Anticaglie

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La difficoltà di essere liberali

In sostanza il vero liberale non è un virtuoso in origine, ma al contrario è un liberale perché diventa virtuoso nella misura in cui sa accettare le regole del mercato libero, che diventano virtuose per autoregolamentazione

Se molti, oggi, si dichiarano liberali (a Piacenza oltre alla storica associazione Luigi Einaudi è nata recentemente una seconda - Vespero -  il cui nome è poeticamente interessante ma non certo adatto per esprimere un grande senso di apertura verso il futuro), dicevo allora che se molti si dichiarano oggi liberali, un problema esiste proprio perché non si vede, in Italia, questo auspicato spirito liberale, alla prova dei fatti. Non dico che questa rinascita (a parole) del liberalismo sia una finzione, altrimenti sarebbe inutile parlarne. Ma che sia un desiderio consegnato al mondo delle idee, piuttosto che a quello dei comportamenti, mi sembra altrettanto vero. In altri termini l’impressione è che si tratti di un velleitarismo piuttosto che di una vera convinzione. Esaminiamo allora i motivi di queste perplessità. 

Prima di tutto, il nostro modo di essere italiani. Che spesso vuol dire atteggiarsi piuttosto che assumersi vere responsabilità. Intendiamoci, va da sé che non voglio generalizzare, ma è inutile fingere che in questo mondo che privilegia l’apparire all’essere, una grande mano ce la offre proprio questa stessa cultura legata appunto all’immagine. E di cui proprio non ne avremmo bisogno. Inoltre, altro fatto importante, che si presta a confermare quel sospetto di velleitarismo cui prima alludevo è la cultura politica di questi ultimi decenni. Improntata, come sappiamo, ad un concetto di Stato o meglio di statalismo, dove ogni iniziativa deve in qualche modo essere giustificata e approvata dal cosiddetto stato sociale, la cui longa manus è rappresentata dalla burocrazia. La quale può vantare una alleanza che la rende di fatto pressoché immodificabile. E mi riferisco alla selva infinita di leggi e leggine difficili da capire perché troppo numerose e altrettanto difficili da interpretare perché (volutamente?) complicate e spesso fra loro in contraddizione. Il risultato? L’assunzione (anche involontaria) di un abitudine ormai inveterata da parte di tutti noi ad essere gestiti e per alcuni anche sentirsi protetti da parte della cosa pubblica. 

Questo fatto in una mentalità italica poco propensa, come dicevamo, all’assunzione di grandi responsabilità a livello individuale, determina un lento e progressivo spegnimento del desiderio di affermazione con i propri mezzi. Verso quelle programmazioni e realizzazioni che appunto perché comportano un rischio, frustrano le capacità dei singoli, ponendoli in una condizione di accidiosa indifferenza, in attesa magari che i tempi cambino. Ma i tempi se cambiamo, cambiano in peggio. 

A dimostrazione che si ha l’impressione di un Dna collettivo ormai modificato dopo tanto assistenzialismo e non più in grado di affrontare il futuro con lo spirito che ci vuole per la libera iniziativa. Che questo stato di cose abbia generato anche movimenti di protesta è anche vero. Ma tutti in direzione di una critica generica verso un sistema considerato vecchio e corrotto. Mossi più dal desiderio di rottamare o di far cadere le teste con lo scopo di sostituirle che non da una chiara rielaborazione dei vecchi errori. E quel che è peggio, senza uno straccio di un piano strategico che miri a modificare il rapporto cittadino-Stato, nell’ottica di garantire al primo una maggiore libertà di movimento. 

Un secondo fattore di perplessità è dato dalla concezione ormai prevalente secondo cui i valori etici non possono (o debbano) essere legati all’individuo, ma solo al concetto di socialità. Vale a dire il bene può essere solo quello collettivo che trova in sé la sua ragione d’essere nella ridistribuzione delle ricchezza e non nell’accaparramento. Cosa questa definita male assoluto causa l’egoismo individuale. La stessa parabola  evangelica della cruna dell’ago attraverso cui è difficile passi il cammello per dimostrare la difficoltà del ricco di raggiungere il regno dei cieli, è stata presa e trasferita così com’è nella mentalità socialisteggiante e laicale del nostro tempo, per dimostrare come la vera giustizia abbia un carattere sociale. E come l’etica riconosca la sua stessa ragione d’essere, solo se associata al discorso di bene pubblico. Da qui per creare lo Stato etico il passo è breve per combattere appunto l’egoismo individuale. Fonte di ogni prevaricazione e di ogni male. Cosi facendo si genera un livellamento comune e se anche possa solo dal basso, l’importante vengano tutelati coloro che muovono le carte. Vale a dire i politici, i funzionari di Stato e tutti i custodi che a vario titolo si propongono la tutela del bene pubblico, attraverso il  raggiungimento dello Stato sociale che per sua stessa natura diventa etico. 

