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Venerdì, 20 Maggio 2022
Anticaglie

Opinioni

Anticaglie

A cura di Carlo Giarelli

Elezioni a Piacenza, fra ragione ed emozione

Non voglio fare l’indovino e nemmeno fidarmi dei sondaggi influenzati come sono da troppe componenti tecniche ed ideologiche, ma solo analizzare i motivi che mi danno la probabilità di chi sarà il vincitore. Dico subito che gli aspiranti sindaco, se valutati secondo i parametri legati alla loro rispettive immagini personali, hanno una importanza relativa e comunque non decisiva. Ma tornerò su questo aspetto.  Il vero motivo di aver previsto chi vince è di altro tipo. Lo si ritrova non in una motivazione ideologica, che contrariamente alla vulgata, di fatto non esiste o comunque qualora esistesse per quelli che ancora usano rigidi stereotipi mentali, è molto sfumata. Trattasi allora di un evento che dà la vittoria in mano a chi è portatore di una egemonia non solo culturale, quella che ci riporta a Gramsci, ma che le include in ogni aspetto della vita.  Non solo politica, ma in tutte le situazioni, in grado di dare le migliori risposte alle attese. Mi riferisco allora ad un partito capace di modificare i suoi orientamenti in modo di adattarsi di continuo alla realtà che cambia. E di saper cogliere di questa, i lati più moderni e diciamo pure più ecologici per una mente. Al fine di controllare ogni aspetto del vivere senza subirlo, ma possibilmente di risultare vincente. Dunque sto parlando di un partito che si presenta elastico e mutevole nelle sue presunte certezze, in base agli eventi. In altri termini che interpreta meglio degli altri lo zeitgeist o spirito del tempo.  E per quanto ancora legato ad una concezione religiosa nel senso più laico del termine, ha di fatto abolito le differenze fra questi due aspetti, appropriandosi di entrambe le fedi, al fine di giungere alla vittoria nelle varie competizioni del vivere.   Infatti nonostante elettoralmente sia rappresentato da una percentuale che al massimo raggiunge il 20%, di fatto ha la convinzione di comportarsi come un protagonista assoluto. Con la certezza che tutti gli altri concorrenti non possono gareggiare ad armi pari. Troppo rigidi questi nei loro principi e poco propensi ad adattarsi alle mode. Dunque tutto si tiene in questo partito, compresa anche quel residuo di ideologia che del passato non ricorda quasi nulla. E mi riferisco alla falce ed al martello, che da simboli importanti come erano, atti a individuare una appartenenza di tipo lavorativo, sono diventati delle icone ormai sbiadite, per non dire abbandonate, lasciando come unica eredità un certo disgusto. Questo in considerazione della nuova veste che ormai lega il potere politico a quello economico. Abbiamo una banca infatti, è stata l’espressione del vecchio segretario di quel partito, il secco e allampanato Fassino, cui non sembrava vero che finalmente il desiderio diventato potenza economica, fosse alla portata del partito per conquistare l’intero potere. Quello della mente. Infatti di ben altre convinzioni si era fatto interprete il vecchio partito dei lavoratori, diventato ormai altro da sé.  Non solo di tipo borghese, ma di una aristocrazia intellettuale di modi e di gusti, legati ad ogni settore della vita.  Sta di fatto che la vecchia egemonia culturale è sempre stata perseguita con l’arte di chi mette al primo posto potere e comando. La filiera delle occasioni perdute da altri partiti nonostante avessero un maggior sostegno elettorale e parlo della Dc e del pentapartito, nel caso del partito politico di cui stiamo parlando, sono sempre stati elementi di identificazione a metà strada fra il furbo e l’intelligente per governare le menti. La cultura infatti estesa alla didattica scolastica con il ricorso a testi ben orientati, si è progressivamente estesa alla tv, al cinema, alle arti in genere, alle fiction e a tutto quanto si può definire politicamente corretto. Espressione questa che nasce proprio da chi attraverso la cultura, ha creato un mainstream di pensiero che divide in due il campo dei partecipanti alla comunicazione. Da una parte i progressisti con la loro aria di modernisti, simpatici, alla moda e dunque vincenti, mentre dall’altra stazionano gli statici conservatori, con il loro carico di vecchiume addosso, che al pari di sopravvissuti sembrano essere esclusi dalla storia. E perfino esclusi nei confronti del nuovo linguaggio, che usa ormai il tu come manifestazione di apertura e di modernità verso il prossimo, il quale deve essere educato perfino nel bon ton. Parlavo prima di comunicazione e questa in gran parte coglie tutte le indicazioni del partito prediletto. Dalla stampa, alla Magistratura infatti nulla cambia. Ogni cosa al suo posto, per raggiunger il potere, è stato il credo di quel partito egemone che ha mantenuto una sua forma di fede. In grado di passare tranquillamente dal laicismo più spinto, come dimostra ad esempio, il sostegno al diritto all’aborto e ad ogni legittimazione in fatto di sessi, ad un recupero di fede religiosa ben espressa da un atteggiamento di ammirazione verso l’attuale Papa Francesco. Inteso come innovatore della dottrina cristiana, per aver dimenticato il vecchio concetto sacrale, troppo poco moderno, per sostituirlo con una nuova vocazione umano-sindacale.  