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Anticaglie

Opinioni

Anticaglie

A cura di Carlo Giarelli

Una genialità che opportunamente coltivata sarebbe diventata genio

Che fosse un genio si potrebbe anche discuterne. Che fosse invece geniale, nessuno potrebbe metterlo in discussione. La differenza fra i due termini sembra dal punto di vista,  persino fonetico, di poco conto, ma in realtà fra i due significati c’è quasi un abisso. Il primo infatti è patrimonio di pochissimi, il secondo di pochi. Detto questo, limito il genio e mi accontento del geniale e lo applico all’uomo in questione. Un amico autentico che manifestava questo suo attributo nello scrivere.  Lo stile era sempre scorrevole, arieggiante che toccava in superfice lasciando il segno, quasi un graffio, ma senza incidere nella carne viva con corredi di sanguinamenti legati a ferite aperte e non suturabili. Per la verità il segno la lasciavano lo stesso, ma senza l’evidenza delle cose comuni, che  appunto nella loro comune accezione rischiano di diventare perfino volgari. Specie quando feriscono in modo  troppo violento    lasciando una ferita  che poi rimargina, col risultato di una cicatrice antiestetica .   Trattasi in questo caso di  evento spiacevole che deve essere consegnato alla memoria con tutti gli strascichi psicologici in cui odi, rivendicazioni, incomprensioni ed inimicizie, si stoccano all’interno dell’animo umano, a segnalare un fatto spiacevole che ti rode e ti corrode per tutta la vita. No, in questo caso non c’erano ferite manifeste che dovevano essere curate con il ricorso a provvedimenti d’emergenza. Tutto si inquadrava invece in  tante punture di spillo che colpivano ma senza la volontà di affondare il colpo.  Solo  Il sottile piacere di   far capire, ma senza accanimento e soprattutto senza voler far male. E mai ergersi ad accusatore o a giudice. Nella condivisione che tutti sbagliano e tutti possono correggersi. Infatti ogni suo   scritto più che denunciare svela, più che accusare compatisce, più che far vedere in modo manifesto, preferisce lasciare spazio alla fantasia. E fra veli e misteri consente al massimo di intravvedere un personale punto di vista Senza mai l’arroganza di una verità assoluta. In una parola inquietando acqueta. Ho parlato di stile aereo, appunto perché non c’era appesantimento né di dottrina, né di apologhi morali  o peggio ancora moraleggianti. Nessuna ostentazione di erudizione, ma la presenza di una cultura che quando è autentica si può permettere di essere ancella modesta e calma di ogni cosa scritta, nella convinzione  di  sentirsi libera di dire, ma senza offendere. Sensibilità in eccesso, la sua, non si  limitava ad evidenziare delle cose il loro   aspetto più normale e più conosciuto, ma desiderava andare oltre. Scoprire gli arcani che stanno dietro gli eventi e poi addentrarsi nell’incomprensibile che sta dentro l’animo umano. Sempre preso fra   i due estremi del capire e del non( volere) capire, sapendo però che spesso la mancata conoscenza è apparente e svela verità ancora più profonde e misteriose rispetto ai semplici risultati che ci rimandano i sensi. Ecco allora le citazioni che fuoriuscivano spontanee dalla mente eccitata  e che   non si accontentava del già detto . Spesso annegate in una  cultura classica dove dei, miti e leggende potevano permettersi di litigare con la storia, senza però lasciare sul campo sconfitti da piangere. Al massimo vinti da compiangere .  