Anticaglie

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Ritratto di Emanuele Galba

Emanuele Galba

Persona tranquilla, calma e morigerata. Questa la caratteristica principale del personaggio Emanuele Galba. Ma entriamo meglio nello specifico caratteriale. Mai, in lui, un tono esagerato, tanto che perfino nel timbro della voce più che parlare solfeggia sulle note verbali. Queste infatti, né alte né basse, disegnano un equilibrio di toni che rimanda al detto latino ne quid nimis. Poco ciarliero, preferisce ascoltare. Poi quando parla, perché quasi costretto, ogni parola sembra emessa con freno tirato, meditata da una valutazione pensata e ripensata. Insomma in lui, non esiste improvvisazione ed è difficile capire se questo suo modo di essere, improntato preferibilmente all’introspezione e al silenzio, sia l’espressione di una timidezza o di una discrezione, frutto di una educazione tipica di una moda antica, oggi inusuale. Probabilmente è un po’ l’uno e un po’ l’altro di queste due componenti, cosicché l’educazione di mai eccedere e men che meno offendere l’interlocutore, lo pone in una situazione curiosa, che fa più pensare al passato che al presente. Infatti l’impressione è quella che non ama apparire se non per le cose importanti. Come la partecipazione a riunioni culturali che in lui di antica tradizione liberale si venano sempre di quella ideologia cavouriana, volta a privilegiare sempre l’uomo come individuo, e solo dopo la comunità, detta in altre parole lo stato. Anche in queste situazioni rivela di non avere la vocazione del tribuno per indurre il popolo ad atti inconsueti o rivoluzionari. Essendo completamente refrattario sia al popolo che alla rivoluzione. Poiché non ama il protagonismo di facciata, preferisce esserlo di sostanza, attraverso un linguaggio improntato ad una convinzione profonda sul piano ideologico che snocciola in ambienti ristretti con coerenza di idee e corrispondenza di parole. Ma la voce è sempre bassa e non sempre arriva in lontananza. Due allora le possibilità da parte degli ascoltatori: accentuare l’attenzione ricorrendo ad un silenzio tombale al fine di riuscire ad ascoltare quei sussurri, oppure darsi pace e lasciare che l’udito consapevole dei propri limiti, si distragga e volga ad altro. Se il carattere è questo, c’è anche dell’altro. Infatti la personalità è ricca di diverse componenti. Prima di tutto l’intelligenza è acuta quanto basta, per capire subito quello che ascolta, senza il bisogno di dover aspettare precisazioni o reiterazioni del già detto. Ho precisato prima che il parlare non è il suo forte, viceversa manifesta più interesse per lo scrivere, non per niente ha il titolo ed è giornalista. Ma andiamo con calma e definiamo altri particolari prima di affrontare la sua vita professionale. Tanto che se mai avessi sbagliato la mia valutazione sul carattere del nostro protagonista, la sua fotografia, esaminata nei particolari, la dice lunga sulla sua personalità . Di aspetto tranquillo è quanto di più tranquillizzante ci possa essere, quando si mette in posa. Ordinato e senza un capello fuori posto nonostante una capigliatura straripante che se non fosse pettinata con cura all’indietro gli cadrebbe sulla fronte, e sprizzerebbe sulle tempie, offre l’immagine di una persona che in apparenza non ha grilli per la testa. Ed uso il termine in apparenza perché nessuno può mai dire cosa c’è nella testa di ogni persona, in fatto di sentimenti e di ambizioni. Soprattutto, come è il caso del nostro, quando queste sono tenute rigorosamente nascoste. Imbrigliate da uno stile, come già detto, riservato e per niente appariscente. La capigliatura- dicevo- di un colore nero corvino che comincia ad ingrigirsi sulle tempie, schizzerebbe in ogni direzione, causa anche lo spessore del singolo capello, un vero filo di corda spessa e ruvida, se non fosse domato dal pettine quotidiano. Ma altre sono le caratteristiche su cui dedurre i lati caratteriali. Fronte ampia e bombata piana e senza pieghe trasversali, non offre elementi per la metoscopia di individuare segni di relazioni fra il carattere del personaggio e quelli dell’ambiente circostante. E se anche questi caratteri fossero presenti, non è qui il luogo e neppure l’intenzione di ricavare elementi di tipo esoterico o divinatorio che ci porterebbero fuori strada. Ritornando al nostro e mantenendoci sul piano il più possibile oggettivo, altri segni sono le sopracciglia folte e ben arcuate, sopra gli occhi cerchiati da occhiali ridotti a sole lenti, in quanto sostenuti da una montatura minima, quasi invisibile. Occhi che appaiono vivaci , ma e siamo sempre lì, senza nulla di troppo. Insomma sono