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A cura di Carlo Giarelli

Palazzo Galli è ormai un luogo pubblico di cultura

Che Piacenza si sia svegliata? Ce lo auguriamo. La domanda nasce spontanea perché la nostra città, ambisce a proporsi come capitale italiana per la cultura nell’anno 2020

Che Piacenza si sia svegliata?  Ce lo auguriamo. La domanda nasce spontanea perché la nostra città,  ambisce a proporsi come capitale italiana per la cultura nell’anno 2020.  Chi ha pensato a questo e parlo della nostra classe politica, in primis il sindaco Barbieri, è stato davvero bravo. Per realizzare questo prestigioso obiettivo si è attivato un fronte organizzativo coadiuvato da Paolo Verri, già direttore della candidatura Matera, città, non per niente, promossa capitale della cultura per il 2019. Dunque non si tratta di  un piacentino, ma di  un extramoenia, che una volta giunto nella nostra città, l’ha visitata, l’ha studiata , l’ha quasi vivisezionata e si è convinto della validità di tale proposta.  Per cui convinto di quanto appreso, ha raccolto una serie di consigli che alla fine hanno  prodotto, con il concorso di diverse rappresentanze,  un dossier di circa 60 pagine, dove i vari punti di merito della città si sono, per cosi dire svegliati, da un antico letargo.  Hanno preso coraggio e si sono esibiti tutti insieme in un documento, dove l’essere e l’apparire non sono divisi da un taglio netto,  come succede spesso nella nostra città, ma entrambi si sono alleati per sottoporsi all’ esame di chi deve decidere meriti e demeriti, senza riserve. La prima selezione ci sarà il 15 novembre, allorché sarà fatta una prima rosa delle 10 citta pretendenti. Poi avverrà il resto, fino all’individuazione e scelta della città più carica di valori. Che la nostra città abbia dei meriti sia dal punto di vista storico, che in senso ampio culturale, non vi sono dubbi. Le eccellenze  nei vari campi  dell’attività umana, anche se dormienti dentro le nostre mura, spesso e volentieri si sono fatte valere fuori dai nostri confini. Siamo infatti sì o no  la Primogenita, viene da ricordare, tanto per citare la nostra caratura di città risorgimentale, la   prima a dichiarare l’annessione  al regno sabaudo ? Sì che lo siamo, eppure si potrebbe anche dire  no che non lo siamo, in fatto di primogenitura in altri campi . Insomma qui si vuol sostenere che Piacenza ha brillato tanto nella gloria dei suoi spiriti eletti, ma poco nella vita del suo tessuto sociale. Folgori, entusiasmi, vivacità e lampi di ingegni singoli ce ne  sono stati in abbondanza, ed i nomi  si possono leggere nelle  iscrizioni delle tante lapidi applicate sulle nostre  case ed esibite nelle statue che occhieggiano fra le fronde dei nostri giardini pubblici , ma poco  o punto di tutto ciò, sembra risvegliarsi nella coscienza e nel ricordo della maggior parte dei concittadini.  E qui  mi riferisco al nostro strato sociale meno acculturato, poco attento alle memorie storiche e alla tutela delle nostre tradizioni. Sarà triste dirlo, ma un popolo che perde memoria  e non manifesta orgoglio storico, pur con le dovute eccezioni, rappresenta una caratteristica che si è andata via via formando in  tempi recenti fra le nostre  mura, palazzi, strade  e vicoli, ognuno dei quali testimonia le vestigia di qualcosa che è stato e  ha plasmato, con alterne fortune, il nostro animo piacentino. Ecco allora il punto che riguarda e ci riguarda e che si rifà al  detto: nemo profeta in patria. Precisiamo.  Che nessuno sia profeta in  patria è una caratteristica comune a molte città, ma la nostra sembra eccellere  in questo campo. La fama del vicino ci disturba perché sembra umiliarci. Suona come una provocazione che ci ricorda che anche noi avremmo potuto diventare importanti, solo se   avessimo avuto più fortuna. In sostanza , la pigrizia e la  visione piccola e provinciale delle cose ci tolgono il fascino della grandezza con i suoi miti e la fantasia  irrazionale dell’utopia, che respingiamo come elementi estranei al nostro piccolo orizzonte conoscitivo e culturale.  