Anticaglie

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Ritratto di Francesca Chiapponi

Francesca Chiapponi

Piacevole e nello stesso tempo ostico questo ritratto. Piacevole per le caratteristiche fisiche e caratteriali della sua protagonista, affabile nei modi ed elegantemente misurata negli atteggiamenti, ma nello stesso tempo un ritratto, come detto, ostico da trattare. Il motivo? Dover affrontare l’argomento del teatro piacentino, di cui la nostra è stata una indiscutibile protagonista, un tema questo da me purtroppo mai coltivato. Intendiamoci nessuna preclusione verso questa forma d’arte e verso il suo linguaggio vernacolare, solo la constatazione di una mia incapacità a comprendere. Intendendo per incapacità una difficoltà a parlare, sentire e quindi ad appassionarmi ad uno stile comunicativo che non ha mai fatto breccia nelle mie abitudini, interessi culturali inclusi. Capisco di rischiare, per questo, di non essere stimato dai miei concittadini e di rischiare la definizione di sciccheria per il difetto di non saper utilizzare alla bisogna il tradizionale modo di esprimere la cultura piacentina autentica e popolare, attraverso il suo linguaggio. Quello che si respira negli ambienti tipici della nostra antica città e che parla attraverso le mura, ma anche attraverso i muri sgarrupati della nostra bassa. Tipo Sant’Agnese , Cantarana o la storica Muntà di rat. E poi ancora Il quartiere Ciano o la Villa Grilli, un tempo famosa per la poca ospitalità dei suoi abitanti. Tutti luoghi questi, dove vecchie scritte non ancora cancellate dal tempo, sono lì a testimoniare l’antica anima polare rivelatrice dello spirito delle cose, delle caratteristica delle persone e dei tanti ricordi per fatti accaduti durante oltre duemila anni di storia, e di cui si è persa per gran parte memoria . Nulla di più falso se questo induce a pensare a uno scarso interesse per la mia città. Che invece si traduce in un amore per le sue tradizioni ed i suoi eventi storici, quando fin da bambino ebbi l’opportunità di coltivare le memorie attraverso la lettura, dei due volumi della storia cittadina, scritta del mio antenato Francesco. Come pure, mi ricordo ancora, le pagine lette e rilette sui castelli piacentini di padre Corna e le letture delle poesie del nostro maggiore poeta dialettale, il Faustini, cui come si sa è stata dedicata una scuola media. Delle quali letture, posseggo una edizione impreziosita dai disegni di un altro grande concittadino, il pittore Ricchetti. Detto questo, rimane pur sempre per me il problema del nostro dialetto che capisco, ma non riesco, per disabitudine, ad articolare in un discorso. Una condizione mutacica la mia, dagli indefiniti motivi che non è il caso qui di analizzare per non cadere nel tranello delle spiegazioni psicologiche che spiegano tutto ed i loro contrario. Un dialetto il nostro che spesso mi sorprende per la capacità di saper cogliere attraverso una parola o una semplice locuzione un intero mondo di significati ed emozioni, tipicamente radicate nella nostra terra, con tutte quelle infinite sfumature di cui la lingua nazionale nel suo procedere attraverso l’omologazione di Comuni e Regioni, nemmeno si sogna di coglierne i significati. Tuttavia, ribadisco, che se questo è vero, nello stesso tempo, trattasi di un linguaggio, il nostro, che non sento completamente mio, sia per la difficoltà di pronuncia che per la quasi impossibilità, da parte mia, di poterlo scrivere. In questa mia confessione non richiesta, ma indotta dalla necessità di un ritratto che invece assomma tutti i lati positivi del nostro dialetto, devo allora aggiungere un ulteriore particolare. Che se non giustifica, almeno offre un minimo di giustificazione. Perché diventato milanese d’adozione per motivi professionali, mi sono trovato nella condizione di dover affrontare l’espressione dialettale della città lombarda al posto di quella piacentina. Detto questo, come si dice a Piacenza, quando la toppa è peggiore del buco, urge dare un taglio e cambiare discorso. Cosicchè al posto delle mie iniziali dichiarazioni che hanno sparso in abbondanza cenere sul mio capo, conviene ritornare al ritratto. Ed a un teatro che anche nei titoli dei nostri maggiori autori, rivela tutta l’anima della città. Interprete la nostra Francesca Chiapponi, figlia d’arte e grande cultrice di tutto quanto sa di piacentinità, cui dedico volentieri queste mie note che è la parte piacevole del mio procedere, per omaggiare chi di quel linguaggio e di quell’arte, ha fatto una bandiera