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A cura di Carlo Giarelli

La crisi del cristianesimo

Che il cristianesimo sia in crisi, è ormai un dato di fatto. Lo dimostrano le chiese semivuote ed i dati che riguardano la fede nei paesi europei ed in particolare in Italia, uno dei paesi più legati alle tradizioni. A seconda dell’età, sembra che i giovani siano quelli meno interessati alle questioni spirituali. Infatti il 46% dei ragazzi fra i 18 ed i 24 anni si definisce agnostico. Se poi saliamo nell’età successiva, quindi dai 24 ai 39 anni,  il 39% di questa categoria si dice non credente. Stando così le cose, poiché non si sa come queste evolveranno, diventa possibile fare due ipotesi. Che il cristianesimo sia destinato a scomparire, oppure che un  nuovo ritorno alla religione dei padri possa rinascere. Cercare di chiarire il fenomeno non è facile, ma val la pena provarci nel cercare di individuare le possibili cause. Ebbene una di queste è la secolarizzazione. Quando la visione si lega totalmente alla terra, di fatto ci si dimentica di elevare lo sguardo verso l’alto. L’uomo allora pensa di diventare autonomo, cercando nella terra, che diventa dea,  le motivazioni del vivere. La religione che si abbassa diventando pertanto sociologica, non fornisce altre aspettative. I temi legati ai diritti umani che devono amalgamarsi con la terra in chiave di rispetto reciproco, anche se si tenta di riscriverli in una falsariga evangelica, di fatto ripropongono una umanità di tipo illuministico. In questo senso Cesare si sostituisce a Dio, come si dimostra dall’evidenza di frasi che specie durante la pandemia si sono sentite ripetere ad oltranza. Quali, rispettare le leggi dello stato in merito ad ubbidire ad ogni nuovo decreto e ad osservare comportamenti  corretti, al fine di attivare ogni procedura per scongiurare il contagio. Rendendo di fatto le chiese simili a quegli hub deputati alla salute pubblica tramite la vaccinazione. In questo clima la salute prende il sopravvento sulla salvezza e la scienza acquista un potere salvifico, mandano il messaggio cristiano in soffitta. Con queste premesse si crea nella popolazione ancora credente, una consapevolezza legata ad interessi quasi esclusivamente legati all’uomo, paradossalmente in un mondo dove al contrario si assiste ad una crisi antiumanistica, legata al potere quasi divinatorio della scienza. Infatti i linguaggi simbolici, proprio della religione decadono, per non parlare di quelli misterici. Sostituiti da quelli  sociologici, politici, assiologici, tutti protesi a far dimenticare, quell’Oggetto misterioso, chiamato Verbo, che definisce per i veri cristiani, il senso del sacro. Ma non è ancora tutto. In quanto simbolo e mistero, come prima accennavo, hanno bisogno di una loro forma linguistica espressiva, che deve ritrovarsi nello spirito comunicativo proprio della Chiesa e che riguarda la liturgia con i suoi riti. Ecco allora che siamo arrivati al punto, che riguarda appunto il linguaggio simbolico del rito. Che costituisce da una parte un limite comprensivo dal punto di vista razionale,  ma dall’altra parte un salto di equilibri e di valori, intesi come una apertura verso quell’incomprensibile razionale che  apre ad un nuovo mondo. Il quale di per sé non si può cogliere con i normali parametri cognitivi. Dunque il rito deve essere paradossalmente incomprensibile per unire due mondi, quello terreno e quell’altro che parla di cielo e di cose eterne.  E che sono per loro natura al di fuori e al di sopra di ogni comprensione.  Infatti solo il simbolo che racchiude in sé il mistero, costituisce il senso dell’apertura verso il sacro. La sua rinuncia esclude l’aspetto emozionale ed il senso delle bellezza estetica che rifugge da ogni parentela con gli aspetti esclusivamente terreni, dove la componente razionale esclude ogni irrazionalità.  Tendente  per sua natura a rifiutare ogni processo mentale,  controllato dal rigore del fatto certo. Ho parlato di emozione e questa a sua volta poiché fa  parte del corpo, deve indurlo a liberarlo dai condizionamenti troppo castranti, come la religione impone. Il corpo- anima, è auspicabile debba muoversi allora in queste due dimensioni. Dove animare il corpo significa lasciarlo libero di esprimere le emozioni e creare quel senso di creatività, spesso legato all’elemento irrazionale dell’arte. Il corpo troppo angelicato come pensato  e proposto dalla religione, non risponde all’idea del sacro, che abbisogna di quello che va oltre al puro sentire razionale. Tant’è vero che anche nel linguaggio mitologico, esiste un aspetto sacrale che si è mantenuto, mutatis mutandis, nel tempo. Ad esempio nelle tradizioni popolari, che con i loro riti pagani condannati per questo dalla Chiesa,  che pur impregnati di superstizioni, manifestavano una vocazione a sacralizzare. E che  poi  si sono trasferiti nei  nuovi riti cristiani, come dimostrano le rogazioni. Le quali attraverso la cristianizzazione dei raccolti e del tempo meteorologico, hanno contribuito a fertilizzare la nostra religione.  Voglio dire insomma che lo spirito religioso si esprime nel tentativo di comprendere l’incomprensibile attraverso l’uso di elementi simbolici ed emozionali.  Se tutto quindi si tiene nella  nostra religione, non tutto, come si vuol fare credere, si è mantenuto nel tempo, specie se si guarda al momento attuale. Molti fatti lo hanno tradito, compreso  anche il modo liturgico  per dimostralo. Ritorno allora all’ars celebrandi, dove si celebra il Dio absconditus che non si vede, ma che si può solo sentire. A patto di essere disposti ad aggirarsi fra gli dei, per cogliere in essi quell’embrione di verità, che  poi diventando rivelata, ha  posto le  nuove basi  della religione cristiana, senza però  dover rinnegare completamente il passato. In cui perfino i canti orfici, avevano in sé qualcosa che spingeva l’uomo verso l’alto. Magari senza conoscere quale e dove fosse questo alto. Sta di fatto che da tutto questo procedere è nata la nostra religione  che oggi sembra aver dimenticato il simbolismo del rito. A favore di una mondial religion, dove tutto è appiattito ed uguale. E che si chiama scienza.         

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