Anticaglie

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Stato e cittadini, l'equivoco continua

Non facile risolvere il dubbio di essere in una società che a parole professa la libertà dell’individuo, ma nei fatti privilegia lo Stato paternalistico, con sfumature neanche troppo mascherate di moralismo

Un articolo (il mio ultimo) non è sufficiente a risolvere  il dubbio di essere in una società che a parole professa la libertà dell’individuo, ma nei fatti privilegia lo Stato paternalistico, con sfumature neanche troppo mascherate di moralismo. Valore questo tutt’altro che etico, eppure, il ché è persino peggio, considerato tale per volere di quella che chiamiamo democrazia.  Mi spiego ricorrendo ad un esempio. Se la maggioranza di governo ritenesse giusto far morire gente con difetti fisici in quanto considerata non felice, la cosa secondo la logica democratica risulterebbe  legittima. Perché poi diventi anche etica, bisogna fare un altro passo avanti. Scomodare la questione dei diritti e fra questi quello alla felicità, garantito fra l’altro dalla Costituzione americana, come uno di quei  valori fondamentali o primari, cui nessuno deve rinunciare.

Quindi in questo caso, lo Stato se agisse  secondo questo interesse collettivo alla felicità, a danno di quei pochi (o tanti) destinati a diventare, causa il loro handicap, le moderne vittime sacrificali sull’ara democratica, farebbe un’azione meritoria, dunque etica. Anche perché risparmiando risorse e denaro per non dover curare malati considerati per i motivi su esposti, non degni di cura, tutti gli altri  potrebbero trarre vantaggio, in linea teorica, da questa politica eugenetica. Infatti gli eventuali risparmi potrebbero essere vantaggiosamente impiegati per migliorare gli standard curativi e così favorire la società dei cosiddetti diritti democratici alla felicità. Ma andiamo oltre e passiamo ad un altro diritto individuale che di questi tempi viene calpestato, in favore del diritto dei più. E questa volta tralasciando i problemi etici, limitiamoci a considerare un fatto che  riguarda un altro principio calpestato, la modifica dell’abbonamento alla tv, naturalmente di Stato. Fino ad ora, la quota annua dovuta all’ente televisivo per usufruire dei programmi, per quanto obbligatoria, era legata alla compilazione personale di un modulo. Ognuno infatti poteva dichiararsi non disponibile alla sottoscrizione per varie ragioni. Perché sosteneva di non possedere un televisore o di non essere interessato ai programmi avendo messo una specie di lucchetto al proprio diffusore di immagini perché interessato ad altro.  Era chiaro che molti così facendo diventavano evasori in quanto attestavano il falso, ma quanto meno era garantita, almeno in linea teorica, la libertà di scelta e di  protesta contro programmi imposti dall’alto con la complicità degli organi di gestione, nominati dai politici di turno. Sempre mossi più che dallo stimolo a migliorare i programmi e a contenerne i costi, dal desiderio di pilotare i palinsesti, secondo esigenze di tipo elettorale.

Questa la situazione: da una parte libertà di decidere (e anche di evasione) da parte del cittadino, dall’altra la possibilità da parte  dell’Ente, tramite l’Agenzia delle entrate, di verificare il reato e punirlo. Ognuno il suo ed ognuno spesso contro l’altro armato di  malafede o furbizia, come statisticamente tutt’ora avviene in certe aree del Sud dove l’evasione raggiunge il 30% dei  coatti all’imposta video. Detto questo, cosa fa allora lo Stato per combattere il cosiddetto malcostume? Esercita la sua funzione di controllo? Verifica caso per caso i motivi del mancato pagamento del canone, col rischio, vista l’efficienza dei nostri mezzi di controllo, normalmente feroci con i deboli, ma tolleranti con i forti, di non riuscire a convincere i morosi a cambiare l’inveterata abitudine a dichiarare il falso?  Vale a dire continuare a vedere le immagini , partite di calcio incluse e a non pagare il canone? Non sia mai. Troppo dispendio di energie e troppo contenzioso , rappresentano più che un fastidio una difficoltà a risolvere il problema. E poi come recuperare il dovuto, quando  la farraginosità  burocratica è in grado di procrastinare sine die il pagamento? 

