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Domenica, 22 Maggio 2022
Anticaglie

Opinioni

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A cura di Carlo Giarelli

Il politicamente corretto

Il titolo in  base alla lingua egemone,  viene chiamato e conosciuto come politically correct.  Tutti sanno cosa vuol dire, ma nessuno (o quasi) sa  da dove prende il nome. Per cogliere infatti le origini di questa espressione, bisogna andare un po’ indietro nel tempo. E scomodare un certo George Orwell, pseudonimo di Eric Blair (1903-1950) che ci ha lasciato un libro molto rivelatore di quello che noi chiamiamo appunto il politicamente corretto. Il titolo del libro è 1984, anno in cui l’autore ipotizzava l’avvento di quello che ora vogliamo descrivere. In realtà, quanto riportato nel libro è avvenuto qualche anno dopo rispetto alla data presunta (1949), ma poco importa. E di cosa si tratta? Dell’avvento di un totalitarismo diverso da quello storicamente inteso. Non di una dittatura, tipo nazifascismo e comunismo, in grado di coartare ogni libertà ed imporre un volere assoluto, ma  di una nuova forma di gestione del potere. Più subdola, meno appariscente, più falsamente democratica e quindi più pericolosa, in quanto poco avvertita dalle gente comune. Dunque trattasi di una dittatura del modo di essere attraverso l’accettazione di comportamenti che in realtà sembrano l’espressione della libertà. Ma che in realtà è solo finzione.  O meglio confortante illusione, la quale come tale non genera sospetti di coercizioni o imposizioni, rappresentando esattamente il contrario. Infatti dà l’illusione (lo ribadisco) che ognuno sia libero di esprimersi senza tenere conto di regole, che riguardano l’obiettività dei fatti o peggio i loro  contenuti morali, oggi scalzati dal comune  vizio di sentire in proprio e di dissentire in pubblico.  Il collante di tutto quanto detto, è costituito dal condizionamento ideologico che tende a dimostrare dovunque e comunque la nuova legge del vivere, costituita dal culto della diversità. Nella quale ognuno interpreta i fatti in base alle proprie convenienze ed interessi  e ne scopre gli antefatti cui uniformare i propri comportamenti. Mi spiego. Per farlo, mi riferisco alla propagazione e all’uso delle parole. Utilizzate secondo un fine che non corrisponde all’abituale significato che consuetudini storiche e tradizioni linguistiche  e lessicali, gli hanno assegnato.  Qui non si tratta di citare l’egemonia culturale di Gramsci, tutt’altro.  Perché in questo caso, le idee  ed i contenuti erano presenti.  Ma di affermare quello che oggi, indipendente da ogni spiegazione culturale, ognuno pensa di far valere sulla base di una ideologia che antepone l’utile ad ogni altra motivazione,  preparazione culturale inclusa. Tanto che quando la stessa realtà sconfessa quella che si tende a chiamare l’ideologia della diversità, l’errore sta solo dalla parte della realtà, considerata ingrata, incompresa, perché ideologicamente non rispettosa dei desideri di ognuno. Dunque, come naturale evoluzione, si è generato un calderone di parole e di pensieri che tramite l’abuso della libertà espressiva, creano in sostanza la confusione dei valori attraverso un mezzo oggi dominante e che diventa un fine: l’istituzione delle menzogne. Fake news e fake truths (false notizie e false verità) diventano allora la stessa cosa. In quanto tutto è falso come tutto può essere vero. La nuova dittatura agisce sulle coscienze con l’arte di assecondare ogni più sfrenata libertà, trasformandola in desiderio o pretesa. Che infatti si trasforma nella liceità di assecondare i propri istinti senza curarsi delle conseguenze sugli altri. E mi riferisco a quelli che continuano a rappresentare l’aderenza ad una realtà i cui confini sono sempre più labili. Sono questi i poveri di spirito che non si adattano ai tempi. Che giustificano l’intolleranza nei confronti di chi contraddice la maggioranza, quando  diventa regime. Che sostengono la restrizione della libertà di espressione, da parte di chi non è in linea con l’ideologia del consenso. Che danno del razzista a chi si permette a non provare odio verso l’uomo bianco. Che sviliscono il sistema politico e democratico, affidandone le sorti al governo dei giudici. E che infine danno dell’omofobo a chi, troppo tradizionalista, si permette di credere ancora nella presenza  dei tradizionali due sessi, invece di modernizzarsi e pensare invece all’esistenza di un terzo e di un quarto sesso,  oggi  accettati e qualificati come la giusta evoluzione della razza umana. L’uso e l’abuso poi del termine fascista, diventa la cartina di tornasole del politicamente corretto e sta a dimostrare come si marchia chi non è d’accordo con l’andazzo collettivo. Ma ritorniamo ad Orwell, un socialista che credeva nella politica di sostegno degli emarginati e di tutti coloro che venivano relegati ai margini della società che conta. Senza però mancare di credere nel patriottismo e nella tradizione dei popoli. Ebbene una volta conosciuto il socialismo reale, lo criticò aspramente e se ne distaccò. Ritenendolo  un totalitarismo che faceva esattamente il contrario rispetto alle sue idee originali. Questo totalitarismo che diventa  in lui il politicamente corretto è stata dunque la sua  grande intuizione. Una anticipazione storica  di quello che sarebbe avvenuto di li a pochi anni, rispetto al già accennato anno di scrittura . Profetizzando la sua realizzazione nel  1984, come dice il titolo del libro. Di questo, nel bene o nel male  siamo gli eredi, ma con l’aggravante di non  saperlo. Lo dimostra  in questi tempi , l’attuale campagna elettorale, sia per il referendum che per le elezioni regionali ,dove  assistiamo a toni arroventati tutti improntati ad offese personali. Insomma,  sembra manchino le idee ma non gli insulti. L’odio agisce  indisturbato e l’impressione è che sia sempre giustificato, anzi desiderato come l’unico mezzo per sconfiggere l’avversario politico,  trasformato in nemico.  Tanto che venga da destra che da sinistra. Soprattutto se proviene da quest’ultima parte, causa la presunta  superiorità morale, sbandierata, urbi ed orbi, costruita più sul  politicamente corretto che non sulla realtà dei fatti. La conclusione allora è quella di rileggere Orwell. A lui dobbiamo la crisi della nostra attuale epoca. In lui scopriamo tutte le ragioni della nuova dittatura che prende il nome del politicamente corretto. E come sempre capita agli illuminati pensatori che anticipano i tempi, il destino gli è stato amaro avendo pagato anche ideologicamente le conseguenze.  Quello di criticare il socialismo, specie quello staliniano accusandolo di falsità. Ovvero  di deformare la realtà sottoponendola ad una riscrittura ideologica, di regime. Primo ed autentico esempio di politicamente corretto.

Il politicamente corretto

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