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L’Europa fra il politicamente corretto ed il fascismo

Cosa si intenda per politicamente corretto, lo sappiamo o dovremmo saperlo anche se siamo abbastanza stufi di dovercelo sentire propinare, come fosse un mantra, ogni qual volta non si è d’accordo con quello che la maggioranza ritiene corretto dire e fare. In soldoni, il politicamente corretto è appunto il luogo comune di chi per tante ragioni, ritiene non vi sia alternativa di fronte all’interpretazione dei fatti e degli eventi storici. Sia dal punto di vista politico, da cui prende il nome appunto il politicamente corretto, che del costume ovvero del nostro modo di essere, dell’etica e infine della religione, dove la dottrina è spesso subordinata al segno tempi, dunque ancella della modernità. Anche per il fascismo vale la stessa cosa. Lo conosciamo bene attraverso i libri di storia, ma ora ci viene proposto in una nuova versione, proprio dal politicamente corretto. In pratica queste due realtà, (politicamente corretto e fascismo), vanno di pari passo e l’una sostiene l’altra. Quindi chi non si adatta alla dittatura, chiamiamola per abitudine democratica della maggioranza, ne deve subire gli effetti. E poiché ogni dittatura ne richiama un’altra, in genere di segno opposto, ecco scomodare la parola fascismo a carico di chi si ostina a mettersi in proprio con le idee e non gettarsi a peso morto nel mare vasto di coloro che pretendono di predicare il giusto e il vero. Al punto che non sono disposti ad accettare il dissenso, tacciando di fascista tutti i dissenzienti, incuranti di come il fascismo storico e dittatoriale sia stato ben altra cosa. Ed è così allora che si sovverte il significato semantico delle parole, per cui il fascista diventa democratico ed il democratico fascista. Strano paese il nostro. Come strani siamo noi italiani tanto che nessuno è mai riuscito a capirli e poi a catalogarli. Le differenze infatti sono enormi fra chi è nato a Milano e chi a Napoli o a Palermo. Tradizioni diverse, culture differenti e tratti somatici evidentissimamente dissimili fra il biondo slavato delle zone alpine e il nero più nero che non si può , di chi proviene dai territori conquistati prima dai greci e poi dai saraceni. Con l’eccezione in quest’ultimo caso, fra il succedersi delle varie dominazioni, dei conquistatori normanni che venivano dalla Scandinavia e che anch’essi biondi e di carnagione bianco latte, hanno contribuito non poco ad intorbidare le acque morfologiche della nostra stirpe. Secondo Flaiano l’italiana non è una nazionalità ma una professione, dove ci si intende ma con il gusto di stare a teatro anche quando ci troviamo in strada, nelle riunioni e nei tanti dibattiti dove ci si batte e si dibatte. I dialetti infatti sono circa millecinquecento e con una tale varietà di suoni e di inflessioni, la gamma dei contatti umani è pressoché infinita. Abbiamo la voglia di vivere, ma celebriamo i due nostri vati della letteratura, Dante e Leopardi che non sono proprio il condensato della spensieratezza. L’uno permaloso, inquieto e acido, l’altro triste ed ingobbito che oltre ad avere problemi col sarto, di donne ammirava solo la donzelletta che viene dalla campagna, ma dentro la casa avita che si apriva al mondo solo dietro il riparo delle finestre. Forse la più autentica voglia di vivere viene dallo scugnizzo napoletano che mangiando la pizza, cibo di strada diventato l’immagine di una Napoli povera e creativa, ha insegnato a tutto il mondo l’arte di vincere la fame con poco. A questa , oltre all’appagamento del gusto, si è aggiunto anche il senso della bellezza tipicamente partenopea, attraverso la varietà dei colori che fanno della pizza una piacevole tavolozza pittorica. Dunque l’italiano esiste e nello stesso tempo non esiste, perché tante sono le sue contraddizioni. Ce lo ricorda Ludovico Ariosto, quello dell’Orlando Furioso che si decise a sposare Alessandra Benucci, ma solo in segreto per non mettersi contro il religiosamente corretto e così non perdere i benefici ecclesiastici. E poi lo stesso Guicciardini