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Martedì, 25 Giugno 2024
Anticaglie

Anticaglie

A cura di Carlo Giarelli

Quando tornerà il figlio dell’uomo troverà ancora la Fede sulla terra?

Interrogativo questo  che posto dallo stesso Cristo nel Vangelo di San Luca, oggi sembra trovare una sua legittimazione. Mi riferisco alla morte del Papa emerito Joseph Ratzinger,  che ha richiamato oltre 200 mila persone per la visita alle sue spoglie e oltre 50 mila ad assistere al suo funerale,  celebrato all’esterno della basilica di San Pietro, per permettere di cogliere un numero così alto di  fedeli. Nessuno avrebbe pensato una partecipazione di folla così imponente. È pur vero che Papa Ratzinger passato alla storia col nome di Benedetto XVI, era molto stimato per la sua cultura teologica, ma forse anche per questo non possedeva il carisma della popolarità che si ottiene attraverso una comunicazione estroversa e tutta improntata alla simpatia immediata ed anche superficiale. Uno studioso che prima di affrontare il grande pubblico, preferisce dedicarsi alla capacità di ingrandire il sapere sotto  il profilo teologico e filosofico, è naturale che non sia dotato di una capacità comunicativa immediata, essendo questa viceversa  mediata dalla necessità di una intensa preparazione dottrinale. Se poi anche caratterialmente la propensione al contatto umano sembrava resa incerta e difficile da un temperamento discreto ed umile con risvolti di timidezza soprattutto per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e gestionali di una Curia romana, sempre dominata da attriti e incomprensioni, ecco spiegata la sua contenuta visibilità a livello di popolo. In sintesi, è stato grande come Papa in merito alle questioni di fede, ma poco propenso a generare entusiasmo nei confronti di quanti preferiscono intravvedere all’uomo di fede l’uomo di potere. Se poi in aggiunta, questo pastore sempre discreto e prudente nel misurarsi con il potere, non aveva invece alcuna difficoltà nel sostenere fermamente  temi religiosi che per lui costituivano principi inderogabili sotto il profilo dottrinale, si capisce come la sua stima fosse inversamente proporzionale alla sua dottrina. Secondo quella  fede nella tradizione che non doveva ammettere deviazioni. Ed i temi cosiddetti scomodi riguardavano e riguardano l’aborto, la comunione ai divorziati risposati, la questione gender e il problema delle gravidanze manipolate e realizzate  secondo gli egoismi umani, per i quali l’uomo diventava, al posto di Dio, artefice e gestore della vita. Una  fede quindi, la sua, che non guardava al segno dei tempi, ma procedeva per una sua strada  contraria. Quella che basata sul sacro non si cura  delle mode e dei pericoli secolari ad esse connesse. Quali il nichilismo e più in generale la crisi della romana christianitas, che nella società moderna basata sulla cancel e la woke culture, ha coniugato la fede con la socializzazione, in sostituzione del sacro, ormai in caduta libera. Forse il punto più basso  della stima e della conseguente scarsa popolarità di Papa Benedetto XVI, fu raggiunto all’Università: La Sapienza di Roma quando gli venne impedito di tenere una sua allocuzione. E questo, proprio in quella Università che fu fondata da  Papa Bonifacio VIII  a rivelare il perverso gioco della sorte cui rimarrà indelebile nella storia di quell’ateneo, il senso di una condanna senza giustificazioni. Ebbene quanto detto avrebbe potuto determinare un destino previsto e prefissato nell’ottica di un atteggiamento pubblico improntato ad una lenta e progressiva dimenticanza nei confronti del Papa timido. Invece nulla di tutto questo è successo. La presenza di un pubblico straripante e di tanti capi di stato accorsi nel momento del doloroso evento, hanno costituito una massa di fedeli al fine di tributare  quello che gli era dovuto. Vale a dire il senso dell’affetto, di stima e di una riconoscenza in fatto di fede, contro l’attuale indirizzo di una Chiesa diventata molto simile ad una Ong. Una condizione questa che dopo quasi dieci anni dal suo abbandono al soglio di Pietro, era maturata in silenzio ma con una determinazione proporzionale al tempo trascorso.  