Anticaglie

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Porc... Sport... Sport

Ecco cosa è diventato lo sport. Un po’ porc perché non ci si può trattenere dal dire porco mondo per come stanno andando le cose. E un po’ anche sporc perché appunto è ormai diventato una cosa talmente sporca che ormai è difficile ripulirlo da troppo consolidate concrezioni

Ecco cosa è diventato lo sport. Un po’ porc perché non ci si può trattenere dal dire porco mondo per come stanno andando le cose. E un po’ anche sporc perché appunto è ormai diventato una cosa talmente sporca che ormai è difficile ripulirlo da troppo consolidate concrezioni. E purtroppo non c’è polish o dash che tenga. Insomma pensavamo fossero solo i politici, i campioni del medagliere riguardo a prestazioni che violano le norme del codice civile e penale, ed invece ecco comparire un altro protagonista in fatto di reati. Un calderone questo, in cui possiamo metterci dentro di tutto,  corruzione, concussione, malversazione, falso in atto pubblico e privato, associazione a delinquere e via andare. Tutte cose queste che sembravano - lo ripeto - patrimonio dei politici (ovviamente non tutti) nelle loro varie declinazioni che vanno dal comune alla nazione, passando per provincie e regioni, invece ecco presentarsi sul campo un’altra categoria, quella degli atleti. 

Che delusione per chi credeva lo sport pulito, frequentato da personaggi, brocchi o campioni che siano, seguaci di quel decoubertinismo (ne riparleremo) che ormai non esiste più. Per la verità già da qualche anno si erano viste le prime avvisaglie. Numerose inchieste e successive condanne avevano infatti svelato che non tutto era panni da bucato, stesi al sole. In primis il ciclismo. Sport italico per eccellenza, nato in un Paese fatto di gente semplice e povera, bisognosa di illusioni, che guardava alla bicicletta come mezzo di promozione sociale. Desiderosa quindi di vedere nei  propri campioni imprese epiche tali da trasformarli in eroi. Notoriamente sport duro e  faticoso il ciclismo, aveva bisogno di un carburante fatto di muscoli d’acciaio,   polmoni a guisa di mantici, volontà o meglio testardaggine che è il suo peggiorativo, e soprattutto di uno spirito di sacrificio al limite di ogni possibile sopportazione. 

Il campione trasformato in mito ne era l’interprete ideale. Retorica questa? Un po’ sì lo ammetto. E allora per non esserne risucchiati da questo pericolo, precisiamo che  anche a quei tempi non era tutto come illustrato dalle pagine, normalmente patinate, dei periodici specializzati. Con il campione-eroe, ripreso in scalata solitaria sullo sfondo di vette alpine innevate o durante il bacio della miss per festeggiare l’ennesima impresa. Infatti qualcosa di estraneo esisteva anche in quei tempi. Un po’ vietato e un po’ consentito perché legittimato dall’uso. Sostanze dai nomi strani chiamati ad esempio carburo, come le definiva il campionissimo Fausto Coppi che richiamava appunto l’accensione di un motore. Intendiamoci cose artigianali,  stimolanti fatti in casa o nei retro degli spogliatoi, che  se anche servivano a migliorare qualche prestazione diminuendo il senso dello sforzo, non sembra alterassero i valori in campo. Insomma i brocchi restavano sempre brocchi, mentre i campioni  rimanevano tali, anzi, come detto diventavano, eroi. 

Da un po’ di tempo le cose sono cambiate. La tecnologia è entrata di prepotenza sia sul mezzo meccanico sia su chi a forza di gambe lo spinge avanti. Al punto che prestazioni francamente eccessive suscitavano sospetto, così come l’incostanza dei risultati. Tipo vincitori oggi, diventati perdenti domani. Qualcosa ci doveva essere. Il colpevole? Sempre lui, il doping, non più artigianale, ma scientifico. Vale a dire farmacologia  sofisticata al servizio dello sport, in grado di eccitare muscoli, cuore e polmoni. 

Un esempio per tutti? Lasciando stare Pantani, perché vittima anche di se stesso, mi limito a citare Lance Amstrong vincitore di sette Tour de France. Campione dichiarato unico al mondo. Dominatore su tutti i terreni. Considerato imbattibile per la facilità con cui guadagnava il traguardo senza sforzo apparente. Osannato e pubblicizzato come modello di atleta. Tuttavia per qualcuno più navigato, quei troppi onori e gli eccessivi incensi lasciavano spazio al dubbio. Che dietro quelle prestazioni ci fosse qualcosa di poco pulito, anzi di sporco? Difficile da scoprire, poiché l’alto livello farmacologico si dimostrava superiore alle capacità dei controlli.  

Comunque solo dopo oltre sette anni si scoprono le carte. Truccate. Il predestinato alla gloria eterna degli annali sportivi, passa alla gogna altrettanto eterna del disdoro pubblico. Via le medaglie e tutti gli altri riconoscimenti e giù nella polvere di cui è impastata la vergogna. 

