Anticaglie

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La rivoluzione linguistica, logica, ed etica

Con la discussione e approvazione in Senato del ddl Cirinnà su ciò, per usare un linguaggio vecchio, che riguarda la nuova concezione della famiglia, di fatto abbiamo iniziato una rivoluzione, apparentemente non cruenta, ma in sostanza ancora più pericolosa, legata al linguaggio e conseguentemente alla logica e all’etica

Con la discussione e approvazione in Senato del ddl Cirinnà su ciò, per usare un linguaggio vecchio, che riguarda la nuova concezione della famiglia, di fatto abbiamo iniziato una rivoluzione, apparentemente non cruenta, ma in sostanza ancora più pericolosa, legata al linguaggio e conseguentemente alla logica e all’etica. Infatti il cambiamento dei costumi, verso cui il nostro Paese di tradizione cattolica non è mai stato un grande propugnatore, comporta anche l’introduzione di nuove parole per definire i fatti. E poiché le parole sono simboli, anche questi abbisognano non solo di una veste per essere espressi, ma di un sostegno del pensiero, la ragione quindi, per essere intesi. Ma non è ancora finita. 

Anche la ragione a sua volta fonda se stessa su due principi. Quello della libertà e  l’altro del comportamento etico. E non c’è bisogno di scomodare Kant per esserne convinti. Dunque, ecco allora la rivoluzione da cui il titolo. 

Cominciamo col linguaggio che a sua volta, come detto, deve essere in sintonia con il pensiero logico. La prima parola che si presta bene a quanto succede, è matrimonio. Cosa significa? Semplicemente l’unione di due parole latine: mater e munus. La prima di queste, va da sé, significa madre o genitrice. La seconda, compito o dovere. Dunque poiché queste parole ci rimandano dritti, dritti, alla civiltà romana e al suo corpus giuridico, il famoso diritto romano, il loro significato non poteva che manifestare le stesse certezze delle sue leggi. Secondo le quali il matrimonio era un compito della madre, che rendeva pertanto legittimi i figli nati dall’unione. Mentre chiarezza per chiarezza, il patrimonium spettava, come  compito, al padre per provvedere al sostentamento della famiglia. Linguaggio questo di una evidenza esemplare sia sotto il profilo fonetico, che logico, giuridico e infine morale. Tutto inserito in un cerchio perfetto dove apparenza e sostanza si sposano (un matrimonio lessicale quindi), in  tempi in cui il linguaggio, come esempio di organizzazione sintattica, seguiva l’esempio delle legioni romane, in fatto di ordine, rigore e disciplina con perfetta aderenza fra azione e significato. 

Questo allora. Ora che i tempi sono cambiati, la chiarezza si è di molto afflosciata.   Anzi siamo passati da una società solida nei suoi principi a quella chiamata liquida, in cui tutto e il suo contrario trovano analogo diritto di cittadinanza. Per ritornare al tema che riguarda il matrimonio, da cui si è sviluppata la famiglia, da sempre considerata primo nucleo sociale, il cambiamento di stato, che, come detto, è passato  da solido a liquido non poteva non riguardare la struttura sociale. A cominciare dal linguaggio e per quel che ci riguarda, il matrimonio. 

Che questo fosse da qualche anno in crisi, soprattutto sotto il profilo religioso, lo dicono le statistiche. Il suo significato sacramentale infatti è rifiutato dai più e il Comune è oggi preferito alla Chiesa. In altri termini il delegato comunale sancisce l’unione al posto di chi etimologicamente dà o amministra il sacro, chiamato per questo, sacerdote o presbitero. Comunque sacro a parte, il diritto civile pone gli stessi obblighi ai due nunzianti e anche sotto il profilo linguistico nulla cambia. Il termine matrimonio regge e dunque resta in uso, anche se, per definirlo nella nuova veste che non è più talare, viene chiamato civile. Ad esso comunque rimane incollato il concetto di famiglia, inteso nel tradizionale senso comune. 

La prima rivoluzione del linguaggio che segue appunto il costume, come il cane il suo padrone, subentra allorché due individui eterosessuali decidono di sottarsi ad ogni regola religiosa o civile, mettendosi insieme senza alcun bisogno di fede nuziale. Dunque realizzando una convivenza di fatto libera, al di fuori di carte bollate, di dichiarazioni di assenso o di fedeltà e senza trascrizioni delle medesime secondo gli ordinamenti vigenti. Non più matrimonio quindi, cosicché l’intesa, in caso di figliolanza, su come intendere la parola famiglia, si complica. Diventando discutibile sul piano formale, pur conservando il suo posto con qualche riserva su quello sostanziale, trattandosi comunque di coppia eterosessuale. 