Meglio allora ricorrere ad un mezzo diverso di cui si fa carico lo Stato per garantire a tutti un diritto (ma quale diritto se è un obbligo?) e così facendo far risparmiare ad ognuno, qualcosa. Tredici euro di risparmio annuo fanno diventare l’operazione non solo possibile ma eticamente corretta. Il mezzo usato, si diceva, per accreditare la somma dovuta è offerto dalla bolletta elettrica, che  puntuale arriva con scadenze inderogabili in tutte le case. Così con la modica cifra  di cento euro (tale è la tassa) al posto delle vecchie centotredici, la gente risparmia e, nelle intenzioni del governo, può dichiararsi perfino contenta. Il ché se non è un diritto alla felicità poco ci manca. Se poi si deve rinunciare alla libertà personale ,poco male. Ormai  la democrazia ha cambiato le regole del gioco ed i diritti individuali devono lasciare il posto a quelli sociali. I primi sono solo di forma, i secondi di sostanza. Infatti ritornando al canone la prova della possibile trasgressione va invertita. Lo Stato dispone , mentre il cittadino  non si oppone, ma subisce. A lui il carico della  giustificazione , con tanto di compilazione di moduli, se si ostina a dichiarare di  non possedere l’elettrodomestico diffusore di immagini o se desidera  lanciarlo dalla finestra stanco di programmi fasulli. Di fronte al detto lapalissiano: se pagano tutti, tutti ne hanno un vantaggio, inutile vantare questioni personali legati al diritto di scegliere.

E’ lo Stato democratico che si arroga il diritto di decidere per il cittadino quello che è giusto o sbagliato. Il vecchio diritto liberale batte in ritirata, di fronte al pagamento non di una tassa, ma di una patrimoniale messa  sopra un bene, fra l’altro mobile, come un apparecchio tv.  Lo Stato che entra nelle nostre case come un padre padrone o un grande fratello, piacerà ai sinceri democratici, ma non ai liberisti di antico pelo, incapaci di accettare come il diritto privato quando cozza contro quello pubblico, debba sempre soccombere. L’equivoco si riproduce ogni qual volta la protesta del singolo si scontra con il potere o il dovere sociale. Il liberalismo sostenuto a parole da tanti, di fatto è morto trascinando con sé l’etica. Un valore questo diventato mobile e opinabile perché sottoposto al volere della maggioranza.  Rimangono ancora zone grigie legate ad es. all’uso di certe parole che  ancora resistono a non voler essere travolte dalla moda democratica. Ma anche il linguaggio subisce i mutamenti dei tempi. Lo dimostra  la parola guerra che, in omaggio all’ipocrisia, preferiamo  chiamare pace, per non smentire l’etica democratica. Se poi di vera guerra si tratta, l’importante è convincersi del contrario.

A questo infatti ci pensano i media. In fondo la democrazia o governo di popolo, non tollera i singoli, specie se dimostrano troppa  insofferenza nel volere mettere i puntini sulle i, a proposito dei diritti e doveri. In quanto, renitenti al progresso, non accettano che i diritti sono dello Stato (etico) mentre i doveri appartengono all’individuo. Con la sola eccezione dell’unico diritto riconosciuto al cittadino, come dicevo all’inizio, che riguarda la felicità. Purché sia lo Stato a decidere, sempre nell’interesse collettivo, perfino dell’eticità dei comportamenti, attraverso il ricorso ai  divieti. Vietato fumare, mangiare troppo e  grasso e poi impigrire in poltrona rinunciando alla quota di esercizio fisico giornaliero, sono alcuni di questi divieti  che se è vero possono causare malattie e riduzione delle spettanze di vita, soprattutto  appesantiscono il bilancio sanitario, con sottrazione di risorse per tutti coloro che invece ubbidiscono, da pecore, alle disposizioni etiche. La giustificazione per i riottosi è che prima di tutto esiste l’interesse collettivo. In altri termini che il  diritto sociale merita la precedenza su quello personale, legato alla libera scelta. Solo così, ognuno può vantare un suo legittimo posto nel paradiso terrestre della felicità. Quella stabilità a maggioranza dal sistema democratico. E per chi non ci sta, che guerra sia. Anzi che  pace sia. Purché eterna e senza coinvolgimenti  del pubblico interesse.

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