che pur odiando i papi, restava al loro servizio per non rinunciare alla fama dovuta, con il concorso della Chiesa, alla sua teoria del “ Particulare”. Gli esempi di chi si prostra al politicamente corretto sono infiniti ed è proprio per questo che oggi chi si ribella, rischia di infangarsi nella melma del politicamente scorretto. In sostanza di essere chiamato fascista. L’ultimo caso riguarda il leghista Ciocca al Parlamento europeo. Ecco la sua bravata tipica di un gusto teatrale che come abbiamo detto confonde spesso nel nostro paese, politica e teatro. Il De Filippo di Filomena Marturano che si rappresenta in questi giorni al Municipale, con gli improvvisati attori dei vari bar- sport oppure con i tifosi acclamanti più che declamanti nei templi della passione calcistica, gli stadi. Ebbene dopo aver ascoltato la lettura del documento di bocciatura della finanziaria italiana da parte del Commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici, il goliardico Ciocca che fa? Lo stesso che fece Nikita Kruscev all’Assemblea dell’Onu negli anni 60. Si toglie una scarpa e la posiziona sul documento, vidimandola col segno del tacco di strada. Scorrettezza? Sì. Volgarità? Ebbene sì, conveniamone. Vilipendio del Parlamento europeo? Non esageriamo. Il tutto poteva risolversi con una tirata d’orecchi e un sorriso di compatimento, da parte del serioso Commissario che con fare ironico, poteva chiedere di che marca e numero fossero le scarpe del citato Ciocca. E invece no. Sei un fascista lo apostrofa l’infuriato Moscovici cui segue una intemerata contro l’improvvido deputato, severamente accusato di non rendersi conto di come una bravata come la sua, possa trasformare la democrazia in fascismo. Ecco allora il punto. La democrazia che non tollera una smargiassata e non la accetta senza evocare il fantasma di una dittatura, conveniamone, si presenta in una veste estremamente fragile. Teme soprattutto se stessa, forse perché ha paura di aver perso i contatti con l’opinione pubblica, incistata com’è ( parlo sempre della Commissione europea) in una serie di lobby che non tollerano contrasti, temendo di essere attaccata e alla fine soccombere nei confronti dei nuovi contestatori, rappresentati soprattutto dai moderni populismi. I modi per sopravvivere sono tanti, ma quella di accusare i nuovi arrivati tacciandoli di fascismo, in quanto bussano alle frontiere del potere e scalpitano e manifestano il loro disappunto perfino con una scarpa, non mi sembra la reazione più intelligente. La storica intolleranza fascista che diventa oggi paradossalmente carattere distintivo della democrazia, sovverte allora la stessa idea di quest’ultima forma di rappresentanza, confondendola con la dittatura attraverso un curioso cambiamento di ruoli e significati. In altri termini l’uso e l’abuso della parola fascista, vuole nascondere una incapacità dietro il paravento di un pericolo futuro obiettivamente molto improbabile. Specie in Italia che dopo la funesta esperienza del ventennio ha ormai sviluppato una reazione anticorpale contro tale sistema da esserne diventata, lo spero fortemente, immune. E poi non dimentichiamo la nostra vera natura che si avvale di quella che ho prima chiamato vocazione teatrale e che si svolge attraverso due direttrici principali. Da una parte , vedi i politici, attraverso l’arte del dire troppo per non dire nulla, dall’altra attraverso il senso ironico che spesso diventa sarcastico, onde stemperare perfino la malattia. Per la quale l’antipatico vicino di casa diventa portatore di una precaria salute di ferro. Anche la nostra finanziaria si adatta bene all’aforisma di Ennio Flaiano( sempre lui): La situazione è grave ma non seria. In chiusura anche se siamo gli eredi di Cavour che disse: “che fortuna , caro Massari, aver conosciuta l’Italia dopo averla fatta”, noi tutti siamo contenti di stare in questo strano paese, chiamato anche bel paese come ce lo ricorda un celebre formaggino, semplicemente perché ci ha dato i natali e la voglia, nonostante tutto, di vivere.

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