Anticaglie

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Muore il centro storico, viva il centro storico

Il problema dei centri storici delle città è ovunque lo stesso. L'urbanizzazione ha creato città estese soprattutto a livello di periferie, dove i problemi sono legati spesso alla convivenza nei confronti dei nuovi abitanti...

Il problema dei centri storici delle città è ovunque lo stesso. L’urbanizzazione ha creato città estese soprattutto a livello di periferie, dove i problemi sono legati spesso alla convivenza nei confronti dei nuovi abitanti. Frequentemente, specie oggi, provenienti da zone di emigrazione, causa i più disparati problemi che qui non è il caso di affrontare. Sta di fatto che in queste zone la convivenza è spesso difficile. La ghettizzazione di etnie spesso in conflitto fra loro, specie nelle grandi città, come ad es. Parigi, crea quasi una condizione del vivere spesso contra legem, nel senso che  in certe zone lo Stato non riesce ad esercitare  il suo ruolo di autorità per garantire la legge. Cosicché interi quartieri diventano polveriere in attesa che una possibile miccia,provocata da qualsiasi pretesto, possa fare esplodere una rivolta di difficile controllo. Da queste premesse, se ne deduce che senza Stato, non è mai garantito l’ordine, la legalità e la libertà. Sarà vero?

Apparentemente sì. Per appurarlo, entriamo nel merito a proposito dei centri storici ,dove viceversa lo Stato esiste, causa l’abitudine dei suoi abitanti, per antico costume, a vivere secondo le leggi in vigore e a rispettarle. E per non perderci  nei meandri delle generalizzazioni,  e della molteplicità degli esempi, lasciamo stare Parigi e accontentiamoci di casa nostra. Quindi  della nostra Città dove, sovvertendo quello fin qui detto,al posto della periferia, mi preme addentrarmi viceversa nel suo centro, cuore del nostro vivere quotidiano. E dove nasce il problema, anzi la malattia, da molti riconosciuta, ma  da pochi  affrontata con la giusta terapia. Dunque il centro agonizza e secondo alcuni (i pessimisti  ci sono sempre ) è già morto. Le cause? Diverse. Proviamo ad elencarle. 

Invecchiamento della popolazione, affitti troppo onerosi, case da ristrutturare per adeguarle ai tempi, che comportano pratiche e lavori molto costosi, e poi ostacoli alla circolazione, specie per le macchine, mancanza di centri commerciali, oggi vere cattedrali di culto per i giovani che, come detto, languono. In sostanza, per sintetizzare, scarsa propensione al guadagno e al consumo. Da qui l’aspetto della città che cambia in peggio, con le serrande chiuse, diventate abituali e le vetrine immiserite di numero e di addobbi.Altre cose ci sarebbero da dire, a proposito delle necessità ludiche, ma fermiamoci qua. Dunque, si diceva, il centro storico agonizza. Come fare allora a rianimarlo? Per farlo, recuperiamo il concetto di Stato, in questo caso rappresentato dal Comune, che cerca la medicina, ma non riesce a trovarla. Eppure elabora piani e regolamenti che per quanto mossi da buona volontà, anche quando riguardano il tema caldo della lotta all’inquinamento, finiscono per appesantire l’aria piuttosto che alleggerirla. Per mancanza di quella ventata d’ossigeno che ogni  moribondo desidera e a cui si avvinghia per ritardare l’exitus.

E vengo alla domanda iniziale. Cosa voglio dire? Che troppo Stato logora. Che i cittadini avrebbero bisogno di trovare da soli la strada  e visto che parliamo di malattia, di assumere la medicina che a loro discrezione, ritengono giusta. Quella che si adatta meglio alle loro singole patologie. Questo discorso che voglio affrontare , non è farina del mio sacco. Si appoggia su un testo: "La città sussidiaria" (come vivere oltre lo Stato) scritto da un liberale doc, l’avvocato Silvio Boccalatte, da noi già invitato a Piacenza, che cita come negli Usa 57 milioni di persone vivono in città, borghi e territori non governati dai Comuni. E, se, questo libro, non l’avete ancora letto, correte pure e al più preso in libreria. Forse qualche copia la troverete ancora. Ma ritorniamo a Piacenza.  

Vivere senza Comune? Sembra una assurdità e forse lo è. Ma ipotizziamo che almeno per il centro storico si crei una zona franca. Dove i cittadini si governano da soli, eleggendo un Comitato a scadenza triennale,  che si faccia carico di ogni problema del vivere in questa zona, un tempo calda e pulsante di iniziative ed ora fredda e  irrigidita dall’abbandono, pagando non al Comune ma a questo  stesso Comitato eletto, una tassa. Attraverso la quale costruire il proprio modo di vivere. Dove oltre ai beni privati, si diventa comproprietari dei beni comuni. Strade, piazze, aiuole, centri ricreativi, attività commerciali ed altro. Ma non è tutto. Perché per vivere secondo le proprie necessità e desideri, bisognerà  farsi carico di ogni altra questione che riguarda il quartiere. Che pertanto cambia di proprietà e di linguaggio. Dove il pronome loro (i politici)  si trasforma in nostro (i cittadini). Queste le priorità: gestire il traffico e l’apertura dei negozi, programmare le attività che si ritengono utili e poi  le iniziative culturali e ludiche, infine garantire  l’ordine pubblicoche dovrebbe essere esercitato da un corpo di polizia privata. Il tutto senza pesare di un niente sulle casse pubbliche.

