Anticaglie

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La religione cattolica ad un bivio

In tempi come i nostri, dove tutto si mette in discussione in quanto anche il concetto di bene e male, sfuma in quel grande contenitore di usi e costumi e di banalità, che è chiamato con una espressione abusata, come politicamente corretto, anche la religione ne subisce i contraccolpi. Tanto che la religione dei padri non sembra più quella dei figli ed i Padri della Chiesa sono la vox clamantis in deserto nell’attuale desertificazione delle attuali pratiche inerenti la devozione. Per la verità anche il Santo Padre non sembra immune da questa nuova mentalità religiosa, che investe tutta la Chiesa. L’impressione è che un residuo del ‘68 abbia intaccato gli stessi principi religiosi tradizionali all’insegna di un possibilismo che rende tutto uniforme, non solo per quanto riguarda le cose terrene, ma anche per quelle che dovrebbero riguardare gli eventi celesti. Chi sono io per decidere, frase pronunciata dal primo Pastore della Chiesa, viene intesa ( o fraintesa) infatti come una condizione di incertezza di fronte al soprannaturale, che trova la sua spiegazione nella misericordia. Virtù questa comprensibile, ma non per questo sempre condivisibile, per l’uomo d’oggi ,che ricerca anche sotto l’aspetto religioso di non scontrarsi con altre confessioni di fedi, fra cui quella musulmana, che non per nulla abbonda di misericordia. Identificando in Allah il misericordioso per eccellenza. Questa virtù della misericordia che si sostituisce all’Amore che Dio porta a tutto il genere umano, rischia di creare qualche dubbio circa l’attributo principale che si deve attribuire al Dio cristiano. Un atteggiamento questo che porta diritti ad un sincretismo religioso che mescolato ad un pacifismo generico e ad ecologismo altrettanto di moda, condiziona il fedele a pensare che in fondo se esiste ancora Dio ( molti lo mettono in dubbio) ogni differenza religiosa è tollerata e sostanzialmente ammessa. Per quanto riguarda poi il cattolicesimo, si assiste al fenomeno di una vocazione irenistica mescolata ed un vago senso nostalgico, verso un cristianesimo delle origini precattolico e preclericale, eversivo e libertario, influenzato da un marxismo rivoluzionario e da un terzomondismo che dovrebbe spingere ogni cattolico ad una accoglienza indiscriminata, vocazione, dicevo, che sembra oggi la soluzione proposta dalla gerarchia. Ed in particolare dall’attuale Papa che parla spesso a braccio e al pari di tutti gli uomini che vanno in collera, minaccia di sferrare un pugno in faccia a che si permettesse di offendere la madre. Quella biologica intendo. Uomini di buona volontà sostituiti da uomini di buona capacità nel reagire alle offese, a questo siamo arrivati? Come sappiamo ogni comunità sociale si fonda su riti e codici comportamentali. Simboli questi che significano spirito di appartenenza e di condivisione nei confronti della stessa comunità. Così pure ogni religione ha i suoi riti e questi si identificano soprattutto nella liturgia. La quale dal 1965 ha sostituito la lingua latina, con le tante e diverse lingue professate al mondo, per dare nelle intenzioni, la possibilità di realizzare uno spirito di universalità nella comprensione tutta umana del messaggio. Tuttavia con un Motu proprio da parte di Benedetto XVI, è stata autorizzata anche la Messa nella forma liturgica della lingua latina, che nel caso della nostra città, nella chiesa di San Giorgino, viene celebrata tutte le domeniche, secondo il rito di San Pio V. Esaminiamo allora le differenze fra i due riti. Il primo ha volutamente un carattere assembleare che in apparenza, sembra piacere di più. Celebrante e fedeli si sostituiscono a turno e nelle intenzioni si dovrebbe realizzare un maggiore spirito di partecipazione. Il motivo da parte dei fedeli è che tutto deve essere letteralmente compreso, anche se non è dimostrato che tutto debba essere colto nel profondo . Infatti le cose terrene non sempre vanno di pari passo con quelle celesti. In questa liturgia il tempo della messa, si è abbreviato e la sensazione di una gratificazione dell’intelletto attraverso la comprensione della lingua, toglie significato all’escatologia che viceversa mira più al cuore che