La seconda rivoluzione arriva puntuale quando i sessi da due diventano uno. E parlo dei gay, di entrambi i generi, che reclamano gli stessi diritti degli eterosessuali, ma non si accontentano di una semplice unione di fatto. Loro vogliono la registrazione della scelta del partner sulla carta regolamentare e davanti al rappresentante della istituzione civile. Insomma una cosa equivalente al matrimonio civile in un momento in cui questi ultimi sono in declino, perché trasformati in convivenze di fatto. 

Matrimonio? Come si fa a definirlo tale, specie se i contraenti l’unione sono due uomini. In questo caso sarebbe più azzeccato il termine patrimonio e riservare matrimonio a due donne? Ma anche questo non è possibile perché i due termini sono già stati occupati fin dai tempi del diritto romano, per quanto raggiunti recentemente da molti episodi di sfratto. Necessita inventare allora nuove parole e visto che la fantasia non manca ai nostri politici, avvezzi ad ogni tipo di acrobazia per la salvaguardia dei lori privilegi, anche il linguaggio segue analoga sorte con il ricorso a perifrasi e circonvoluzioni di parole. Le quali dicono e non dicono, rivoluzionando il linguaggio più con il rosolio dell’ipocrisia che non ricorrendo all’antico rigore di termini precisi, categorici, schietti. 

Come un tempo si usava per chiamare vino al vino. Finiti definitivamente nel pentolone delle antiche usanze mater e pater, il matrimonio per i gay diventa formazione sociale specifica, che sembra addolcire il troppo generico unione civile che non differenzia bene il sesso, fra i due sposi (sarà giusto definirli così?). 

Un altro problema linguistico sorge poi quando e come devono essere chiamati i due lui o le due lei. Ricorrere al tradizionale marito e moglie neanche da parlarne. Sa di vecchiume e per di più non regge all’accusa (a tanto siamo arrivati) di discriminazione sessista. Inoltre, visti i contraenti, rappresenta una contraddizione in termini sotto il profilo logico. La stessa logica (o non logica) infatti boccia anche il termine coniuge che evoca quello che di fatto c’era e ora non è più, il vecchio matrimonio. Meglio allora ripiegare sul termine neutro: parte, che si riferisce indiscriminatamente a persone e cose. Ogni persona allora diventa una parte e due parti un tutto. Un tutto? Ma quale tutto se i due non sottoscrivono nessun obbligo di fedeltà allo stesso tutto?  Inutile comprendere, fintanto che questa nuova rivoluzione del linguaggio, sarà completata da una nuova logica e da più moderni risvolti etici.

Infatti tutte e tre le questioni vanno insieme e una rimanda all’altra, come abbiamo già detto a proposito della logica da cui prendono significato le parole. Mentre per quanto riguarda l’etica, che si traduce nei comportamenti virtuosi, qualcosa dobbiamo ancora dire. Infatti dopo aver abbattuto il concetto di famiglia, bisognerà far fronte alle prossime mosse della scienza con una nuova attrezzatura in fatto di principi etici. Presto, molto presto, verrà approvata l’adozione da parte della coppia gay del figlioccio (l’abusato stepchild adoption) che per la verità non si sa ancora come chiamare, (alcuni propongono configlio in sintonia con consuocero), cosicché le nostre attuali idee sull’etica rischiano di essere messe in crisi. Far nascere diventa programmare una vita ricorrendo ad un prestatore d’opera, tramite un pagamento in denaro. Se allora tutto è denaro dove rimangono i valori etici? Questa la domanda cui dobbiamo rispondere. 

I primi a farlo sono i fautori di questa triplice rivoluzione che parte dal linguaggio per approdare all’etica attraversando il campo, oggi molto minato, della logica. Essi fanno questo ragionamento con tono di ammonimento e di saccente superiorità. Come il figlio, rimasto orfano di genitori deceduti, può essere tranquillamente e doverosamente adottato da una nuova coppia nell’interesse del bambino, cosi non si vede perché un nuova vita arrivata sulla terra, tramite programmazione più o meno fantasiosa quando non arbitraria, non debba essere adottata da una coppia che per appartenenza allo stesso sesso, non può ovviamente procreare. Ecco allora la differenza etica su cui non è legittimo avere dubbi. Un conto è una disgrazia naturale, cui la solidarietà umana e l’amore debbano trovare rimedio, onde accogliere il bambino orfano, un altro è programmare una vita destinata fin da subito, non dal destino, ma dal desiderio umano, spesso egoistico, a perdere il diritto di avere, fin da subito o il padre o la madre. E questo moralmente non è accettabile. Mettersi contro il fato, ammonivano i greci, vuol dire mettersi contro gli dei. E gli dei sono vendicativi contro l’arroganza e la protervia di chi non accetta i limiti posti dalla condizione umana. Già, gli dei. 

Anticaglie

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