Dal ciclismo, passiamo ora allo sport gemello, il calcio, almeno per quanto riguarda il parametro della popolarità che li accomuna. E qui si scopre di tutto. Partite truccate, campionati condizionati da truffe, presunti campioni scaduti a livello di piccoli o grandi mariuoli, impelagati nell’arte (?) di falsificare risultati e partite. Fioccano condanne, si ridisegnano classifiche, si cambiano posizioni di vertice. Punizioni e retrocessioni e molti personaggi (campioni?) impegnati a difendere la loro, ormai compromessa, credibilità. Chi l’avrebbe mai detto, si chiede il solito ingenuo tifoso, che si ostina a credere il mondo meno brutto di quanto appaia. Si pensa che la causa sia il troppo denaro, che in effetti corre a fiumi in quegli ambienti, da sempre causa di ogni vizio. Subentra in tempi recenti persino un elemento consolatorio. Di non essere cioè soli, noi italiani, nel marciume generale, perché perfino la Fifa o federazione internazionale del calcio, viene coinvolta da questa ondata di fango, a cominciare dai suoi vertici. I nomi? Addirittura due presidenti, Blatter della Fifa e Platinì dell’Uefa, quest’ultimo ex grande campione della pelota, come diceva Brera,  considerato al di sopra di ogni sospetto. Soldi e smania di potere le cause. 

Ma ritornando al doping, chiudiamo con uno sport non di squadra ma individuale. Il più vero e autentico, anche per antica tradizione, assurto a simbolo non solo fisico ma etico per ogni concorrente che ambisca a superare i suoi stessi limiti. Parlo dell’atletica leggera, i cui giochi, le famose olimpiadi, ai tempi dei greci erano  l’occasione per sospendere le guerre. Sublimandole sotto altre forme, meno cruente, dove lo scontro (armato) si trasformava in confronto fra uomini per celebrare le virtù del corpo e della mente. Dove vigoria fisica, elasticità di membra, plasticità di movimento, intelligenza, volontà, capacità di sofferenza e desiderio di primeggiare si esercitavano non sui campi di battaglia ma su quelli che non avevano bisogno di spade, lance e scudi con l’unica eccezione per il giavellotto. La corona d’alloro cinta sulla testa del vincitore costituiva il premio-simbolo per guadagnare l’immortalità, tramandata dagli annali. 

Dal mito greco saltiamo rapidamente alla fine del diciannovesimo secolo. Quando un certo Pierre de Fredy, barone di Coubertine poi ricordato solo per questo suo toponimo, sociologo e storico, fondatore dei moderni giochi olimpici (siamo nel 1896) passò alla storia per il noto “l’importante è partecipare, non vincere”. Ma anche per il meno noto: “la cosa essenziale non è la vittoria, ma la certezza di essersi battuti bene”. Per finire con: “la  cosa più importante è la lealtà”. 
Intendiamoci, non vogliamo essere ingenui. E’ evidente come dietro queste massime, traboccanti di (troppi) nobili sentimenti, si nascondesse un po’ di ipocrisia. Sta di fatto che oggi non si sente nemmeno il bisogno di mascherarla. Da anni infatti la farmacologia - come già detto - rappresenta la vera anima (nera) dello sport. Dopo aver  scoperto come intere nazioni come la Germania dell’Est oppure l’Urss o la Cina o ancora la Corea del Nord, dovevano le loro prestazioni ad un uso politico dell’atletica. 

Basato su un’industria di Stato specializzata nell’uso di sofisticatissime sostanze chimiche dopanti, in grado di sfuggire ai controlli. Ma, a parte la politica degli Stati, esiste anche una politica individuale che ha riguardato molti casi singoli in ogni paese e contrada. Anche l’Italia che aveva già ha conosciuto i suoi campioni di slealtà non ha voluto essere da meno. E’ di questi giorni infatti la notizia che 26 azzurri, fra cui atleti di spicco, sono a rischio di squalifica per essersi sottratti ripetutamente ai controlli antidoping. Il che equivale al reato di assunzione di droga. 

Qual è allora la morale? Non pervenuta. Questa infatti è la sensazione di chi guarda il mondo come appare. Con scetticismo. Sembra insomma, che non esista sport pulito, che la lealtà decoubertiana sia un miraggio, che il sospetto di mezzi illeciti diventati leciti, sia la realtà. Vuoi per il loro uso diffuso (error comunis facit ius) vuoi perché siamo alle soglie di una rivoluzione antropologica. Alla chimica subentrerà fra non molto la sostituzione di organi in serie, mentre la programmazione attraverso l’ingegneria genetica di parti del corpo sempre più performanti, diventerà presto realtà. Inoltre si prevede, nel prossimo futuro, la nascita della medicina riparativa. Dove l’utilizzo di cellule totipotenti porteranno a rigenerale qualsiasi elemento corporeo. Dunque i drogati di oggi sono solo dei pionieri che lasceranno presto il posto ai veri scopritori e fruitori di nuove realtà. La lealtà è stata battuta dal progresso e De Coubertin è diventato, a distanza di poco più di cento anni, un archeologo di una civiltà in via di estinzione di cui si intravedono gli ultimi resti: i dopati. L’uomo-macchina sta già per essere superato dalla macchina–uomo. Viva.

Anticaglie

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Commenti (1)

  • Che schifo!

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