E poi ancora svolazzi di  libera e fantasiosa intuizione in grado di  colpire le menti in modo subliminale,  senza il sostegno di fanfare o squilli di tromba. E senza ricorrere mai al rullio dei tamburi. Troppo acustici e quindi volgari, sostituiti dalle note melodiose e appena percepibili del clarinetto, che però si diffondono ad una  maggiore distanza aerea. Possedere il merito di una prosa chiara e offrire soddisfazione agli organi di senso sarebbe già stato   un grosso risultato per un giornalista- scrittore. Ma cogliere e soddisfare gli arcani che ognuno si porta dentro costituiva quel di più che solo le menti geniali posseggono. Fra acustici ed acusmatici, perdonate il riferimento pitagorico, ognuno trovava nei suoi scritti,  un proprio elemento di soddisfazione. E per spiegare i due termini, la differenza sta  fra  chi  si accontenta della  superficie e chi invece va  più in profondità. Le frasi allora si scioglievano piane   e misurate, logiche e conseguenti come una trama che si arricchisce di nuovi  fili per completare l’ordito. Il risultato è che una volta completata la trama, il “pezzo”  era confezionato tal punto,  che nessun lettore avrebbe voluto e potuto  cogliere la parola fine. In quanto circolarmente inizio e fine si rincorrono, nei suoi scritti, senza mai chiarire la loro vera condizione. Dunque se prima mi sono trattenuto sulla parola genio, nessun dubbio sulla genialità di uno scrittore di cui sinceramente ho elencato i meriti. Ebbene chiunque ha apprezzato il suo modo di scrivere e chiunque gli ha voluto bene non può oggi nel momento del ricordo attraverso un libro a lui dedicato, non può dicevo non avanzare un rincrescimento.  Perché l’individuo geniale è rimasto tale e non è diventato il genio che chi l’ha stimato avrebbe voluto diventasse. Ma, è destino umano che ognuno ai meriti, debba anche associare qualche piccola lacuna. E l’uomo in questione era troppo assetato di interessi e troppo animato  dalla voglia di conoscere e dedicarsi ai vari problemi che la vita comporta. Chi lo dice, ha avuto modo di conoscerlo bene attraverso una frequentazione, quasi quotidiana. La stima era tanta anche perché trattavasi di un’anima candida anche nei suoi eccessi. Gli interessi erano  multiformi e  spaziavano dal campo della letteratura a quello dell’impegno civile, per proseguire con l’arte, la politica e il sempre affiorante problema dell’anima. Di cui avvertiva la presenza, ma  con una certa  titubanza onde rimarcare una posizione di attesa. In attesa appunto che qualche rivelazione lo cogliesse per spingerlo a dissolvere dubbie incertezze. Posizioni le sue condivisibili, anche se  non sempre  coerenti fra  una ragione,  che lo portava a svelare i fenomeni e un cuore dominato invece da una sensibilità in eccesso che tendeva a piegarsi o a ripiegarsi verso una possibile, quasi introvabile spiegazione.   Perché avvolta nel mistero e per questo   avvertita in modo affascinante, anche se  mai colta nella sua interezza. Il carattere appunto di un uomo in cui  la personalità dell’ adulto si mescolava alla ingenuità del bambino con tutti i meriti e gli eccessi di una vita emozionale, mai appiattita su un solo codice comportamentale. Ma sempre orientata verso nuove espressioni, vere o inventate che fossero, per continuare il gioco della vita dove   giustificazione e critica si rincorrono nel tempo, senza trovare risposta. Condiscendente e criticamente acido, queste le sue cifre comportamentali che mutavano di continuo fra buonsenso tollerante e incomprensibilità nei confronti   delle  sorti umane.  Cosicché la critica, quando aspra, lasciava  volentieri il campo alla dimenticanza, mentre rimanevano più saldi nel tempo gli elogi,  anche se mai completamente scontati. Insomma una personalità così complessa e così ricca di sfaccettature umane, abbisognava a mio avviso di una rinuncia.  Quella di abbandonare certe divagazioni, per quanto intellettualmente stimolanti, per dedicarsi solo alla sua vera   natura di giornalista- scrittore. Ci avrebbe lasciato ancora più segni della sua genialità, ancora più testimonianze  della sua arte di consegnare alla penna il segno tangibile, riportato su carta, della magia del suo  ricchissimo  patrimonio di sensibilità,  cultura e umanità. Avrete capito che  il personaggio in questione, risponde al nome di  Vito Neri.  E solo chi l’ha conosciuto ed amato può allora chiudere questa rievocazione,  nel momento stesso in cui domani verrà celebrato il suo ricordo, insieme ad un moto di rincrescimento, con una ultima parola, che offenderà solo chi non vuol capire: peccato.

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