da sventolare al vento delle vecchie e nuove generazioni. Con l’intento di contrapporsi ai più recenti cambiamenti di mentalità in fatto di luoghi , modi e costumi, che nella loro ansia di modernità, hanno la pretesa di dimenticare il passato. Ecco allora il punto e la vera giustificazione del ritratto. Nessuno oggi più del nostro personaggio ha saputo ridare a Piacenza la sua vera anima popolare, onde difenderla nei confronti delle nuove mode, per poi auspicarne la rifioritura di fronte alle delusioni della vita attuale tutta rivolta al presente, dove passato e futuro hanno perso il diritto di rappresentanza. Fenomeno questo preoccupante al punto che anche nei nuovi esami di maturità la storia come materia di studio, è stata abolita. Un ritratto allora quello che sto per affrontare in controtendenza, per le ragioni esposte, ma soprattutto nei confronti di una visone antropologica della vita, dove le tradizioni e le vecchie usanze delle generazioni passate, sembrano ridotte a fantasmi incorporei ed evanescenti rispetto al mondo della nuova comunicazione. Che dell’umano e dell’umanità, non sa che farsene. Tutto ripiegato all’insegna di un politicamente corretto che abolisce le antiche ragioni dell’esistenza, per sostituirle con un mondo collettivizzato senza anima, senza spirito critico, senza punti d’appoggio, senza certezze. Dove l’etica è diventata etichetta, la morale sostituita da un generico moralismo e la religione si è trasformata in un associazionismo di stampo secolare, completamente disgiunta dalle cose del cielo. In pratica la tendenza è quella di creare tanti nomadi di una civiltà virtuale e globale, su cui il vivere si fonda sulla nuova trinità laica, fatta di internet, cellulare e tv . Una tabula rasa che si costruisce distruggendosi. Che cresce senza sapere né cosa né dove. Che vive senza escatologia, parola dal significato oggi incomprensibile. Ecco allora spiegato il nostro ritratto. Vero nella sua umanità, palpitante nelle sue espressioni artistiche, consolante nella constatazione che non tutto è perduto Per meglio precisarlo, diamo allora spazio ad un po’ di biografia che ci chiarirà le idee a proposito della nostra protagonista. Ho già detto che è figlia d’arte avendo ereditato dal padre sia la passione per tutto quanto sa della nostra terra, che per il teatro popolare. La vediamo infatti bambina all’età di 7 anni, fare i primi passi di danza classica e nel frattempo accompagnare il padre attore, ad assistere alle sue recite accovacciata in una poltrona più grande di lei, nella sala dalla Società Filodrammatica che costituisce l’ affascinante teatro liberty di via San Siro. Come sempre capita per chi ha una passione autentica, queste assiduità teatrali, trovano un inaspettato sbocco. Si ammala la cameriera nella commedia :” I Poggiò in Strà Drita” di Testori, e la nostra, allora dodicenne viene invitata a salire per la prima volta sul palcoscenico. Successo e carriera diventano allora, in lei, da quel momento una cosa sola. Divenuta infatti membro effettivo della Società, tutte le rappresentazioni del dialetto piacentino trovano nel nostro personaggio, l’interprete più motivata e congegnale. In pratica tutte le commedie di Egidio Carella di cui ne cito solo alcune: “Oh che ratassada”, ed il popolarissimo “Il cocco ‘d la mamma”, vengono proposte e da lei recitate, così pure l’atto unico di V. Faustini dal titolo:” Naranci dulci “dove la nostra si mette in mostra per interpretare forse il suo ruolo più conosciuto e popolare, quello di una giovanissima” Batusa”. Le cui sembianze di donna, semplice, sfrontata ed impertinente, sono immortalate nel monumento dedicato allo stesso poeta nei nostri Giardini pubblici. Vasta curiosità desta poi la commedia: “ L’eredità d’ Felis” di luigi Illica, grande librettista di Castell’Arquato, in occasione del centenario della sua morte. La traduzione della pièce è di Enrico Sperzagni. Trattasi di curiosità, come ho detto, riservata alla gente più acculturata, ma di scaro impatto sulle persone comuni, infatti come spesso capita dalle nostre parti, l’avvenimento non si è accompagnato col sostegno delle Istituzioni cittadine. A dimostrazione di come la nostra città, come disse il mio antenato Francesco, è in fatto di storia locale, la più smemorata d’Italia. Passiamo oltre. Non solo dialetto , ma teatro nazionale e internazionale, con titoli di autori fra i più famosi. Eccoli: Eugène Jonesco, Jean Cocteau, Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati, De Roberto, Lope De Vega ed altri, fra