E per rimanere in tema economico, con la garanzia che qualsiasi cosa venga approvata da questo Comitato, nessun debito sarà commesso. In quanto nella partita fra entrate ed uscite o vincono le prime, o al massimo resta, come unico risultato possibile, il pareggio. Obiezione. Ma un territorio del genere, oltre che utopico non diverrebbe anarchico, quindi pericoloso? Ci pensa a rispondere a questa domanda un vecchio detto latino: ubisocietasibiius, che vuol dire come è la società di liberi che crea il diritto e non le imposizioni. Altra obiezione. Ma in Italia la situazione è diversa da quella Usa. Da noi  esiste un Diritto pubblico, un Codice  Civile, una Costituzione ( dal 48) quindi non è possibile inventarsi un modello di regolamento che non sia già stato previsto e prefissato dalle norme suddette. Vero. Ma  perché non provare ,pur nell’ambito di queste leggi, a modificare qualcosa. Altrimenti dovremmo pensare  di non essere liberi nemmeno di pensare. In fondo di fronte ad una situazione agonica, che resiste alle cure tradizionali, qualsiasi terapia, anche quella più fantasiosa, diventa lecita. Quindi perché non dare libertà ai cittadini di inventarsi il loro futuro onde sopravvivere?

 A questo punto, provocazione per provocazione,  sempre a proposito di quel moribondo che è diventato il centro storico, nell’intento di rianimarlo, avanzo questa proposta. Coniare una nuova moneta da  utilizzare dentro le nostre mura. Una specie di ducato, con su un lato il profilo del Farnese, quel  Pier Luigi che meriterebbe a distanza di cinque secoli (siamo nel periodo che va dal 1503 al  1547)almeno un atto riparativocausa la sua  ingiusta defenestrazione e sull’altro lato, con un salto storico di tre secoli, il profilo dei  nostri patrioti che nel 48 (14 Maggio del 1848) andarono dal re Carlo Alberto a  offrire  il risultato del nostro Plebiscito, votato all’unanimità per esprimere la nostra volontà di aderire al Piemonte. E così la nostra città venne proclamata  dallo stesso Re Primogenita dell’Unità d’Italia. Una assurdità  allora questo modo di concepire la città? Un progetto oscillante fra un socialismo utopico e un liberalismo altrettanto utopico? Rispondo allora con le parole di Boccalatte: “La città privata trova il suo unico limite nella fantasia e nella creatività umana.

E dimostra che la convivenza tra le persone esiste anche senza un organismo coercitivo, che da qualche secolo chiamiamo Stato, che assume le decisioni  a prescindere da quanto scaturisce  dalle interazioni fra diritti e la volontà delle persone. Dunque il richiamo è alla creatività. Una facoltà questa che nasce spontanea nella mente e non riconosce limiti. Se non nella libertà di riconoscere gli stessi diritti a tutti coloro che non si accontentano. Che vogliono continuare  a sognare come sia possibile concepire una città diversa, da quella attuale: quella Sussidiaria, appunto. Ecco allora perché di fronte alle future, programmate esequie, da parte delle solite Cassandre, a proposito del nostro  centro storico, contrappongo l’ euforizzante evviva del titolo. Lanciato da un libero fra liberi.  Anche se un po’ sognatori.

Anticaglie

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Commenti (2)

  • L'idea potrebbe essere originale, solo che l'autogestione di tutto, anche della sicurezza pubblica, da parte di un comitato di abitanti che diventano proprietari del centro stesso mi sembra una cosa un po' fantasiosa...Il Corso diventerebbe strada privata, per cui sarebbe interdetto l'ingresso ai non residenti? E Piazza Cavalli? bisognerebbe pagare il biglietto per vederla? Vedo difficile la possibilità di una zona "franca" in cui i regolamenti statali vengono scavalcati dai regolamenti definiti dai maggiorenti del quartiere (Le ricordo tra l'altro che a Piacenza gli immigrati vivono in centro più che in periferia...) Non ho letto il libro di Boccalatte, ma mi risulta difficile pensare ad una città che, svoltato l'angolo, diventa una piccola zona franca in cui le leggi dello Stato si embricano con quelle del Comitato. Lei chiede meno Stato e più Comunità, ma il rischio è che le persone deputate all'autogoverno non siano meglio del dirigente comunale, e che possano arrivare facilmente a confliggere con leggi e regolamenti validi in tutto il Paese. Frazionare la città in tante "multiproprietà" ho paura che creerebbe più problemi che vantaggi...

  • Egr.Sig. Giarelli....ma lei vede dei film per radio?

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