indagatori ma con discrezione. Mobili ma con il timore di poter esagerare negli sguardi. Fissanti, ma senza essere appuntiti. Ammiccanti, ma senza tradire troppo sia il sentimento che la persona alla quale viene rivolto lo sguardo. In sostanza, occhi che rivelano quel carattere di stare in quella via di mezzo su cui ci stiamo applicando fin dall’inizio di questo ritratto. Completiamo la fisiognomica del viso con il naso che si arrotonda senza sporgere e quasi senza farsi notare. Tanto che in esso non si distingue il grande dal piccolo e viceversa, perché ben inserito nel contesto armonioso del viso. Per cui le caratteristiche non acquistano evidenza in merito alle dimensioni. Infine le labbra. Tumide , ben disegnate ma quasi sempre serrate, dimostrano la reticenza di non volersi allargare indebitamente in sorrisi troppo aperti, perché il carattere ridanciano non appartiene al nostro personaggio. Continuando ad esaminare il viso, non rimane che il mento, il quale presenta una fossetta centrale che conferisce alla placida compostezza del tutto, una nota allegra, simpatica, quasi irriverente. Ma questa è solo un’impressione. In conclusione se l’io, come ebbe a dire Freud, dopo la scoperta dell’inconscio, non è mai padrone a casa sua, nel caso del nostro personaggio, questo strano contenitore di idee e sentimenti che chiamiamo inconscio, si rivela dall’espressione del viso, in perfetta sintonia con la descrizione fatta. In sostanza le luci e le ombre caratteriali, nel caso di Emanuele Galba, si manifestano in modo evidente e chiaro soprattutto per gli amici, coi quali scompare la necessità di nascondersi. Di ricorrere a mascheramenti in modo che l’essere e l’apparire diventino in lui una cosa sola. Inoltre il fatto, come ripeto, che sia più portato a scrivere che a parlare, dimostra come lo stesso supporto cartaceo inteso psicologicamente parlando, come un appiglio dell’io, riveli la validità del detto latino: verba volant scripta manent. Dopo queste impressioni , entriamo allora nel merito dello scrivere rappresento dalla sua vocazione e professione giornalistica, che inserisco nella sua biografia. Eccola. Si inizia dalla nascita, avvenuta il 10 aprile 1960 a Piacenza. Dunque piacentino, anche se ci tiene a precisare come la sua prima infanzia si sia svolta in provincia. Vale dire nel Comune di Rivergaro, fra le colline, debolmente degradanti verso la pianura e la piacevole visione delle anse sinuose della Trebbia. Aria pulita questa dell’infanzia, per il nostro, sotto vari punti di vista, sia per la salute fisica, corroborata dal clima rigido d’inverno, ma senza la fastidiosa afa estiva dovuta alla notturna brezza collinare, sia per la componente affettiva e psicologica causa il contesto delle amicizie e soprattutto la tranquillità di un ambiente familiare dove gli affetti non sono mai stati assenti per lui. L’infanzia, come si sa passa presto e cominciano, per il nostro, gli studi. Si diploma in ragioneria presso l ’Istituto piacentino Romagnosi, poi si iscrive alla facoltà di Economia e Commercio all’Università di Parma. Non si laurea perché attratto da un altro destino che diventerà presto una realizzazione di vita: la calamita attrattiva del giornalismo. Questa lo coinvolge, lo lega a sé e non gli dà scampo, se non per sposarsi a 25 anni con Donatella Caravaggi che lui definisce una eccellente impiegata oltre che ottima moglie . Dal matrimonio nasceranno due figli: Lorenzo oggi di anni 21 ed Elena diciottenne. Ma ritorniamo al vecchio amore, il giornalismo. Il tutto si concretizza attorno agli anni 90, quando contemporaneamente all’iscrizione all’albo dei giornalisti pubblicisti, muove i suoi primi passi nel periodico: Cronache Padane sotto la direzione del suo primo maestro , Enrico Sperzagni. Passato poi, il nostro, al settimanale: La Gazzetta di Piacenza come redattore ed in seguito come direttore, è curioso constatare come la sua vita giornalistica sia tutta all’insegna della cronaca che a seconda dei casi perde la minuscola in favore della maiuscola diventando Cronaca. Mi spiego. Il suo campo d’azione giornalistico è sempre stato la trattazione della cronaca cittadina e provinciale, finché nella seconda metà del 1993 diventa collaboratore di quello cui legherà poi il suo destino giornalistico e parlo della cronaca stavolta scritta con la maiuscola, rappresentato dal quotidiano di Cremona chiamato appunto : Cronaca Padana. Si apre intanto in lui una parentesi con il quotidiano Libertà di cui diventa redattore tramite l’assunzione da parte di Ernesto Prati che di lì a poco causa una malattia breve ma fatale, dovette abbandonare non solo il giornale ma anche la vita. Parentesi ho