandiera nazionale infatti tripartita orizzontalmente  riporta la banda arancione tipica dell’albicocca, nella parte bassa sovrastata  verso l’alto  prima dal blu e poi dal rosso. Le case in quel mondo rurale quasi desertico sono scarse e molto dimesse, al massimo a due piani costruite in sasso o in blocchi  squadrati di tufo e ricoperte da tetti in lamiera( o in eternit), simili in questo ai nostri capannoni industriali di qualche decennio addietro. Nessuna fattoria che si rispetti secondo le nostre usanze, si offre alla vista come nessuna stalla appare per il ricovero degli animali. Questi vagano negli estesi altipiani fra i monti, alcuni perennemente innevati dove l’erba  stenta ad emergere fra  l’ostilità dei sassi che invadono le zolle brulle e incolte. Piccole mandrie di mucche dal colore bruno si offrono di tanto in tanto alla sguardo di chi attraversa il paese in pullman ,come noi abbiamo fatto,percorrendo le poche strade asfaltate che come lunghi serpenti   attraversano quella natura primitiva  e apparentemente inospitale se non fosse per  il carattere  gentile della gente. Natura  che non sembra ancora pronta ad accettare le sfide della tecnologia motorizzata. A queste mandrie si associano frequentemente e ancora più numerose  le greggi di pecore e capre con i loro cani guida e  dietro l’immancabile pastore  a cavallo  che sembra il personaggio di un nostro presepe.  Vestito di lana grezza di un bianco stinto nel giallo sporco  dell’uso a dimostrazione di una comunanza di vita e di…vestito con il suo gregge. Se questo è il mondo rurale, nelle città la contraddizione è ancora più marcata.

Per darne una dimostrazione non c’è cosa migliore che visitare la capitale,Yerevan. Questa conta una popolazione di 1 milione e 200 mila abitanti fra i quasi tre milioni di tutta l’Armenia. A parte il centro città, mi riferisco in particolare  a Piazza della Repubblica, che si presenta  come un semicerchio contornato da edifici piacevoli con  tanto di colonnati, archi e frontoni, essa   vanta nel mezzo una vasta fontana i cui getti specie alla sera  si innalzano verso il cielo in un tripudio di  vari colori  e di altezze diverse  secondo il ritmo delle  note musicali tratte del repertorio classico europeo che si diffonde piacevolmente trasmesso dagli altoparlanti, in tutta la vasta piazza. In cui sono posizionate panchine che raccolgono piccoli nuclei famigliari o giovani che sembrano non avere altra forma di divertimento che non quella innocente pausa serale nel centro storico. Per il resto nessuna o poche tracce di un passato storicamente glorioso, ad eccezione di alcuni musei , quali quello dei manoscritti  antichi da noi visitato con un misto di interesse e di noia e pochi altri quali gli edifici istituzionali o di cultura ( la capitale è sede universitaria) oppure i decorosi  alberghi costruiti in tempi recenti dopo il dominio sovietico(1991), che anche se più modesti, assomigliano a quelli esistenti in tutte le parti del mondo. Per il resto in proporzione all’allontanamento dal centro compaiono i grandi e tutti uguali falansteri. Casermoni  questi a più piani , brulicanti di piccole finestre e di altrettanti piccoli balconi rigorosamente tutti uguali costruiti dal regime comunista con l’intento di dare una casa al popolo. Il risultato è che molti di questi edifici hanno i muri sbrecciati  mentre  i balconi ,quando ci sono, caduto l’intonaco mostrano tracce di tondini di ferro arrugginito utilizzati per irrobustire il magro ed economico cemento. Che siano tuttora abitabili questi mastodontici edifici che con la loro  linea squadrata si innalzano impudentemente verso il cielo come un declinante contrassegno dell’antica protervia ora immiserita nella vergogna della decadenza,  che  siano abitabili dicevo è possibile accorgersene da un fatto banale. Vale a dire dai panni stesi ad asciugare, appesi in ordine di bucato sui fili che corrono all’esterno dei vari piani. E’ questo l’unico criterio  per accertare l’attuale abitabilità di questi mostri  di un colore grigio nerastro,ancora  altezzosamente possenti nella loro rigida ed omogenea struttura. Diventati   oggi  malinconiche presenze di un destino presto o tardi destinato alla loro demolizione. Quindi o file di panni stesi all’infuori dei vari piani o assenza  totale  di questi testimoni della presenza della vita umana nella sua quotidiana e misera condizione. Difficile stabilire, a proposito dell’occupazione, un criterio statistico. L’impressione comunque è  di un progressivo abbandono di questi edifici nella misura in cui ci si allontana dal centro.

