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A cura di Carlo Giarelli

La banalità del male

Questo titolo si riferisce ad un testo ormai considerato un classico, scritto dalla filosofa Hannah Arendt allorchè nel 1961 inviata dal New Yorker a Gerusalemme, per seguire il processo contro il criminale nazista Eichmann che si era occupato dell’internamento di 5 milioni di ebrei nei campi di concentramento e di sterminio, descrisse il resoconto del processo in un libro che venne appunto intitolato: la banalità del male. Fatta questa premessa non voglio parlare del libro, ma solo del male che spesso e volentieri si presenta in modo talmente scontato che sembra addirittura una banalità. Dal libro quindi passiamo a chi quel libro l’ha ispirato, vale a dire al popolo tedesco, nel periodo della seconda guerra mondiale. Ed in particolare fissiamoci sul loro capo, chiamato Fuhrer, responsabile del massacro di oltre sei milioni di ebrei. Il suo nome è quindi entrato nella storia come il criminale per antonomasia. Infatti quando qualcuno muove una guerra di aggressione, come oggi sta facendo Putin contro l’Ucraina, ecco che appare il nome fatale, Hitler, considerato il peggior criminale della storia. Che la realtà fattuale inerente le stesse immagini tramandateci dello sterminio compiuto da parte dell’allucinato uomo coi baffetti, siano più che esaurienti per definirlo il principe del male, quasi usurpando il titolo appartenente a satana, è ormai entrato nelle coscienze di tutti quelli che hanno un minimo di buon senso. Ma se questo è vero, molte di queste coscienze si sono per così dire distratte da un altro criminale, che per ragioni non tutte chiare si preferisce non citare per non dire volerlo rimuovere dalla storia. Parlo, come avrete intuito, di Stalin che come capo del governo dell’Unione Sovietica e quindi del comunismo sovietico, si rese responsabile di crimini contro tutti gli oppositori, ma grazie all’alibi della ideologia marxiana, quelle sue efferatezze sono passate quasi sotto traccia. Tanto che quando mori nel 1953, autorevoli politici italiani, fra cui Il socialista Sandro Pertini che poi sarebbe diventato il Presidente della Repubblica, ebbe parole di cordoglio per la perdita di un uomo visto come un benefattore delle classi povere.  Ed in termini più generali dell’umanità. Citati i due nomi, ora bisogna rivolgersi ai due diversi regimi da loro così crudamente interpretati. Da una parte sta il nazional socialismo, versione più edulcorata, nella sua spiegazione sociale e politica, del nazismo. Un sistema questo che poneva la Germania al di sopra di ogni altra nazione, per questioni di tipo esoterico, misterico e addirittura mistico che per questo doveva avere una giustificazione razziale di origine genetica. Per la quale tutto doveva ottenere per intrinseco motivo di superiorità etnica e niente doveva dare. L’ aspirazione alla conquista del mondo diventava pertanto un diritto da raggiugere a qualsiasi costo. Ebbene come sono andate le cose le sappiamo. L’ideologia perversa nazista, alla fine si è dovuta arrendere di fronte ai milioni di morti provocati da una guerra assurda di natura razziale, lasciando la scia che quel male non avrebbe mai più fatto parte dell’umanità. Al punto che quel vertice toccato, in fatto di crimini contro l’umanità, in particolare verso gli ebrei, non avrebbe mai potuto avere un uguale nei fatti e nelle coscienze di fronte ad altri eventi storici, che per crudeltà non avrebbero mai raggiunto un tale livello di esaltazione di odio collettivo. A questa ideologia perversa se ne contrapponeva un’altra, quella comunista. Proposta e propagandata dal filosofo di origine ebrea Karl Marx, che in occasione della nascente rivoluzione industriale, prima in accordo e poi in opposizione al filosofo Hegel, diventa un teorico del socialismo e poi un profeta della rivoluzione proletaria. Nel suo più famoso libro: Il Capitale espone infatti tutte le sue critiche nei confronti della economia politica come asservimento della classe lavoratrice al capitale, inteso come forza capitalista, protesa a perseguire i suoi fini di lucro, senza curarsi del bisogno del popolo lavoratore sfruttato ed oppresso. Con Marx si genera allora una nuova rivoluzione politica e culturale che diventa presto una sociologia. Dove emergono tutte le contraddizioni fra il lavoro di molti non retribuito secondo giustizia e il vantaggio di pochi che possedendo i mezzi di produzione si arricchiscono al fine di generare la proprietà privata.  