alla ragione. Lo si vede ad esempio all’uscita di chiesa. La gente parla, si formano crocchi e capannelli e i discorsi riguardano le cose del mondo, tipo problemi di salute e altri convenevoli. Tutto poi, durante il percorso verso casa, subisce un processo di rimozione e ben poco resta nella mente del fedele, se non la soddisfazione, di per sé encomiabile, di aver rispettato un comandamento. Nel secondo rito invece l’universalità si coglie non attraverso il linguaggio che per molti è poco comprensibile, ma attraverso il suo significato. Realizzando il paradosso che quanto più questo stesso linguaggio non si comprende nella sua accezione letterale, tanto più agisce in interiore homine, quindi all’interno della coscienza. Ecco allora la prima differenza fra interiorità ed esteriorità. Ma procediamo. Altro simbolismo nel secondo rito, il silenzio che perdura per tutto il tempo della Consacrazione. Individualismo contro assemblearismo sembrerebbe la nota dominante. Ma non è così. Il silenzio unisce i fedeli nella meditazione e poi nell’adorazione più che non la parola. Il senso escatologico, in questo caso è dominante e di fronte a questo mistero non esistono mezzi più efficaci di comunicazione con l’Oggetto della liturgia. Perché è il silenzio che dà ragione della nostra incapacità di misurarsi a parole con Chi, incomprensibile per definizione, sta nell’alto dei cieli. La Gerusalemme celeste diventa allora una meta auspicata attraverso la devozione ed il pentimento, in quanto altrimenti irraggiungibile. Rimuovendo così l’impressione che la si possa trovare facilmente in terra, come certa prassi religiosa vorrebbe far intendere. Esiste poi la musica ad amplificare questa sensazione di trascendenza. Non il canto moderno piacevole, ma legato alla moda, quindi alla contingenza, ma quello gregoriano che oltre ad essere piacevole, tocca la corda emozionale che costituisce la premessa per comprendere quello che non è comprensibile. Dunque il mistero. Ché se non ci fosse non esisterebbe neppure la religione. Ho parlato del tempo e in questo c’ è un’altra differenza. La liturgia moderna si riferisce al luogo in cui agisce e si esaurisce, quella antica al tempo senza tempo. In termini colti praxis contro poieisis. Lo si vede all’uscita dalla chiesa. Nessun crocchio di gente, ognuno va per la sua strada immerso ancora nella meditazione, in quel mistero prima evocato che provenendo dal silenzio, nel silenzio si mantiene e si potenzia. Ci si saluta brevemente , è vero, ma nulla più. Ognuno porta a casa il suo fardello di emozioni, il cui lavoro nelle coscienze agisce in modo non preventivamente decifrabile. Per concludere ho esplicitato due liturgie e due modi di intendere la religione. Che questa sia ad un bivio ce lo dicono i “dubia” espressi da alcuni cardinali( quattro) a proposito di una dottrina che come la sua forma esteriore rappresentata dalla liturgia, pone degli interrogativi su temi fondanti come la comunione ai divorziati e più in generale sul modo di intendere la stessa religione nella sua forma dottrinale.. In pratica siamo di fronte ad un bivio. Due cartelli ci indicano le vie. Da una parte il ritorno all’antico, inteso come sacralità al di fuori dallo spazio e dal tempo, dall’altra proseguire verso un moderno tutto corpo ma con poca anima. Quale dei due preferire, io l’ho detto.  

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Commenti (4)

  • Complimenti articolo davvero interessante, spunti di riflessione molto intelligenti.

  • Articolo bellissimo e condivisibile. Grazie all'Autore. Anch'io preferisco la via suggerita, di un recupero dell'uso antico e della sacralità (anche se nella Chiesa stessa nessuno più li vuole).

  • Intervento a mio giudizio molto centrato. Fede e salvazione, temi base e giustificazione del cattolicesimo, non sembrano più il tema centrale.

  • Esistono due tipi di religioni, quella Ufficiale e quella del cuore. La prima segue la moda del momento, cerca i nemici da combattere o da tollerare, la politica favorevole, ecc. L'altra è quella vera, intima della persona. La prima condiziona la seconda, se la persona non è incline a pensare ed è "uno del gregge di Epicuro" (Orazio, Lettera a Tibullo).

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