Ecco allora comparire mastodontici fantasmi senza vita perché ormai in abbandono , rivelatori di un periodo storico di cui nessuno più sente la necessità. A dimostrazione che per non morire di inedia( non è una esagerazione)in queste abitazioni sempre più fatiscenti, i loro abitanti anche per le difficili condizioni economiche in cui versa il paese non ancora in grado di riscattarsi dall’antico potere nonostante abbia aderito al liberalismo, abbiano preferito abbandonare cose e case pur di trasferirsi in quello stesso paese causa di tante  disgrazie e disillusioni. Cosicché per uno strano contrappasso di cui è ricca la storia, la Russia colpevole e colpevolizzata è diventata  nonostante tutto , per i suoi vecchi sudditi, la nuova meta per trovare lavoro e guadagnare pertanto la sopravvivenza.  La coscienza allora cede  alle esigenze dello stomaco e la fame appare anche al turista più forte del ricordo del  recente tragico passato.

armemia3-2IL MONTE ARARAT
Questo monte rappresenta un’altra contraddizione  per l’Armenia attuale. Simbolo della grande Armenia che nel passato si estendeva fra i due mari,  Morto e  Caspio, dopo varie complicate vicende storiche che hanno visto questo paese dilaniato da guerre di conquista da parte degli imperi confinanti( ne riparleremo), ora con l’attuale Stato che prende il nome di  Repubblica di Armenia ridotto ormai alla misera cosa di circa 30 mila Km2 ,(  su per giù come la nostra Lombardia ), questo monte dicevo si è trasferito per così dire in territorio turco. Lo si vede dalla capitale Yerevan perché la sua cima  è la più alta di tutta la catena montuosa  caucasica della zona,  raggiungendo un’altezza di 5137mt. Perennemente innevato in realtà è formato da due vette diseguali in altezza, unite da una linea curva che dà la sensazione di una grande sella da cavalcatura. Non è distante dal confine, ma ciononostante appare come un miraggio, una illusione che ogni armeno vorrebbe si trasferisse nella sua terra d’origine con  tutto il suo carico simbolico linguistico, storico e religioso.

Cominciamo dalla lingua. Ararat è infatti  costituito da due sillabe A e R raddoppiate che vogliono significare il Dio Sole. Ma, quello che è ancora più stupefacente è che invertendo le due lettere,  si trova una sorprendente analogia con il famoso Ra,  il Dio sole degli egizi. A dimostrazione  forse di una comune radice religiosa fra Armenia ed Egitto. Dunque il monte evoca una origine religiosa forse anche misterica se è vero che il dio  persiano Mitra fondatore di una religione di tipo iniziatico condusse una battaglia col Dio sole vincendola. Ma nell’evoluzione dei tempi, delle usanze e delle credenze religiose, sopravviene  poi un altro Dio. Quello degli ebrei che come dice la Bibbia castiga gli uomini empi con il diluvio universale. Compare allora la figura di Noè che con la sua arca piena di varie specie di animali si rifugia su un monte che guarda un po’ non è altro che l’Ararat di cui parliamo. Invenzione dei sacri testi per gli eterni dubbiosi? Sembra proprio di no. Perché nonostante i divieti, prima da parte dei sovietici di cui l’Armenia costituiva  una repubblica  satellite ,poi da parte dei turchi, sembra che i satelliti abbiano individuato in una brusca pendenza a circa 900 mt dalla cima, dei residui di legno disposti orizzontalmente che gli studiosi biblici avrebbero attribuito alla famosa arca. In mancanza di altri elementi per il divieto da parte turca di organizzare una vera spedizione internazionale( problema storico), rimane comunque tutta intera la simbologia religiosa che ha coinvolto tutto il popolo armeno. Tanto  che con la comparsa del cristianesimo, questa  nuova religione aveva ormai il terreno fertile per trasformarsi, siamo nel 301d. c.,  nella  religione ufficiale , precedendo di alcuni anni (l’editto di Costantino è del 313) Roma e tutto il mondo occidentale.

Dunque da questo si capisce come il monte Ararat sia così importante per gli armeni. Infatti lo osservano con  un misto di gioia e di rimpianto. Lo ritengono cosa loro e la lontananza acuisce il desiderio e la determinazione di perseverare ancor più nella  fede religiosa potenziando nel contempo la speranza di venirne nuovamente in possesso. Da quel sacro monte infatti  scaturisce  con l’effetto di un ruscello destinato ad ingrossarsi, l’identità cristiana di tutto il paese. Contraddizioni dicevamo all’inizio che alla luce del problema religioso si trasforma in una eterna lotta fra luci ed ombre di tutto un popolo. Che  fra  tante ombre della sua tragica storia ( parleremo in seguito dell’eccidio armeno da parte dei turchi) non ha mai perso di vista la luce  emanata da quel dio Ar che diventato Cristo ha mantenuto le antiche usanze irraggiandole però di  nuovi significati e nuove prospettive di verità. In pratica  creando una  nuova  luce che determina in ognuno un sole interno in grado di scaldare oltre a se stesso anche il proprio simile per guadagnare nella comunione la salvezza. Su questo aspetto l’Ararat silenziosamente  sembra annuire  da lontano ed ogni armeno a sua volta nostalgicamente lo osserva con l’intento e la speranza di ricevere  da quell’arca sepolta una conferma.
(continua)

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