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A cura di Carlo Giarelli

Le contraddizioni della democrazia al tempo della pandemia

Definire la democrazia in termini di assoluta certezza è difficile in quanto le contraddizioni non mancano. Ci aveva provato Sir Winston Churchill con una provocazione apparente. Che in realtà rappresentava il senso e nello stesso tempo il limite insita alla parola democrazia, da tutti inteso nel suo significato realisticamente positivo. Ma anche sotto il profilo etimologico che rimanda alla storia greca e che apparentemente non ammette discussioni. In realtà non è così assoluto il suo significato e definire la democrazia come la peggiore forma di governo ad eccezione di tutte le altre provate in passato, costituisce   un grande merito dello statista inglese.   Sia come vero artefice della vittoria degli stati democratici nella seconda guerra mondiale contro la Germania nazista, sia per la consapevolezza che non esiste nulla di perfetto e di non modificabile nell’attività politica dei popoli. Nulla di nuovo si potrebbe allora dire nei confronti dell’unica forma di governo, oggi prevalente, nei paesi più avanzati sul piano costituzionale. Tuttavia questo non esclude la libertà di critica, che può e deve coinvolgere la democrazia, specie quando questa si deve misurare su emergenze che impongono prese di posizioni decisioniste e in apparenza di non perfetta e pienamente convincente natura democratica. Questo stato di cose lo possiamo notare con la pandemia del covid. Nei confronti della quale si è verificata una emergenza sanitaria che ha imposto soluzioni prese ad personam, attraverso i due ultimi Presidenti del Consiglio che hanno deciso in proprio, senza il bisogno di scomodare il Parlamento. Stato democratico allora il nostro? Certamente sì, se consideriamo il problema della salute come una condizione di emergenza a tutela di tutta la popolazione. Ma anche certamente no, per almeno due motivi. Il primo, se consideriamo la salute un patrimonio dello stato, mettendo in secondo piano il principio costituzionale che garantisce ad ognuno le libertà fondamentali anche in fatto della cura nei confronti delle malattie.  Tuttavia in questo caso bisogna ammettere che una giustificazione esiste. Nel senso che la libertà individuale deve tenere conto, come nel caso della pandemia, di un ordine superiore delle cose. Costituite dalla non violabilità della libertà degli altri, se messi a rischio di contagio da parte di coloro che rifiutano le cure. Detto questo ed ammesso la contraddizione fra libertà individuale e collettiva, c’è però un secondo fattore che non convince completamente e che riguarda la durata dell’emergenza. Quanto questa può durare? Un anno, due anni o quanto? Nessuno, oggi come oggi, sembra lo sappia. Ecco allora il punto. Dilatando sine die l’emergenza, si insinua il concetto che nessuno sia libero. In quanto la libertà diventa proprietà dello stato, che decide per tutti e naturalmente per il bene appunto di ognuno. Stando così le cose, l’emergenza da fatto straordinario diventa ordinario e consente ai governi di esercitare poteri in linea con una condizione di urgenza che rischia di diventare permanente e non più legata ad un breve periodo di tempo. In questo modo si può pensare, poiché il potere logora chi non ce l’ha, come disse un tempo Andreotti, che questa condizione diventata di normalità e per questo accettata come evento inevitabile, possa creare effetti di criticità democratica. Con tutti i pericoli connessi ad uno stato, che per tutelare la salute diventa addirittura etico, onde limitare progressivamente la libertà della persona. E poiché il passato, inteso come storia, insegna molte cose, il pensiero va alla condizione, secondo la quale qualcuno possa pensare di creare uno stato di polizia sanitaria, da considerare come anticamera di uno stato di polizia tout court. Ho citato prima la storia che ci ricorda quando nell’Atene democratica del quinto secolo a.C. al tempo della disfatta nella guerra del Peloponneso nei confronti di Sparta, quindi in occasione di questa emergenza, nessuno osò protestare del cambiamento di governo. E la democrazia si ridusse ad una oligarchia ridotta di numero, i famosi trenta tiranni. I quali per non smentire se stessi tiranneggiarono la citta uccidendo molti oppositori e accettando le condizioni punitive imposte dalla vittoriosa Sparta. Dalla storia, ora il passo si dirige verso la psicologia, poiché l’’uomo è un animale (inteso nel suo significato più nobile ma pur sempre animale) che si adatta a tutto ad eccezione dei pochi spiriti eletti, così considerati per acume politico e quadratura morale. Ebbene lo stato di emergenza può costituire la premessa di una rivoluzione antropologica.  Il bisogno, la paura e lo stato di emergenza contribuiscono a far perdere il senso della realtà. In queste condizioni la verità si piega alla comunicazione a senso unico, dove il giusto e l’errato si capovolgono a favore di un diritto di maggioranza che stabilisce quello che deve diventare il comportamento  obbligato da parte di tutti. La democrazia indebolita dalla condizione emergenziale che si protrae nel tempo, non trova allora difesa dalle antiche certezze. Anzi si reinventa nelle nuove abitudini poco democratiche, che al posto dell’individuo, sostengono e propagandano il cosiddetto bene collettivo. Una maggioranza questa diventata amorfa e quindi disponibile a trovare la soluzione alle proprie paure. Il risultato è che i diritti individuali smarriti, difficilmente si recuperano, se non attraverso un nuovo processo emergenziale, spesso catastrofico, che cancella il precedente e ridà fiato ad un nuovo corso storico. Dove gli errori ormai insanabili, come succede in tutte le dittature, devono lasciare il posto ad una ritrovata esigenza democratica. Richiamare l’attenzione su questi pericoli a proposito di individui che osano ragionare con la propria testa, sono, fra tanti, due famosi filosofi: Agamben e Cacciari. I quali, al di là della attuale condizione pandemica, invitano a riflettere sullo stato di salute della nostra democrazia, intravvedendo un pericolo futuro. Senza però sottovalutare quello oggi presente, che ancora una volta è rappresentato dal pensiero unico. Definito, nel caso di questa pandemia, senza alcuna esitazione un fatto certo, quindi con tutti i crismi della scientificità, nonostante siamo inondati da valutazioni contraddittorie da parte di tecnici e scienziati. In definitiva per salvare la democrazia, dovremmo essere più correttamente informati di tutto quanto sta accadendo in merito ai vaccini. Questo, per non essere frainteso, non significa essere contrario alla vaccinazione, quanto accettarla con una maggiore serenità d’animo, conoscendo pregi e difetti, sapendo che i primi sono  in posizione nettamente superiore  ai secondi. Altrimenti non avrebbe senso considerare il vaccino una possibile soluzione alla pandemia. Per questo è auspicabile rimuovere quelle paure che spingono molti ad evitare di offrire il braccio al vaccinatore, per il solo fatto di sentirsi obbligati. In sostanza, in base alla necessità di mantenere alto lo spirito democratico, è bene ammettere questa condizione. Sintesi finale. Che ognuno si renda conto di essere libero. E che la vaccinazione fino a prova contraria non debba essere considerata un obbligo. Ma solo e soprattutto un dovere morale. 

Le contraddizioni della democrazia al tempo della pandemia

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