detto a proposito di Libertà dove si cimenta in articoli vari su cronaca, economia, cultura, agricoltura con sconfinamenti perfino nello sport. Infatti diventato giornalista professionista nel 1996, nel marzo 2002 abbandona quest’ultimo quotidiano, per aderire alla nascita di un secondo giornale cittadino: La Voce Nuova di Piacenza. Dove esercita il suo solito compito di articolista nel campo della cronaca e dell’agricoltura. Nel 2003 avviene la tanta attesa occasione. Infatti nasce in quell’anno sulle spoglie mortali della Voce : La Cronaca, così chiamata, sic et simpliciter, senza altri aggettivi. Un quotidiano questo che già usciva nell’edizione di Cremona e che trova nell’edizione piacentina il suo caporedattore responsabile, che in seguito diventerà direttore di tutte e due le testate nel periodo che va dal giugno 2011 al gennaio 2012. Ma il destino con la Cronaca si dimostra ingrato causa fatti incresciosi di tipo giudiziario che riguardano l’edizione cremonese e non quella piacentina. Come sappiamo i tempi delle sentenze sono lunghi nel frattempo appare all’orizzonte una specie di miraggio che vuole contrapporsi alla realtà dei fatti proponendo la visione di una nuova Cronaca che si traduce nella realtà . Tanto che per differenziarsi dalla precedente, deve aggiungere la specificazione di Nuovo quotidiano. Direttore di quest’ultima Cronaca, naturalmente Emanuele Galba. Inutile indagare ora i motivi della breve vita di quest’ultimo quotidiano. Sta di fatto che il destino si compie e non sempre l’Araba fenice, in questo caso sotto le vesti della Cronaca pur rinascendo una, due volte, non ha poi potuto continuare a replicare, chiamiamola così, la sua metempsicosi. Sepolti i fatti con l’ultimo numero di Cronaca, non rimane che tracciare un profilo del nostro uomo come scrittore e come direttore di testata. E mi è anche facile farlo in quanto nelle due edizioni de: La Cronaca sono stato editorialista del quotidiano, e quindi anche se non in organico e seppur poco addetto ai lavori, ho avuto modo di conoscere l’ambiente, gli uomini ed i retroscena della redazione. Ecco allora il primo punto: come valutare la figura ed il ruolo del direttore Emanuele Galba? Lo descrivo, ricorrendo ad una immagine, metaforicamente fotografica che mi è rimasta nella memoria, in base a quando visitavo la redazione. Seduto presso la sua scrivania, parlo del direttore Galba, il quale sempre chino sul suo computer, non aveva altri occhi che quelli di consultare articoli e impaginazioni. Al ciao di saluto rispondeva con un altro ciao di benvenuto. Non ho mai capito se fosse felice o disturbato dalle mie visite. Perché in un caso o nell’altro l’espressione del viso non si modificava come non cambiavano il tono e la frequenza, delle sue parole. Moderato il primo e appena contate le seconde. Si notava comunque la preoccupazione di far quadrare il lavoro redazionale onde sistemare le pagine in modo da renderle piacevoli al lettore evitando come la peste eventuali refusi. Abile in questo non mi ha mai dato l’impressione di dirigere il lavoro con la grinta che pensavo fosse nelle caratteristiche di chi deve mettere insieme uomini e azioni. Ritenendo la redazione di un giornale simile ad una orchestra musicale e il suo direttore corrispondente ad un dittatore d’orchestra. Nulla di più errato . Lo dico a ragion veduta perché anche nei miei confronti non ha mai assunto un tono direttivo. Tanto che, a suo onore, di fronte ai miei dubbi e agli inviti e a lui rivolti in ordine a quanto dovevo scrivere, mai un’osservazione critica mi è stata rivolta. Al massimo un vago e prudente consiglio di non allungare troppo gli articoli, ma detto con tale rispettosa discrezione che mi generava l’impressione che fosse più mosso dall’intenzione di lasciare fare che non di vietare. E ad onor del vero, e lo dico per la mia cocciutaggine, non ho mai ridotto le battute degli articoli. Quale allora il mio giudizio su Galba scrittore? Nonostante in quel tempo scrivesse poco in quanto preoccupato soprattutto della organizzazione del lavoro redazionale e della buona riuscita dell’impaginazione, tuttavia quando urgeva la necessità di presentare un suo pezzo, ne era felice e si capiva subito di quale pasta fosse il suo stile. Stringato, senza fantasticherie inutili e divagazioni che avrebbero appesantito lo scritto, mirava subito al sodo. Al fatto così com’era avvenuto, per poi addentrarsi nei suoi risvolti onde sviscerarne cause ed effetti e procedere alla denuncia degli eventi incongruenti e non conformi con le sue idee. Nulla da dire quindi come giornalista, per il suo stile accurato e preciso. L’unica cosa, ma questa potrebbe essere un