E qui urge chiarire. Perché se è vero che l’egoismo individuale sia in sé un male è altrettanto vero che in economia tanti egoismi producono il bene. Cosa intendo? Che nella concezione liberale c’è spazio per l’individuo e la sua libertà, ma non per i suoi abusi. Infatti se l’egoismo è il carburante indispensabile perché ognuno smuova le proprie forze e capacità per migliorare la propria posizione, è anche vero che nel libero mercato ogni egoismo dovendosi misurare con altri egoismi subisce un naturale e virtuoso processo di calmieramento. In sostanza l’arbitrio di fare come si vuole non è previsto dall’economia liberale perché non in sintonia con un sistema che presuppone il rispetto delle stesse regole, attraverso gli stessi sacrifici. Anzi questo sistema che non tollera l’anarchia nel senso dell’arbitrio, porta all’autoesclusione di chi perseguendo nella propria politica personale, si autoesclude per non aver accettato quelle regole fondamentali della libera concorrenza. Che anche se sembra paradossale, costituisce un vero valore etico. 

In sostanza il vero liberale non è un virtuoso in origine, ma al contrario è un liberale perché diventa virtuoso nella misura in cui sa accettare le regole del mercato libero, che diventano virtuose per autoregolamentazione. E non perché qualcuno, lo Stato in particolare, si arroga il diritto di farle diventare tali. In entrambi le condizioni si arriverà ad una ridistribuzione degli utili e dei beni, ma nel primo caso  con la crescita, nel secondo con la stagnazione verso il basso proprio perché si è voluto eliminare dalla natura dell’uomo l’egoismo, origine e causa di ogni male, senza indirizzarlo verso un obiettivo che possa trasformarlo in bene comune. 

E’ chiaro che nel libero mercato, non tutto può filare liscio. Perché ha un grande nemico è il rischio (questa è un ulteriore motivo di eticità) che può produrre inconvenienti a livello sia individuale che della collettività. Ma ad ogni rischio corrisponde sempre una nuova speranza, una nuova iniziativa ancorata alla natura egoistica dell’uomo. Un male, questo dell’egoismo, lo ripetiamo, se confinato solo nella dimensione individuale, ma un bene se riproposto come cosa pubblica. 

Ritornando allora alla famosa parabola del ricco, quale la morale? Che l’uomo in economia può (e forse anche deve) essere egoista nel pubblico, ma generoso nel privato. Deve distribuire ai poveri le sue ricchezze guadagnate dopo aver accettato il rischio della libera concorrenza. Che come detto portando sempre ad un contenimento degli eccessi, in sostanza tende alla giustizia e al valore morale. Ma oggi chi la pensa così? Abituati a non rischiare, ma nemmeno a poter rischiare causa la ragnatela burocratica che blocca sul nascere ogni entusiasmo e causa anche un condizionamento etico travisato da  parte di chi non ha alcun interesse a lasciare libera la gente di pensare ed agire con la propria testa, l’unica possibilità sembra quella di doversi assoggettare ai mediocri, alias ai burocrati di Stato. I quali non sapendo fare altro, si arrogano perfino il diritto, per giustificare la loro azione di elevarsi a controllori dell’etica pubblica. 

Allora stando così le cose come è possibile sul piano operativo considerarsi liberale nei fatti e non solo a parole? Troppi ostacoli si frappongono per cambiare non solo un sistema, ma una mentalità. Meglio allora dedicarsi al populismo. Votare per chi si propone di essere contro il sistema ma senza proporre un piano alternativo. Anche le tricoteuse di Parigi si accontentavano di vedere cadere le ceste dalla ghigliottina e si auguravano che il futuro sarebbe stato migliore dopo aver eliminato un bel po’ di nobili, di preti e di borghesi arricchiti. Tutti egoisti questi della peggior specie. Poi però sopraggiunse il terrore.  E con esso la paura di non essere sufficientemente rivoluzionari verso la nuova società che si proponeva come valore etico, la dea ragione per costruire la società perfetta, basata sulla libertà, fratellanza e uguaglianza.  Sappiamo come è andata a finire.

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