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A cura di Carlo Giarelli

Liberiamoci da questa Liberazione

Data nazionale, quella del 25 aprile, che celebra la festa della Liberazione. Ma quale Liberazione? Detta così sembra una domanda ovvia, per non dire provocatoria. Infatti che si celebri la fine della dittatura fascista è un dato di fatto. Viceversa non è per niente un dato di fatto, sia il modo, sia la retorica di questa celebrazione. Veniamo al modo. Chi ha veramente liberato l’Italia dal fascismo? La resistenza partigiana che per la verità ha combattuto ed ha lasciato sul terreno numerosi morti? Ehm. Che la lotta partigiana ci sia stata e che abbia dato un segnale di riscossa, oltre che nel nostro paese anche a livello internazionale da parte di combattenti per la libertà contro un regime fascista, diventato nazifascista, costituisce senza dubbio un merito che nessuno ci può togliere. Tuttavia il numero dei resistenti che via via è andato crescendo dopo la fine della guerra è stato relativamente esiguo per avallare la tesi che la liberazione sia stata opera solo loro e non delle forze, specie quelle americane, che persero migliaia di uomini per sconfiggere la dittatura fascista. Se poi dal piano militare la mettiamo su quello simbolico, non si può certo negare che il fatto costituisca senza dubbio la prova che esistevano delle coscienze libere, che a rischio della vita hanno voluto combattere e reagire dopo più di un ventennio di soprusi e di violenza liberticida. Se queste sono le premesse veniamo al secondo punto che riguarda la retorica di questa Liberazione. Due sono le considerazioni da fare. Da una parte la sbandierata esagerazione sul piano politico che da dopo la guerra e fino ad oggi, gli storici di( quasi) tutti i colori, hanno attribuito alla lotta partigiana. Vale a dire il merito, pressoché esclusivo della vittoria della libertà contro la dittatura. Mettendo in secondo piano lo sforzo bellico degli alleati che hanno combattuto strenuamente per sconfiggere un nemico fino all’ultimo capace di difendersi e di offendere. Le vestigia di questi combattimenti, sono ben presenti nei numerosi cimiteri, sparsi in tutt’Italia, che con le loro croci bianche, nude e senza nomi, ricordano i soldati alleati che hanno lasciato la vita per ridare nuova vita all’Italia liberata. Le proporzioni di forze fra alleati e resistenti partigiani non sono minimamente paragonabili, anche per il fatto della crescita numerica, come già detto, di questi ultimi a guerra conclusa. Ma che sia uno cento o uno mille, poco importa per definire il merito dell’esito della guerra. Tuttavia, è bene ribadirlo per non essere frainteso, tutto ciò nulla toglie al merito dei nostri valorosi partigiani, almeno sul piano delle motivazioni ideali. Quindi chapeau. A questo punto, più interessante è trattare il tema di queste motivazioni. Cosa si proponevano le formazioni partigiane? Sconfiggere il fascismo è un fatto certo, ma per costruire quale modello politico per il paese? E qui bisogna distinguere. Certe formazioni, quelle per intenderci di estrazione moderata, tipo per fare un esempio quelle di Giustizia e Libertà che raggruppavano democristiani o (ex) monarchici, desideravano la fine della dittatura per istaurare un nuovo regime. Che si basasse sul libero consenso dei cittadini, secondo un ideale appunto di giustizia e libertà. La maggior parte invece dei combattenti partigiani avevano un altro obiettivo. La loro determinazione, non era un ideale, ma una ideologia. Quella che aveva già trovato applicazione nell’Unione Sovietica, considerata un paradiso in terra per ogni popolo che volesse aspirare ad un sistema politico di presunta uguaglianza, ma senza libertà. Dove anzi la libertà non era auspicabile, perché poteva essere un intralcio al potere. In sintesi, si trattava di una presunta democrazia a parole, imposta da un regime assolutista dove ogni cosa ed ogni sopruso da parte della classe politica dei funzionari di Stato, veniva giustificato per