Mentre chi invece sente questo stimolo, fatto di capacità e ambizione insieme,  prima viene considerato un malato di mente e poi  a cose fatte  incensato,  quando e se diventa importante per merito  quasi sempre di estranei al nostro contesto urbano.  Insomma dalle nostre parti, ammettiamolo,  ai pregi delle persone preferiamo scorgere i difetti,  alle grandezze le debolezze, alle cose serie e impegnate amiamo contrapporre   vizi e pettegolezzi.  Siamo fatti così e questo potrebbe anche ostacolare  la nostra candidatura, perché non  abbiamo fino in fondo la coscienza civica e storica del nostro ruolo di  città romana, fondata fra i barbari vinti, e situata in una posizione  strategica encomiabile, che da sempre  piace e  da cui deriva  il nome dato alla città. Frapposta mirabilmente fra le grandi vie di comunicazione, sia in fatto di merci che di scambi culturali e quindi di ingegni. Per la verità vivremmo insipidamente assenti  in questo indeterminato limbo, se da qualche anno non si fosse istituito un Palazzo che rappresenta il vero tessuto culturale della città. Lo cito per coloro che ancora non l’avessero capito, perché  trattasi di Palazzo Galli che da privato è diventato pubblico, in quanto aperto alla cittadinanza per ogni iniziativa di tipo culturale. Simposi, mostre, incontri  con i personaggi  più disparati, presentazioni di opere pittoriche o  di testi scritti,  si sono alternati nelle ampie e prestigiose sale di questa benemerita istituzione, fino a giungere alla organizzazione, l’anno scorso, del primo festival della libertà ,che si ripeterà ogni anno e a cui hanno partecipato le migliori menti giornalistiche e del  pensiero filosofico e critico del nostro panorama culturale. E con il pronome nostro, intendo,  sia chiaro, non solo il pubblico di casa, ma di tutta Italia. Dunque, ritornando al discorso iniziale, solo  questa semina di cultura,  ha creato una nuova consapevolezza da cui si attingono le premesse per potere raggiungere il prestigioso obiettivo, attraverso ammonimenti alle attuali generazioni dimentiche, al fine di indurle al dovere di difendere e di promuovere il nostro illustre passato. Insomma  e per concludere, solo una nuova  coscienza collettiva, è in grado di svolgere quell’ azione di tipo contabile finalizzata a pretendere il saldo di una partita culturale per portare in pareggio il tanto   offerto dalla storia cittadina, con quel poco finora avuto in cambio. La premessa per riuscire nel nostro intento, è stata allora gettata. La condizione indispensabile per uscire dalla cronica sonnolenza  stracittadina sembra ormai vinta. Hypnos sconfitto, il merito va a chi a Palazzo Galli si è messo da qualche anno nella direzione giusta per valorizzare l’estro piacentino e  sconfiggere quella nostra cara abitudine di lasciare fare ad altri , causa di inedia culturale. Sarà sufficiente, quello fin qui fatto dal e nel Palazzo, per spingere tutta la città a perorare una candidatura vincente?  Ovviamente me lo auguro, ma detto fra noi e confrontandoci con le città vicine, rincresce dirlo, temo che non sia ancora giunto il  momento del nostro rinascimento. Detto in altre parole sembra che la coscienza cittadina, ancora in formazione, non sia  ancora in grado di  compiere il percorso a ritroso onde ancoraci alle nostre glorie passate. Palazzo Galli sta già attuando  un processo storico nuovo,  unire cioè la piazza al palazzo. Meglio ancora, integrare le tante piazze con gli altrettanti palazzi nobiliari o ex nobiliari che sono il vanto della nostra città e che esprimono antichi valori storici, architettonici ed estetici. Sarà sufficiente? Dubbiosi ma ottimisti, speriamo  che quanto finora uscito dalle  stanze del suddetto Palazzo, affrescate con le scene di Cesare, marito di Calpurnia il cui padre Calpurnio Pisone possedeva a Piacenza vasti possedimenti, sia bastevole per promuovere  la nostra  candidatura. Altrimenti sarà solo una questione di tempo.  Ma, poiché siamo in dirittura d’arrivo, l’eventuale tempo che rimane per la nostra maturazione è ormai  agli sgoccioli. Dunque se non ora, sarà fra non molto. Così sembra.  

Palazzo Galli è ormai un luogo pubblico di cultura

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