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Anticaglie

Anticaglie

A cura di Carlo Giarelli

Gli indifferenti

Non mi riferisco col titolo al famoso romanzo di Moravia in cui, attraverso le dinamiche di una famiglia borghese si parla della condizione di crisi dei vari personaggi, affetti tutti da problemi del vivere che trovano il loro comune destino in uno stato di  noia come espressione di una malattia esistenziale. Ma di un’altra noia, voglio parlarvi che interessa ora i giovani d’oggi. Il motivo sta nel fatto che ogni problema o questione, susciti in loro poco o punto interesse. Infatti molti di questi giovani, non sembra abbiano ambizioni particolari, se non quelli legati  a quell’unica componente che li tiene legati alla vita e che possiamo definire come una forma maniacale alla visibilità o ancora meglio all’utilitarismo. Al di fuori di questa componente sembra infatti che ci sia ben poco.  Intendiamoci e precisiamo col dire che queste ultime generazioni non hanno tutti i torti.  La vita a differenza del passato ha cambiato strada. Ed i segnali indicatori dove dirigere sogni ed ambizioni sembrano scomparsi. Quindi si vive come si può, per di più nel mezzo di notizie che non si sa se siano vere o false. Da qui la mancanza di certezze, dette anticamente anche valori, che non consentono di catalogare le cose come buone o cattive a prescindere. Il che rende tutto incerto per la mancanza di  motivazioni o addirittura di sentimenti ideali. I quali sul piano pratico danno significato a cosa sia giusto scegliere al fine di indirizzare il percorso nella vita. Per la verità i desideri ci sono. Anzi sono questi che sostituiscono quelli che fino a ieri chiamavamo diritti. Da questo punto di vista questi ultimi si sono polverizzati, perdendo la loro valenza oggettiva e comune a tutti, per ridursi all’interno di ogni singolo individuo. Ma nello stesso tempo e questa è la contraddizione, assumendo il carattere di nuovi diritti che possiamo definire ad personam. In questa babele di personalismi, succede quindi  che ognuno vanta il proprio diritto come fosse  non solo una pretesa, ma addirittura una verità.  Ed i temi su cui esercitare questa  presunta verità soggettiva sono vari. Prendiamo per esempio il genere sessuale. Che sia ancora ancorato al passato nei due elementi maschile e femminile, sulla base anche di evidenze anatomiche, oggi  sembra non corrisponda più al pensiero comune. Ed ammesso che ancora esistano differenze  fisiche  fra i  due generi, ora il dato non è più da considerare certo, perché i numeri da due sono diventati un loro multiplo. Da qui la convinzione che nulla possa  ostacolare il desiderio di sentirsi diversi da come la natura ha generato, in quella che è diventata la sua funzione creativa. Se queste sono le premesse, vale la pena aprire il discorso e sulla natura e sulla creazione. Cominciamo dalla natura. Cosa questa sia non è più una certezza. Essa si coniuga solo come accessorio sia per l’uomo che per il mondo. Una realtà questa che preferiamo chiamare genericamente ambiente, ripetutamente violato e violentato da quell’ospite ingrato che lo vive  e che definiamo homo sapiens. Il quale da sapiens può essere diventato insapiens, avendo modificato, secondo la teoria green, quel carattere di eden primitivo  della natura che costituiva una specie di paradiso in terra. E a nulla vale per gli esasperati ecologisti, sostenere ora come il progresso e l’attività umana abbiano creato una condizione migliore di vita, rispetto al passato. Vane parole queste per chi ambisce ad un ritorno alla condizione originaria mitizzata, senza però rinunciare ai benefici e alle comodità di cui oggi tutti ne usufruiamo. Verdi inclusi. Dalla natura alla creazione il passo è breve e nello stesso tempo obbligato. La creazione infatti per i giovani d’oggi non esiste, se riferito ad un dio. Essa infatti è un puro artificio, una credenza ormai superata dai tempi, che dell’antica religione, è rimasto solo un vago ricordo. Una favola che nemmeno è giusto insegnare ai bambini.  