Martedì, 22 Giugno 2021
Anticaglie

Opinioni

Anticaglie

A cura di Carlo Giarelli

I perduti, ovvero gli scapigliati di ieri e di oggi

Mi piace il termine scapigliati per i quali, e mi scuso della citazione, ho scritto un libro: La scapigliatura (vista e vissuta da Francesco Giarelli piacentino). Ma oltre ai risvolti familiari, amo il termine poiché mi riconosco, se non come uno scapigliato, come un liberale, e prima ancora, come una persona libera e poi ancora come  chi  si sente anche un po’ coinvolto dall’ideologia  libertaria. Fatta questa premessa di presentazione, tratterò il tema, affrontandolo per grandi linee, per poi, ed è quello che mi interessa, cercare di trovare l’equivalente nella società in cui viviamo. Se cioè la scapigliatura esiste o persiste  nella mentalità di  chi, come si suol dire, non ha ancora dato il suo cervello all’ammasso  e che oggi prende il nome di politicamente corretto.  Cominciamo allora a parlare della scapigliatura, movimento artistico letterario che si sviluppa a Milano nella seconda metà del secolo diciannovesimo, ma che pochi conoscono. Vuoi perché dura poco più che due decenni, vuoi perché è stato un movimento di contestazione un po’ velleitario, rispetto al passato letterario italiano che si identifica in Manzoni. Pur tuttavia, e questo è un altro suo limite,  trattasi di un movimento non univoco nelle sue linee ispiratrici, vantando tante anime fra loro in contraddizione. Entro allora nel merito ed inizio col citare Milano. Una città allora (metà ottocento) di circa 200 mila abitanti, considerata una piccola Parigi. Meglio ancora la più parigina delle città italiane. Il motivo? La confluenza in essa di letterati, scrittori,  giornalisti , pittori ,  scultori. Insomma   di una molteplice effervescenza di intelletti, tutti spinti dal vento della creatività e dalla vocazione all’arte e alla  gloria, compresi  una serie di editori che si adoperavano per pubblicare giornali e libri in controtendenza rispetto ad altre  città italiane.  Che da questo punto di vista  vivevano in un clima intellettuale ben più opaco, sonnolento o addirittura addormentato, rispetto a Milano. Ma chi erano questi uomini di cultura che si definivano scapigliati,  con un termine che sa tanto  di uscita dagli schemi abituali? Uomini ed ingegni di cultura classica, spesso laureati in legge, quasi tutti volontari delle guerre di indipendenza e poi garibaldini a Bezzecca e Mentana, i quali  mossi da questi ideali risorgimentali, desideravano costruire una società nuova, improntata al senso della giustizia sociale e ad una sorta di fratellanza umana ed umanitaria. Tuttavia  una volta venuti meno questi ideali , traditi dai propositi di  giustizia e fratellanza  per l’insorgere di una nuova classe borghese, fatta di commercianti e di novelli  imprenditori che facevano della loro vita l’occasione per tacitare la coscienza attraverso compromessi di ogni sorta pur di arraffare denari, ecco che si costitui questo gruppo di intellettuali che non ci stavano a dimenticare le antiche speranze  di giustizia e per le quali avevano combattuto. Anzi mossi da  questi ideali, contestavano la realtà di questa nuova classe dirigente, che incurante delle ingiustizie sociali, tendeva a conservare il più possibile interessi e privilegi. E per i quali  quel movimento di pensiero scapigliato, costituiva il nemico da sconfiggere, il ribellismo pericoloso da avversare in ogni modo, in quanto contrario al nuovo establishment.  Tanto che per relegare questi  avventurieri scapigliati, tutti affetti dal male dell’ arte, in una posizione critica e disprezzata dalla società dei benpensanti, composta dagli aristocratici e dal ceto medio borghese, vennero chiamati  con intento denigratorio: I perduti. Termine con il quale si intendevano chiamare quelli che non stavano alle regole e che rifiutavano leggi e modi di pensare, tutti improntati ad un moralismo ipocrita ed egoistico. Il quale anche con il consenso di una parte della Chiesa tendeva a mettere come primo obiettivo di vita, il benessere, senza curarsi della classe povera in un secolo, come l’ottocento, di fame autentica e dove il pane si guadagnava fatica ed a prezzo di lavori umili ed umilianti. Convinti del loro modo di vedere le cose in maniera completamente differente, i perduti non si lasciarono per nulla intimorire dal disprezzo che suscitavano presso quella categoria sociale che si dedicava ad ogni tipo di speculazione economica, soprattutto in campo edilizio ed industriale, favorito da una città che cominciava ad allargarsi.  Gli scapigliati infatti, perfino inorgogliti dal loro epiteto di perduti, preferivano condurre una vita diversa, che oggi si direbbe anticonformista, pur di  non piegarsi  ai soprusi del potere.  