Cosicché questa ondata di entusiasmi, da parte soprattutto dei cristiani  ancorati alla tradizione, la voglio attribuire alla insoddisfazione nei confronti di una religione che contravvenendo ai suoi stessi principi dottrinali, ha dato una maggiore importanza al  problema sociale. A voler significare una comunicazione fra la religione ed il mondo ed in tal modo creare una contaminazione fra il Vangelo e la storia. Questa condizione venuta dall’alto ma non dal basso, non può che riguardare la Chiesa con l’attuale Papa Francesco. In cui si propaganda urbi et orbi, una religione non più millenaristica  e quindi disposta a riconoscere come validi i segni dei tempi. Dove le contraddizioni emergono in relazione a temi come l’aborto, il fine vita, le fecondazione eterologa, le coppie di fatto, l’utero in affitto e la maternità surrogata. Ed ancora. Il problema dell’immigrazione incontrollata. Il concetto di natura, l’ideologia gender e quella ecologica con in aggiunta le diverse culture esistenti comprese il diffondersi delle sette religiose. Questa Chiesa bergogliana sembra allora in difficoltà a dover affrontare questi temi complessi e dunque a dover dispensare la parola illuminata dal vangelo su questi aspetti del vivere. In sostanza dimostrando incertezze  sugli aspetti  che riguardano la famiglia, la legge naturale, la vita e la morte, il creazionismo, includendo anche la scienza intesa oggi come religione da cui ha  preso tutti i suoi dogmi. Ed infine il peccato e più estesamente i valori morali  non discutibili, nei confronti dei quali ci si pone il problema quale sia la religione vera. Tutto questo non faceva parte della teologia di Papa Ratzinger. Perché alla religione flessibile in sintonia con tempi moderni e quindi con la sostanziale desacralizzazione, contrapponeva il conservatorismo dottrinale che per prima cosa doveva basarsi sul valore della liturgia. La quale non doveva ridursi ad un modello banalizzante privo di simboli e di ritualità. Ed a questo proposito, Lui stesso restò molto male quando dopo il suo Motu proprio:  Summorum pontificum che autorizzava la messa tradizionale in latino anche nelle parrocchie,  lo vide sostituito da un  nuovo Motu proprio da parte di Papa Francesco chiamato Tradizionis custodes.  Che in realtà di fatto sospendeva il precedente. Col risultato, invece di riunire, di dividere la Chiesa in due parti: fra sostenitori della tradizione e innovatori del nulla. Ma ritorniamo ai riti ed al potere che ogni rito svolge sia a livello civile che religioso. Esso infatti crea sempre un condizionamento che coinvolge la parte uditiva e visiva  nei confronti di chi si sottopone e in cui si possono riscontrare significati addirittura morali. Lo vediamo in campo civile nel matrimonio. Se infatti questo è ritualizzato secondo una precisa cerimonia con tanto di dichiarazioni da parte dei contraenti, della presenza dei testimoni, di firme su apposito registro ed infine simbolicamente sullo scambio degli anelli, il condizionamento legato ad un preciso atto di responsabilità, diventa un fatto compiuto nella sua prova di serietà. Se questo capita in senso civile, ancor più ha valore nel campo religioso, dove si realizza uno stato morale, fondato non solo sui contenuti teologici, ma sulle stesse pratiche rituali che con il loro significato simbolico ed emozionale (la religione è anche emozione), determinano il senso del sacro. Da tutto questo possiamo dedurre che il rito nella sua ripetitività ed invarianza, garantisce addirittura l’ordine cosmico. Per esemplificare se citiamo personaggi come Mitria, Iside o Zeus, questi se i loro nomi non si associassero al loro contenuto cerimoniale quindi rituale, sarebbero solo fantasmi del passato che hanno ormai perduto ogni riferimento pratico, destinato al dimenticatoio pubblico. Per concludere ritorniamo al titolo e chiediamoci se sia giusto che la Chiesa debba misurarsi e poi accettare quei condizionamenti che il mondo oggi propone in riferimento agli aspetti culturali e quindi anche religiosi. Insomma, come ci ha insegnato il Papa emerito, la fede può badare a se stessa? La risposta è sì se in base al senso del sacro contiene in sé tutte le motivazioni che la giustificano. Se invece la fede ha le incertezze di Bergoglio riguardo al senso del sacro, preferendo propugnare l’aspetto umano e socializzante, la risposta è no. In quanto non si vede come l’attuale incertezza della fede possa saturare il futuro in chiave di redenzione.        

Quando tornerà il figlio dell’uomo troverà ancora la Fede sulla terra?

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