Anticaglie

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La Chiesa di San Dalmazio

«Andar per chiese a Piacenza non è semplice, specialmente quando ti imbatti in una di queste come quella di San Dalmazio che c’è e non c’è»

Andar per chiese a Piacenza non è semplice e per la verità non è nemmeno il mio mestiere. Vuoi perché nella nostra città le chiese rimaste (ne sono state soppresse oltre 100, secondo  A. Siboni) sono ancora numerose e talmente ricche di storia che ognuna necessiterebbe di un trattamento particolare. Vale a dire di un’ampia trattazione, per la verità già abbondantemente presente nei libri del citato A. Siboni e di F. Fiorentini. Vuoi perché appunto al massimo mi considero un appassionato di arte e di storia ma senza un pedigree da giustificare il mio ingresso, che sarebbe appunto da abusivo, nell’ambito storico ed artistico della nostra città. Dunque allora perché dedicare un articolo alla chiesa di San Dalmazio? Bene, troppo presto per dirlo, aspettate ancora un po’ (intendo ancora un po’ di lettura) e poi forse qualche spiegazione vi verrà data. Ma non è detto. Andar per chiese dicevo non è semplice specialmente quando ti imbatti in una di queste come quella di San Dalmazio che c’è e non c’è. In quanto esistente come edificio religioso tutt’ora consacrato e sede della Confraternita dello Spirito Santo, ma quasi inesistente per buona parte dei nostri concittadini abituati ad altre frequentazioni. Tipo chiese parrocchiali o chiese di più ricche tradizioni anche per le opere d’arte che queste contengono e non chiesette come quella appunto che ci riguarda. Intendiamoci qui non si tratta di  assenza di tradizioni storiche perché la chiesetta di San Dalmazio ne è ricca essendo stata costruita attorno al mille( 1040 in base ad un documento del Campi) ma solo di un’abitudine da parte dei piacentini di  seguire  altre strade o meglio altri percorsi religiosi. Infatti percorrere Via Mandelli richiama subito alla vista l’imponente palazzo omonimo la cui facciata è a tre ordini di finestre, abbelliti in quelle di mezzo da timpani, mascheroni e volute sede della Banca d’Italia, e non quel piccolo edificio dirimpettaio che per quanto recentemente restaurato appare al confronto dimesso e silente.

Come fosse una reliquia di un passato ormai definitamente tramontato,  quando all’interno della cinta medievale più di cento torri campanarie  si alzavano verso il cielo a dimostrazione della singolare dedizione di tutto un popolo. In un tempo in cui (siamo attorno al mille) per giustificare questa ricca selva di edifici in stile romanico, ogni corporazione di arti e mestieri dava del suo, sotto forma della edificazione di una chiesa col suo inevitabile campanile. Quindi nascevano la chiesa dei calzolai o scarpari, degli aromatari o speziali e via andare con tutte le altre corporazioni. La qualcosa non era dissimile da quella esistenti in altre città di provincia, come ad es. a Pavia che cito a proposito di San Dalmazio, dove in una vecchia cronaca, si legge come oltre alle 135 chiese presenti in un piccolo territorio di diecimila abitanti, ne sorgessero altre due  del tutto particolari per la loro dedica: la piccola chiesa delle donne oneste e la chiesa (questa più grande , dunque l’ironia è giustificata) delle donne traviate. Ma ritorniamo a Piacenza e alla nostra chiesa dedicata a San Dalmazio e chiediamoci: chi è questo santo e poi perché dedicargli una chiesa? Chi sia San Dalmazio   lo riportano le cronache per la verità assai stringate. Sembra infatti che provenga dalla Germania (e perché no dalla Dalmazia?) attorno al terzo secolo e dopo aver evangelizzato la Gallia, il Piemonte e l’ Emilia sia diventato vescovo di Pavia( ecco il riferimento) per poi morire martire a  Pedona( Borgo San Dalmazio) in provincia di Cuneo, sembra nel 254. Cosa poi c’entri con Piacenza questo santo, una possibile spiegazione sta nella vicinanza della nostra città con Pavia.