Come è successo  recentemente a proposito di una insegnate sarda di nome  Marisa Francescangeli, che  ha commesso un arbitrio di lesa credenza. Anzi di  corruzione o addirittura di plagio nei confronti dei suoi scolari. Il motivo? In quanto ha osato recitare in classe una Ave Maria ed un Padre Nostro, recando offesa ai non credenti o ai credenti in altre religioni. Il risultato di tale condotta corruttiva, è stato punito con un provvedimento di allontanamento dalla scuola per venti giorni con la decurtazione dello stipendio.  Per la verità in questo mondo secolarizzato non tutto è perduto. Infatti   esiste ancora il concetto di religione, ma questo in chiave moderna perde il connotato di fede nell’aldilà, assumendo quello più moderno e concreto  di scienza. A quest’ultima infatti affidiamo il nostro destino e con questo anche il senso del bene e del giusto che abbiamo perso lungo le strade dei desideri, diventati per ognuno, come già detto, dei diritti. Una verità questa, che possiamo ritrovare nell’unica forma che oggi tutto accoglie e rappresenta. Da intendersi come vocazione al mito, da  sempre presente nell’inconscio come  desiderio di immortalità. Ecco allora che con  la scienza  l’uomo diventa creatore e si  sperimenta sia nel genere  sessuale che nei suoi progetti di vita. Parafrasando San Paolo con la sua frase: o Lui o nient’altro, basta sostituire il Lui con la scienza e la nuova moda del credere è soddisfatta. Per la verità un dubbio ancora rimane: perché non si sa se la scienza ci rende liberi o schiavi. Mi riferisco all’intelligenza artificiale che definirà con i suoi algoritmi limiti, funzioni e caratteristiche della vita. Per la quale, l’antropologia scade come una foglia morta sostituita dalle nuove frasche del transumanesimo che in questa attesa si sta già attivando  con la cancel e la woke culture. Questa infatti del passato abolisce tutti i riferimenti  tradizionali, ad eccezione di quelli in linea con la modernità del vivere. In cui l’uomo diventato macchina non è più un  fine, ma un mezzo. Quello di assecondare la tecnologia che nel suo progetto più alto, prende il nome di intelligenza artificiale, ma senza poterla controllare né gestire. Se questo è il futuro che si esprime con  l’espressione , oltre l’umano, anche i desideri individuali non avranno più ragione di essere. Sostituiti da un’unica verità che dei singoli non si cura, in quanto ogni autonomia di pensiero è già stato dalla scienza ridotto al silenzio. Ritornando agli indifferenti ammesso, ma non concesso  che qualche residuo di umanità possa sopravvivere, rimarrà come ultimo elemento antropologico la noia. Se così sarà come è facile prevedere, non è escluso il poter constatare come la perdita degli antichi valori, non abbia portato un  grande beneficio al nuovo modo di vivere. In questa attesa, mi piace pensare  all’utopia. Secondo la quale i giovani potrebbero abbandonare l’indifferenza per aprirsi con spirito autonomo a ridisegnare i veri significati dell’esistenza. Sarebbe questa l’ultima speranza, ma come attuarla? Nel modo più semplice e scandalosamente tradizionale. Quale ad esempio, osservare il mondo con disincanto, alzare gli occhi al cielo e perdersi fra le nuvole. E poi compiacersi di un tramonto e lasciarsi trascinare dal senso della meraviglia. Dal mistero delle cose cha cambiano inavvertitamente da momento a momento, senza quelle  ragioni che noi, anche per non curanza, non riusciamo a comprendere per intero. Infine ritornare a leggere libri e favole, per scoprire antichi e mai sopiti valori e tradizioni, attraverso emozioni mai completamente dimenticate. E poi ancora. Ascoltare le voci della gente ed occuparsi dei piccoli  o grandi problemi delle persone con le loro gioie e tristezze, per poi immedesimarsi nell’umanità greve, con l’intenzione di renderla meno carica di preoccupazioni e indurla a scoprire il lato piacevole delle cose. Con questa disponibilità d’animo, non è escluso possiamo ritardare quel transumanesimo che si alimenta nell’indifferenza generale. Pensateci allora  giovani perché cosi facendo potrete sempre dire, utilizzando come espressione il luogo comune della tradizione, la frase secondo la quale: non tutto è (ancora) perduto. 

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