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Anticaglie

Opinioni

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A cura di Carlo Giarelli

La livella

Come potrebbe sembrare, non mi riferisco alla famosa poesia di Totò, il cui nome per la verità si chiama: ‘A livella che trasuda di principi filosofici e morali. Secondo i quali le differenze e gli odi sociali sono cose da vivi, mentre i morti sono persone serie che non si curano di distinzioni, essendo ormai diventati, nella tranquillità del riposo tombale, tutti uguali. Ebbene è questo tutti uguali che mi spinge a scrivere queste note. Un tutti uguali che interessa la nostra società in cui i comportamenti e la stessa compressione dei diritti, per significare in sostanza la libertà delle idee, un tempo valori considerati   dai confini invalicabili, sono diventati dei principi discutibili. Anzi criticabili al punto da ritenerli inapplicabili. Cosa voglio dire? Che qualsiasi forma di dissenso non è più cosa lecita. La stessa libertà non è più un diritto del singolo ma è diventata una consuetudine che tende a livellare ogni pensiero. Anzi ad abolire lo stesso pensiero. In sostanza siamo andati oltre al già criticato pensiero unico, perché abbiamo abolito addirittura lo stesso pensiero come fonte delle idee. Per la mancanza delle quali, abbiamo standardizzato ogni comportamento da tenere. In sostanza la libertà si è separata dalla verità che è stata abolita dal non pensiero. Per meglio precisare, si può allora affermare che non esiste una unica verità ma al massimo tante verità che uniformano i comportamenti. Dove persino il linguaggio si è impoverito di locuzioni e di significati e di una parola in particolare quale   il dissenso. Infatti chi osa dissentire viene demonizzato e diventa da subito il criminale da estromettere dal consesso civile. In un termine oggi inflazionato, diventa allora il bieco fascista da mettere in disparte come il nuovo appestato. Questo nuovo paradiso del potere che ha abolito ogni distinguo, se è riconoscibile nei comportamenti diventati tutti uguali, non è altrettanto facile individuarlo come causa. Forse e dico forse, esistendo oggi come unico modo per intendere la vita il lato economico, non è sbagliato identificarlo nel grande potere dei gruppi finanziari mondiali, che hanno creato il popolo obbediente agli ordini del solo modello oggi esistente: il dio consumo. Sta di fatto che avendo abolito il dissenso senza quasi neppure accorgersene, inteso ripeto, come eliminazione del pensiero, siamo diventati tutti uguali, come diceva la citata poesia di Totò. Ma con questa ed aggravante differenza, che siamo morti pur essendo vivi. Per meglio definire il concetto due sono le caratteristiche che si sono create nella società dei morti viventi. L’abitudine all’obbedienza come fosse una ginnastica salutare nei confronti di un superstato onnipotente e la diffusione di un lento e progressivo convincimento omeopatico che diventa progressivamente un asservimento inconscio al potere. Andiamo infatti a votare, per la verità sempre meno specie in questi ultimi anni in Italia, ma i nomi sulle schede elettorali non sono quelli che corrispondono all’unica idea che si è sedimentata nella nostra mente. Sono queste schede solo finzioni che servono per l’ accomodante immagine  di una finta democrazia, ma funzionali  solo per sradicare dalla società i nuovi  dissenzienti, tutti uniformati nella parola fascismo e quindi non conformi al pensiero omologato e omologante. Siamo infatti diventati, ripeto, tutti uguali. Tutti buoni democratici e progressisti. Tutti antimperialisti, sprezzanti delle distinzioni di classe, del colore della pelle e delle ormai troppo varie forme di disforie di genere.  Tutti uniti contro coloro che ancora non si sono adattati ai tempi attuali e che si ritengono conservatori con l’aggravante di definirsi borghesi. Un grande fratello allora gestisce e controlla ogni espressione del pensiero divergente. Una strana malattia si è impossessata delle menti. Trattasi di una forma di anestesia sociale che impedisce lo sviluppo delle idee, la mancanza delle quali hanno come unico sbocco la sottomissione allo stato che acquista pertanto una funzione terapeutica. Che cristallizza l’abitudine al non pensiero, ma dà l’illusione che il comportamento unificato è la soluzione possibile ed ideale. Ed anche l’unica che ti alleggerisce la vita rimuovendo tutti quei distingui legati al senso del giusto o dello sbagliato che un tempo coinvolgevano aspetti morali, da considerare fortunatamente superati. Con tutto il loro carico di ansia e di emozioni legate al senso dell’inadeguatezza o addirittura della colpevolezza. A questo punto, se proprio vogliamo riferirci al concetto dell’unica verità per la quale, come già detto, non esistono verità, e quindi intestardirci nel volere trovarne una, quella della scienza, sembra rappresentare la strada che ci toglie il fastidio di vivere nell’incertezza nel futuro. Tuttavia a questa sicumera della scienza, c’è un secondo elemento, come retaggio della ormai superata antropologia, che affiora, paradossalmente come unico rimedio al comportamento unificato. Trattasi allora dell’unica caratteristica umana di un passato che non muore. E mi riferisco all’egoismo, non ancora vinto dalla terapia della livella. Secondo questo, ognuno pensa di essere intelligente più degli altri e di far parlare di sé la gente in modo elogiativo.  Senza dimenticare poi di rinnegare i vari condizionamenti educazionali dell’infanzia, se questi ti hanno impedito di emergere come avresti voluto, per demerito di qualche parente. Infine di essere ricordato dopo morto. Ma a questo punto ci viene in soccorso ‘A livella di Totò.  Per la quale non bisogna scomodare i morti, perché questi sono persone serie. Mentre quei desideri, prima menzionati, sono legati all’ambizione dei vivi, che ancora non si sono uniformati al livellamento dei valori. Chiudiamo allora con una nota di speranza chiedendoci quale sia l’unico rimedio all’omologazione del comportamento. Stando così le cose, in questo clima del tutto uguale, forse non è neppure lecito azzardare una soluzione. Ma ci provo ugualmente. Dunque e lo ripeto, quale potrebbe essere l’antidoto? Che ognuno lo ricerchi dentro se stesso e se io mi spingo a sostenere, come unico significato terapeutico, la libertà, che ognuno rintracci questo stesso valore del vivere nella poesia del grande Totò. Infatti si può essere seri anche essendo vivi. Soprattutto se trattasi di elaborare un libero pensiero, come fonte di altrettanto libere idee. 

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