il bene del proletariato. Il nuovo verbo era personalizzato da un certo Vissarionovic Dzugasvili conosciuto come Iosif Stalin che , come un dio in terra, non tollerava alcun dissenso ritenendolo contrario a quella concezione ideologica per la quale il sistema , per definizione, doveva considerarsi perfetto, e non poteva tollerare alcuna contestazione. La Siberia offriva ospitalità alle teste calde che nei lavori forzati a tanti gradi sottozero o si raffreddavano o meritavano una sistemazione sottoterra in quanto non idonee a vivere sopra la terra. Questa terribile ideologia, alla quale lo storia attribuisce cento milioni di morti, molte formazioni partigiane, le quali anche nel colore politico si richiamavano alla camicie rosse garibaldine, desideravano importare anche nel nostro paese. Il risultato sarebbe stato che vinta una dittatura, ci avrebbero regalato una seconda dittatura, ben più nefasta di quella che avevano contribuito ad abbattere. L’ideologia comunista, attraverso i suoi maestri della propaganda, trasformò la Resistenza in mito, cosicché venne tramandata come una cosa loro. Creando su di essa l’epopea della vittoria del bene contro il male assoluto, per avvolgerla in un ideale di sacralità che invece ci avrebbe portato molti più danni che benefici. Inutile insistere su questo punto. A distanza di oltre settant’anni, ormai parla la storia e le vecchie teste calde, ormai non ci sono più. Rimangono però quasi intatte le antiche paranoie trasformate in un mito resistenziale, trasformato in un nuovo risorgimento al fine di celebrare un fatto amplificato a bella apposta, per smuovere gli ignavi e convincere i dubbiosi. A questo punto, conviene passare allora dai fatti reali con molti dubbi a quelli altrettanto reali, ma senza dubbi, scomodando la storia. Ecco allora il punto politico, l’uomo cui va il merito di aver sconfitto l’ ideologia comunista, Queste le sue caratteristiche. Grigio sia nel modo di essere che nel vestire, manifestava una oratoria senza voli pindarici, senza enfasi, senza orpelli, senza pose gladiatorie delle quali, per la verità. ne avevano fatte per tutto un ventennio , una vera indigestione. Era soprattutto un uomo del fare, uno statista convinto, ma senza ostentazione, senza sussulti emozionali, se non per la sua vocazione profondamente cattolica, interpretata senza integralismi, senza bigottismi e senza giustificazioni verso le ingerenze o i soprusi clericali. Devoto alla Chiesa non era un baciapile, tanto che era visto da parte delle gerarchie vaticane, con qualche sospetto di laicismo. Mentre in politica offriva l’immagine di un uomo convinto, pulito, non assetato di potere e mai contagiato dalle logiche degli arrivismi, dei compromessi e dei sotterfugi. Fu lui insomma che ci salvò dal pericolo rosso che dall’est premeva sui nostri confini. Lo spartiacque fu l’anno 48 per il nostro paese. Le libere elezioni sconfissero il fronte popolare che vantava su due gladiatori della retorica come Togliatti e Nenni. Vinse invece il grigio De Gasperi, questo il suo nome, che senza retorica e senza toni trionfalistici seppe convincere le masse, non asservite, tramite la propaganda resistenziale, alla ideologia socialista e comunista. A lui dobbiamo la nostra riconoscenza ed a lui deve essere ricondotta il senso della nostra celebrazione della Liberazione. Che spurgata dalla retorica e dalla falsità, non nega il merito, ma lo ancora ai valori veri di libertà. Esaltandola (parlo della Liberazione) attraverso la figura di un italiano che nato a Trento e con qualche simpatia austriaca, credette negli ideali, ma avversò una ideologia che molti partigiani volevano sostituire a quella per la quale avevano combattuto. E verso la quale molta retorica non è ancora passata. Evitare di passare dalla padella alla brace è allora il senso della Liberazione che a me piace ricordare, come un prezioso insegnamento di un pericolo che fortunatamente abbiamo saputo scongiurare. 

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