Il ché spiegherebbe sia la costruzione della Chiesa sia di un  monastero al santo dedicati.  Comunque abbandoniamo ora la storia che ci consegna una città dove la vicinanza delle chiese con le abitazioni creava quasi un servizio religioso a domicilio in quanto dalla finestra si poteva sentire la messa della chiesa quasi di fronte e parliamo della chiesa così com’è oggi. Dopo aver percorso quasi per intero via Mandelli un piccolo e angusto piazzale segnala la presenta della piccola chiesa, muta e solitaria a significare in una analogia antropologica, proprio colui che non vuole essere disturbato. La facciata o meglio la sua faccia (parlo della chiesa) rivela infatti nelle sue dimensioni modeste la sua natura di edificio schivo e riservato. Tutto infatti è all’insegna del piccolo che deve essere ben osservato per poterlo scoprire. Alla vista infatti la chiesetta appare ripartita in tre parti (piccole) di cui la maggiore è quella centrale delimitata da due lesene lievemente aggettanti ai lati del portale. Queste si prolungano poi oltre al cornicione che attraversa tutta la facciata in un arco superiore terminante nel timpano. Ai lati di questa parte centrale, due corpi di fabbrica, rientranti e piccoli quanto basta,  si aprono a livello di portale, in due piccoli occhi,  in pratica due finestre rettangolari, timide e quasi vergognose nella loro nudità, a segnalare  le tre navate cui è ripartito l’interno. Si entra e la scena non muta. Una successione di pilastri a destra e a sinistra sorreggono volte che portano direttamente all’abside centrale a segnalare la maggiore rilevanza della navata centrale. E nel contempo il ridimensionamento   delle due laterali. L’atmosfera comunque è raccolta e si raccoglie appunto attorno all’altare che accentua la religiosità dell’abside, unica parte della chiesa non intonacata che appunto dai suoi mille anni di storia rimanda a quel senso religioso antico dove il vivere era riguardoso, quieto e votato alle frequentazioni delle liturgie di una Casa che a parte San Dalmazio è dimora di Colui che da sempre è. Il meglio però di questo senso di religiosità si percepisce scendendo nella cripta cui si accede attraverso due scale strette, ripide e tortuose situate a destra e a sinistra al termine delle due navate laterali.

Qui la religiosità tocca il suo apice. Piccola in quanto occupante solo l’area del presbiterio, a pianta centrale, è caratterizzata da colonnine che nella loro delicatezza stilizzata, sostengono volte a crociera allungate verso l’alto causa l’arco acuto. In mezzo staziona, più che un altare, un’ara che si presenta senza ornamenti in stile semplice, meglio ancora spartano. Per questa ragione appare ancora più suggestivo per chi in quel buio discreto, caro ai pescatori di ombre e di segreti, cerca un ulteriore invito a trovare una comunione con un passato di cui si avverte immutata la nostalgia.  Due colonnine in pietra sormontate da due capitelli  non lavorati sostengono infatti  una pietra rettangolare che rimanda al concetto del sacrificio  che in una sconvolgente   sintesi storica coniuga  il mito pagano  a quello attuale che ne rappresenta l’evoluzione nella verità. Ebbene, chiudiamo ora con la descrizione ed arriviamo alla spiegazione che vi devo.  Perché un fatto è capitato di recente in quel piccolo tempio. Nessuno, è vero se ne è accorto, tanto meno la stampa cartacea locale. Piacenza assente, si è fatta presente invece Roma nella sua sede Pastorale, Il Vaticano. Un Cardinale infatti si è mosso, trattasi di un protodiacono per raggiungere la chiesetta e con lui alti dignitari di  rango principesco. Il motivo? L’investitura di 11 cavalieri del più antico Ordine equestre esistente in Italia, quello Costantiniano di San Giorgio. Volete anche sapere i nomi del Rev.mo cardinale, di S. E . l’ambasciatore ed infine degli eletti? No, questo non ve lo dico. A Piacenza infatti la cerimonia è passata sotto silenzio per cui deduco che questo fatto  non interessi. Quindi vi basti e avanzi quello che ho scritto. D’altronde, il mio pezzo riguardava La chiesa di San Dalmazio. Il resto è semplicemente un corollario  che interessa semmai a Roma.

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