pregio per un giornalista che deve mordere la notizia e non vezzeggiarla, il poco interesse verso la caratura piscologica dei personaggi oppure verso l’invenzione di neologismi o l’uso di slang dialettali, come pure per l’invenzione di particolarismi originali al fine di stupire il lettore, che per la verità non ne aveva bisogno, in quanto si era già stupito e conquistato dal resoconto preciso dei fatti. Piccolezze, inezie, impressioni , opinabile e molto discutibili considerazioni personali . Comunque alle valutazioni di chi, come il sottoscritto, non ha alcuna patente a muovere critiche, si contrappone un mestiere il suo, espressione di un professionista serio e versatile, in grado di affrontare argomenti diversi con la capacità di renderli tutti addomesticabili al servizio di ogni lettore. Anche quello più critico o riottoso. Una professionalità., la sua, conquistata sul campo sotto la guida di maestri, da lui così definiti ,che voglio elencare in ordine cronologico. Questi: Enrico Spezagli. Luciano Gulli, Ernesto Prati, Leone, Mario Silla. Ma non basta. Perché bisogna ora aggiungere un grande amico comune Vito Neri, giornalista di estro particolarissimo e uomo di grande umanità, cultura ed intelligenza, sempre originale ed imprevedibile nelle sue esternazioni, anche per alcune intemperanza caratteriali. Era infatti lui che scriveva il pezzo controcorrente che compariva in prima pagina sotto il nome, Agenzia dice che. L’intento sempre raggiunto, era quello di mettere alla berlina uomini e comportamenti, considerati dallo stesso autore criticabili sotto il profilo politico e morale e considerati deplorevoli per il bene alla città. Ed era sempre lui, con me al fianco, che dopo una comune passeggiata quasi notturna nella Piacenza calda d’estate e fredda e nebbiosa d’inverno, si recava al giornale nella sede di Via Chiapponi per far domande inerenti la cronaca cittadina, verificare la resa giornalistica di alcuni pezzi per poi dedicarsi con fare spiritoso e la verve simpatica legata alla facile battuta a complimentarsi con le giornaliste donne. Cose passate purtroppo. Tuttavia nel ritratto del nostro uomo manca ancora qualcosa: la sua passione politica che mai ha ostentato in piazza ,causa la sua natura riservata, ma sempre nei rapporti personali o di partito. Sto parlando della sua visione liberale della vita come massima espressone della libertà dell’individuo. Passione che coltivò fin negli anni giovanili prima nell’Associazione Gioventù Liberale di cui è stato coordinatore provinciale e poi componente del direttivo regionale. E poi da adulto nelle fila del Partito Liberale Italiano, come segretario provinciale. Da ultimo nella veste di componente della fondazione dell’Associazione Liberali Piacentini, Intitolata a Luigi Einaudi. 

Il profilo si chiude ora con una nota di umanità. Richiesto quali fossero i suoi maestri di vita ha ricordato prima i genitori: il padre Fernando e la madre Maria Carla Cavanna a dimostrazione dell’attaccamento alla famiglia e per la stessa ragione il fratello maggiore Camillo anche lui giornalista, deceduto purtroppo prematuramente. Per ultimo, come maestro, subito dopo gli affetti familiari , l’avv. Corrado Sforza Fogliani un esempio di ampiezza di vedute giornalistiche, di amore per la sua città, di coerenza politica, di alta scuola morale e di altrettanta grande capacità professionale ed intellettuale come dimostrano i prestigiosi traguardi da lui conquistati in chiave locale, nazionale ed internazionale. Attualmente ora il nostro collabora con la Banca di Piacenza in qualità di consulente della comunicazione e addetto stampa. Infatti a lui si deve la coordinazione dell’evento che riguarda la salita alla cupola della chiesa di Santa Maria di Campagna, affrescata da Giovanni Antonio de’ Sacchis detto , per il luogo di nascita, il Pordenone. Iniziativa questa, proposta dalla Banca di Piacenza che ha diffuso la conoscenza della figura del grande pittore del nostro cinquecento, oltre i confini cittadini per coinvolgere l’intera nazione. Con questa nota conclusiva, finisce il ritratto di Emanuele Galba il cui cognome rimanda ad un imperatore romano che appena ricordato dalla storia, non si sa cosa abbia fatto di importante nel suo breve periodo in cui vestì la porpora imperiale. Invece quel che ha fatto di importante il nostro Galba piacentino o rivergarese come lui ama definirsi ,ho cercato sommariamente di descrivere. E se ho usato molta libertà di giudizio, di cui mi assumo ogni responsabilità ed augurandomi di non offendere nessuno, posso anche dire di non essermi piegato ad alcuna partigianeria 

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