Cosicchè spesso in mancanza delle quattro paghe per il lesso, preferivano  vivere alla giornata, e nelle ore libere scrivevano, poetavano e dipingevano.  Al posto dei salotti frequentavano le osterie dove non sempre potevano soddisfare le esigenze dello stomaco, sostituite spesso, come alimento, da qualche bicchiere di vino. In particolare dal verde liquore, detto assenzio, che a poco a poco se sanava la fame, distruggeva le cellule nervose. Ho parlato prima di Milano come di una piccola Parigi, ed in effetti, i nostri scapigliati, si consideravano anche loro dei bohemi, ma con qualche differenza rispetto ai loro sodali d’oltralpe. Per farmi intendere cosa sia stata la boheme milanese, mi piace riportare le prime righe di una articolo del mio antenato Francesco. Eccole:” Che cos’è la boheme? Il noviziato della vita artistica, la prefazione dell’accademia, l’anticamera dell’ospedale, il vestibolo della camera mortuaria. Ancora che cos’è la boheme? La repubblica in politica, la ragione in convinzioni, il realismo in letteratura. Il paradosso in statistica, il neologismo in oratoria. Una terza volta che cos’è la boheme? E’ la squadra dell’avvenire. Vocatur legio. Va alla carica dell’ignoto facendo la terribile fucilata degli epigrammi. Non conosce lo squillo della ritirata. Essa muore il sorriso sulle labbra e la fronte rosea. La morte ha questi strani baci. La boheme è l’eterno domani. I bohemi in Francia formano il quartiere latino, in Italia la scapigliatura. Quei di Parigi li conoscono de auditu, i nostri de visu.”  Chiarito il concetto, andiamo allora avanti e chiediamoci quali sono stati  i maggiori esponenti della  scapigliatura. Li cito allora così come vengono, senza fare di loro una graduatoria di importanza che pure, se facessimo della letteratura, sarebbe indispensabile fare. Eccoli allora questi nomi in ordine sparso (o scapigliato?): Rovani, Arrighi, Praga, Dossi, Cavallotti, Tarchetti, Cremona, Ghislanzoni, Boito ed infine il mio avo  Giarelli. Ho parlato prima di assenzio, ma c’era un altro male che affliggeva molti dei nostri scapigliati. Che possiamo definire, con un’espressione latina, un cupio dissolvi, una rinuncia alla vita, che si insediava nell’animo, al fine di non dare importanza all’esistenza. A quel modo di essere che senza il conforto dell’arte, era  fatto di falsità, di formalismo ipocrita, di speculazioni economiche e  per il quale in questi cultori dell’idealismo, non c’era rimedio se non quello di abbandonarla attraverso l’atto estremo del suicidio. Ben altro si dovrebbe dire sulla scapigliatura, ma quello che a me preme dimostrare, come dicevo all’inizio, riguarda la domanda se e come quello spirito è rimasto nel nostro tempo. Ebbene la risposta è sì, perché riguarda ogni spirito critico che non muore nel tempo. Infatti facendo un rapido e superficiale excursus storico, potremo definire scapigliati, nel dodicesimo secolo, i cosiddetti clerici vagantes.  Studenti ex monaci o preti che mandata alle ortiche la tonaca, come autentici capiscarichi, poetavano cantando il gioco, l’amore e la vita libera e dissoluta. Altri esempi di libero pensiero li troviamo in Michelangelo e nello stesso Galileo. E più recentemente lo spirito scapigliato, come l’araba fenice, si risveglia nel Futurismo. Movimento in cui l’esaltazione della macchina e la fiducia quasi messianica nella guerra, come elemento di redenzione umana, non ci rimanda forse a quel cupio dissolvi già citato? Ma andiamo avanti  ed è ora il tempo di nominare un contemporaneo, il cantante Vasco Rossi. Personaggio in cui  la trasgressione in fatto  di musica, parola e gesti lo ascrivono al mondo scapigliato, anche negli aspetti  più critici e deteriori, se è vero  ,come si dice, che  qualche droga ( una sorta di assenzio moderno?) è circolata,  durante i suoi concerti, dal palco o fuori dal palco. Ma arriviamo ad oggi. Ed allora e finalmente, parliamo del politicamente corretto. Un processo di assimilazione collettiva questo, avversato dagli uomini di libero pensiero ed intelletto che hanno desiderio del nuovo, che manifestano insofferenza verso l’usato, che hanno in uggia il già detto ed il già fatto, che rifiutano il luogo comune, che  non sempre accettano come verità il volere della maggioranza. Dunque trattasi della riscoperta dei nuovi scapigliati, da definire  meglio come uomini liberi. Oppure come nuovi perduti? Ad ognuno la risposta. Finisco col dire, essendomi dilungato troppo con le autocitazioni, perfino citando il premio Cesare Pavese dato al mio libro, col dire- dicevo che le iniziali giustificazioni non bastano più.  Ed allora aggiungo come in confessionale di pentirmi e di dolermi con il proposito di non cadere più in futuro  in un simile errore.   

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