Tutto questo a sostegno di chiunque per questioni economiche non è ancora entrato nella elite dei bravi, buoni e puri, in grado di scendere dal pulpito, per dimostrare di essere fraterni coi deboli, onde poi inquadrarli  in chiave politica. Ed è proprio a proposito di politica che il partito egemone dimostra tutta la sua forza persuasiva. Abbandonato la vecchia fede comunista che ad arte non viene apertamente sconfessata per non alienarsi i vecchi nostalgici della falce e martello, diventati per la verità, motivi di un certo disagio, oggi la politica è ormai divenuta il territorio di caccia dei giurati del nuovo capitalismo. Che comprende perfino la ideologia liberale e liberista, espulsa dai vecchi schemi di gente arroccata, secondo i nuovi progressisti, al vecchio mondo ed ormai considerata superata. A meno che possa essere inserita, attraverso un connubio perverso, nella nuova mentalità del mainstream progressista. E così con il famoso e guareschiano contrordine compagni, diventare moderna, condivisibile e perfino auspicabile, purchè con la targa di sinistra. Ma non è ancora tutto.   Perché attraverso l’arte del trasformismo, i nuovi egemoni sono diventati filo occidentali, filo europeisti e filo capitalisti. E nella loro convinzioni di essere nel giusto, manifestano ogni intolleranza verso i diversi. Quelli che non ci stanno a seguire l’informazione trasmessa dai vari social, tutti o quasi tutti schierati. Cosicchè chiunque allora dissente, viene bollato come eversore. Lo sono diventati i no vax ed i populisti con l’aggravante di essere sovranisti. Inoltre tutti coloro che in politica interna non sono pro Draghi. Mentre in politica estera, a proposito della guerra in Ucraina, la posizione deve essere chiara. In sostanza dichiararsi contro la Russia, antica loro alleata e madre della vecchia fede, ma oggi rinnegata in quanto troppo legata al passato sovietico. Da qui, il nuovo credo, quello di essere tutti a favore della nazione aggredita. E per renderlo credibile, ci si crogiola con la parola resistenza da parte degli ucraini che suscita sempre l’antica suggestione antifascista. Sempre buona per stigmatizzare chiunque manifesti un pensiero non allineato. Ma ancora non basta. Scelto il campo di azione, anche la decisione non si sottrae all’obbligo, un tempo considerato guerrafondaio, di inviare armi a difesa della popolazione aggredita e più in generale degli stati facenti parte della Nato.  Una parola questa che, prima della caduta della cortina di ferro, suscitava terrore. Raggiunta allora l’egemonia nei vari aspetti dell’esistenza, vista secondo le convinzioni di una superiorità morale nei confronti di quei poveri miscredenti che non vogliono comprendere, gli uomini messi a capo del partito contano poco o punto. Lo dimostra il segretario Letta che nonostante le proposte- sfida col voto ai sedicenni, lo ius soli e la sua poca simpatia, non costituisce alcun ostacolo alla rappresentanza sul piano elettorale del partito egemone. Il quale qualunque cosa accada, per quanto non si discosti elettoralmente dal suo 20% , di fatto agisce come se le sue percentuali fossero  quelle  di  una  maggioranza assoluta. Ed a proposito di uomini parliamo invece di donne. Quelle che si contendono l’elezione a sindaco nella nostra città. Chi siano lo sappiamo e quali sia il loro ascendente sui futuri elettori non è facile prevederlo.  Ma per i motivi già detti, non è neppure importante. I loro voti a livello personale non potranno sconvolgere le loro appartenenze politiche. E non parlo di ideologie, ma solo di apparati che le sostengono. La differenza per le argomentazioni fatte è evidente e da questo fatto ne scaturirà il vincitore. L’egemonia culturale che è diventata potere delle menti, sembra indicarcelo.  Ma sarà proprio così? Stando così le cose infatti, sembra che tutto quadri secondo la ragione. Ma nella vita e quindi anche in politica, c’è sempre qualcosa di imprevedibile che capita. E mi riferisco a situazioni inattese che colgono gli elementi emozionali. Come è già successo al tempo di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. E poi con la rottamazione di Renzi. Infine con il vaffan… di Grillo. Condizioni queste che coinvolgono l’elemento emozionale che spesso diventa illusione o addirittura follia. Ebbene se con un pizzico di follia, io mi trovo bene, essendo un sostenitore a proposito di questa, dell’elogio ad essa rivolto da Erasmo, anche l’illusione non deve essere disprezzata. E’ pur vero che questa a volte, come disse il principe di Salina, vorrebbe cambiare tutto per poi non cambiare niente. Ma è anche vero che l’illusione serve a dare un po’ di tono alla vita, ed a vincere la monotonia del tutto uguale. E se poi ci riferiamo alle elezioni, ad indurre i probabili astenuti che sembrano in aumento, a non abbandonarsi alla tentazione (il Papa qui non c’entra) del non voto, al fine di  rendere i risultati non  completamente prevedibili. La speranza infatti è sempre l’ultima a morire.            

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