Sovvertendo questa contraddizione, il lavoratore da alienato per essere privato addirittura della propria identità, solo attraverso la rivoluzione di classe acquista una nuova dignità. Diventando attraverso il lavoro l’artefice di un nuovo mondo sociale detto appunto comunismo. Da tale presupposto fino ad ipotizzare una società di tutti uguali, nulla ci manca. Questo, per grandi linee, è quello che è successo in Russia al tempo di Stalin. Dove chi non era d’accordo ed ambiva col proprio lavoro a costruirsi un minimo di indipendenza, veniva considerato nemico del comunismo e quindi soppresso o relegato nei campi di concentramento.  Dove fatiche massacranti, il clima rigido (in genere era la Siberia) e l’alimentazione scarsa, provvedevano a generare naturalmente, nel disfacimento fisico, quello che spesso si poteva ottenere con le armi, risparmiando sulle pallottole.  Detto questo se non è lecito paragonare le due ideologie criminali, nazismo e comunismo, sulla base del solo numero dei morti, che per la verità sono di gran lunga maggiori nei regimi comunisti, sia almeno lecito chiedersi il perchè della prima se ne parla come la massima espressione della criminalità e della seconda si è preferito stendere un velo di ipocrisia, per non impadronirsi della realtà. La ragione a mio avviso pende da una sola parte, come è successo, in quanto l’ideologia nazista non possiede elementi giustificativi. È errata in sé, per la sua natura totalmente perversa, che dal super uomo nietzschiano, passa alla collettività della supremazia razziale che, come detto, acquista la dimensione della follia pura. Al contrario il comunismo, con questa sua altra follia del tutti uguali, per la coercizione dello stato padrone, ha avuto un sussulto di cambiamento. Sostituendo la sua primitiva origine di pura spettanza economica, ad una visione più moderna, dove la chiave umanistica ha preso il sopravvento. Dunque non più lotta di classe ad oltranza per ottenere il benessere economico (vedi Sartre) in parte raggiunto quanto meno ai fini della sopravvivenza, ma una nuova rivoluzione di promozione umana.  In questo modo, l’interesse dell’analisi marxiana legata alla produzione e al profitto, subisce pertanto un drastico cambiamento stavolta non violento. In cui ogni interesse verso la promozione della condizione umana per la ricerca se possibile della felicità, prende il sopravvento sulla condizione economica. Il nemico allora non è più lo sfruttamento del lavoro, ma il processo dell’alienazione che si produce nella società capitalistica. Dove indipendentemente dalle condizioni lavorative diverse fra loro per mansioni e competenze, si genera una condizione di comune alienazione. Al punto che tutti sono uguali nel riconoscersi in questa dimensione.  Dove, senza distinzione, ognuno diventa una merce fra le merci, con l’abolizione in questo modo delle classi. Il risultato è che il borghese ed il povero, da nemici diventano entrambi amici insoddisfatti, causa l’alienazione e la conseguente perdita dell’identità. Ecco allora che il comunismo cambiando faccia, si è proposto modernamente come una forza di liberazione, riacquistando credito soprattutto fra gli intellettuali. In questo modo il mito del comunismo, si impossessa quietamente della gente non più mossa dalla vecchia lotta di classe, ma dalla comune voglia di raggiungere la felicità. Da tutto questo ne deriva che il male è uno solo, il nazismo ed il suo profeta è sempre lui, Hitler. A questo punto avanzo una mia raccomandazione. Andiamoci piano a paragonare i nuovi dittatori guerrafondai e dominati dall’idea di conquista, al principe del male. Così facendo rischiamo di fare due errori. Perdere un po’ di obiettività nel valutare le persone, che per quanto meritevoli di condanna difficilmente, per le ragioni dette, possono essere messe sullo stesso piano del fanatico genio del male. Nello stesso tempo, va considerato il rischio che inflazionando quel nome, la mente possa di abituarsi a tutto. In quanto col tempo alla vergogna dell’orrore, non si può escludere possa subentrare, per pigrizia mentale, la rimozione del ricordo che riguarda nel caso specifico la figura di Hitler con tutta la sua carica maligna. Infatti anche la troppa inflazione può generare per contrasto l’effetto opposto, la stagnazione della memoria, quindi attenzione!   

La banalità del male

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