cui Peppino De Filippo con la sua piece: “40 anni ma non li dimostra”. Basta? Non ancora. Infatti nel 1995, la nostra debutta nella regia. L’occasione ancora una volta : “La Batusa” affidata a giovani interpreti con lo scopo di snellire il teatro piacentino e garantirne attraverso le nuove generazioni un soddisfacente futuro. Come spesso capita soprattutto per chi non ama sedersi sugli allori e vuole tentare strade innovative, finisce forse per stanchezza ripetitiva, la collaborazione con la società Filodrammatica. La nostra però non si perde d’animo. Instancabile, crea una Compagnia teatrale di dilettanti che vengono da lei preparati per il debutto, con appropriati corsi formativi. Seguono allora serate benefiche e rappresentazioni di ogni genere, fra cui il famoso” Diario di Anna Franck” nel quale la protagonista trova una nuova debuttante, la figlia, che avendo assorbito la passione materna, continua di fatto la genealogia di una famiglia votata all’arte teatrale. Da attrice protagonista a regista ho già detto, ma non ancora del suo nuovo ruolo di scrittrice e sceneggiatrice. Una maturazione artistico- intellettuale questa che la porta a mettere in scena al President uno spettacolo:” La Cosmetica del Nemico” la cui trama ha indubbi significati psicologici ed esistenziali . Dove fra i due protagonisti antitetici per natura e formazione, si insinua prepotentemente il genio del male( il Nemico)i cui effetti non è difficile da prevedere. Altra rappresentazione sempre al President: “Col cor sa scherza mia” traduzione di Alice Bazzani della celebre commedia di Eduardo De Filippo, Filomena Marturano. Intanto sono passati 15 anni di collaborazione con la Famiglia Piasinteina e subentra ancora una volta, la necessità di un cambiamento: abbandonare una esperienza, per quanto edificante, onde affrontare altre forme di intrattenimento. Aria nuova, vita nuova, diventa la caratteristica principale della nostra protagonista sempre pronta a cogliere le novità e mai troppo propensa a lasciarsi conquistare dalle abitudini, dalle convenzioni che soffocano lo slancio interpretativo e ne limitano gli entusiasmi. Finita questa carrellata biografica che in verità se fosse completa, richiederebbe più tempo e più spazio , mi interessa ora affrontare, come è abitudine nei miei ritratti, la parte fisiognomica per dedurre attraverso alcuni particolari morfologici il vero carattere della persona. Comincio. Viso regolare dai lineamenti piacevoli ed armonici, colpiscono al primo sguardo, gli occhi. Non sferici, ma lievemente allungati, alla moda orientale per intenderci, mostrano una precisa personalità. Infatti guardano con intensità gli oggetti e le persone per poi fissare con malcelata noncuranza i particolari. Puntuti e indagatori non demordono facilmente dalla necessità di comprendere il carattere delle persone. Come pure interpretare il significato delle cose e dei particolari che si muovono nello spazio per far capire il tempo. Se dobbiamo avanzare un riferimento zoomorfo, il felino è quello che maggiormente compendia l’atteggiamento dell’organo di cui parliamo, in cui si intravvedono una serie di elementi e sfumature psicologiche. Pensieri introspettivi, curiosità interpretative e nello stesso tempo determinazione a portare a termine i propri obiettivi. Desideri questi mai troppo nascosti, anzi fin troppo manifesti, per chi è in grado di interpretarli. Il naso poi ne dà una ulteriore dimostrazione. Lievemente aggettante non pende né a destra né a sinistra, a dimostrazione di un equilibrio, di una staticità di forma e pensiero , che rivela una cosa sola: chiarezza di idee. Il naso dicevamo. Esso si continua senza l’abituale infossamento sulla fronte, lievemente e dolcemente bombata, secondo le caratteristiche del naso greco che non per nulla trattandosi di vocazione teatrale, deve essere evocato causa le più grandi tragedie di quella civiltà da cui noi tutti culturalmente proveniamo, attraverso gli obbligati riferimenti ad Eschilo, Sofocle e Euripide. Infine, altro segnale, le sopracciglia ben arcuate che incorniciano perfettamente senza sbavature, come un tratto di compasso, le orbite. Guance appena prominenti su una carnagione chiara con sfumature rosee, offrono il particolare di due pieghe, dette naso labiali, che si approfondano vero il basso, a dimostrazione metaforica di qualche preoccupazione di vita non solo teatrale. Bocca a labbra sottili , di un colore carminio acceso, anche per l’intervento di un tocco di trucco, sembrano aprirsi, anche quando sono chiuse, dando l’impressione di un lieve perenne, vago, sorriso che sa di compiacimento verso l’interlocutore. Ma nello stesso tempo, di una chiara impressione di sicurezza orgogliosa nei propri mezzi. Il mento poi, senza note fisiognomiche particolari, su cui sbizzarrirsi con le note psicologiche, completa la rotondità diafana del viso, conferendo all’insieme la grazia convinta di chi vuole apparire senza il bisogno di atteggiarsi. Infine i capelli. Da neri ad argentati come quelli attuali, essi cadono abbondanti quasi in ordine sparso lambendo fronte e le parti laterali del viso. La sensazione è di una cura naturale che non ha bisogno di una particolare attenzione, perché par che dicano : andiamo bene così. Tanto che il pettine, se c’è, segna solo una scriminatura nel mezzo, umiliato da tanta sovrabbondanza di un capillizio naturalmente, liberamente ed anche svagatamente in ordine sparso. Insomma potremmo definirli nella loro atteggiamento di non rispettare regole precise, capelli d’artista in grado di adattarsi ad ogni ruolo, con la naturalezza di proporsi a seconda dei vari personaggi interpretati. Ed il teatro greco ancora una volta viene alla mente, attraverso le immagini di Medea di Euripide. Viso a parte, la figura nell’insieme è armoniosamente giovanile, senza appesantimenti e inestetismi che l’età ,non più giovanissima, potrebbe regalare ad un fisico meno curato. La spiegazione? Il passato di danza classica, praticata durante la primissima infanzia, che ha contribuito a forgiare una complessione elastica e tonica, cui associare anche l’eleganza del portamento. Ce lo ricorda infatti la nostra protagonista che ha sempre considerato la danza la massima espressione dell’arte e alla cui palestra di forme e di pensiero si è sempre attenuta. In conclusione cosa dire ancora di Francesca Chiapponi, dopo queste mie personalissime impressioni? Che trattasi di una persona soddisfatta, contenta del suo passato e sempre vogliosa di sperimentare nuove iniziative. Una donna dotata di creatività e di fantasia, ma immune da esagerazioni che renderebbero comune ed anche un po’ volgare quello che di comune e volgare non ha. E’ infatti il viso che rivela il carattere. Dove si evidenza la determinazione e la volontà di assecondare una natura costruita per l’arte. Il tutto con naturalezza, senza ostentazione e men che meno atteggiamenti da diva. Un’arte, la sua, fatta di conquiste graduali maturate, prima nelle attese d’infanzia, poi nella lunga palestra del palcoscenico. Infine nella capacità intellettuale di indagare prima le caratteristiche dei personaggi per poi interpretarli nella pienezza dei loro risvolti psicologici. La sua interpretazione forse più autentica :” La Batusa”, dimostra infatti come l’arte trasfigura una figura elegante e morigerata, come la sua, in un’altra dal pensiero sfrontato e dall’atteggiamento insolente. Capacità o meglio magia dell’arte e dell’artista, si potrebbe concludere ? Senza dubbio. Tutto allora suonerebbe perfetto in questo ritratto, se non ci fosse anche una parte irrisolta, un moto di insoddisfazione che di tanto in tanto si fa strada nell’animo della nostra protagonista. Una sorta di delusione di non essere pienamente compresa in alcune sue interpretazioni, in riferimento in particolare ad opere da lei considerate importanti e di cui abbiamo già fatto cenno. Ma obiettivamente e fortunatamente la perfezione non esiste e non si può calcare il palcoscenico dell’arte e quello della vita che le ha riservata l’amore di una figlia, senza qualche inevitabile delusione. Senza qualche ripianto, anche se alla fine emerge sempre la sua natura positiva, di donna coi piedi ben piantati per terra e con le passioni invece ben sollevate verso l’alto, anche nei momenti più difficili. Delusa dalle nuove leve che si disinteressano di teatro, auspica infatti un ritorno all’antico, alla tradizione teatrale e dialettale come espressione della rappresentazione in costume e pervicacemente sostiene come il teatro dialettale non è teatro di serie B. Excusatio non petita con quel che segue, si potrebbe a questo punto dire, ma le qualità della nostra protagonista dal punto di vista umano e come donna di teatro, la esime da ogni speciosa interpretazione. La” Batusa” infatti è sempre lei, stupefacente contraddizione attraverso l’arte di un animo gentile e sensibile, il suo, in un altro che di gentile ha poco e di sensibile quel tanto che non basta per renderla immune dalla sfrontatezza arrogante.

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