Vagabondi in Appennino

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La bellezza della natura a portata di tutti: il percorso "Giovanni Tosi"

Su sentieri appena accennati tra massi d'igneo serpentino, faggete e pinete alla ricerca dei castellieri liguri: Il Percorso Naturalistico "Giovanni Tosi" è un itinerario a sviluppo circolare di circa 8 chilometri realizzato concatenando tra loro i più interessanti sentieri dei Percorsi Ecologici dei Sassi Neri e Pietra Corva; capisaldi del Percorso sono lo Chalet della Volpe situato al km 47 della SS 461 (Voghera-Varzi-p.so Penice-Bobbio) ed il Giardino Alpino di Pietra Corva che sorge nelle immediate vicinanze dell'abitato di Praticchia, in comune di Romagnese (PV)

Il Percorso Naturalistico "Giovanni Tosi" è un itinerario a sviluppo circolare di circa 8 chilometri realizzato concatenando tra loro i più interessanti sentieri dei Percorsi Ecologici dei Sassi Neri e Pietra Corva; capisaldi del Percorso sono lo Chalet della Volpe situato al km 47 della SS 461 (Voghera-Varzi-p.so Penice-Bobbio) ed il Giardino Alpino di Pietra Corva che sorge nelle immediate vicinanze dell'abitato di Praticchia, in comune di Romagnese (PV).

Pur non avendo una direzione preferenziale si consiglia di partire dallo Chalet della Volpe e, con moto antiorario, percorrendo i sentieri del versante trebbiense, di raggiungere il Giardino Alpino di Pietra Corva ove esiste un'area picnic libera ed un bar-trattoria con possibilità di consumare piatti tipici. Per il ritorno vengono invece utilizzati i sentieri della testata di valle del torrente Tidone, in territorio pavese.

L'estrema facilità del percorso, l'assenza in toto di pericoli oggettivi, il dislivello complessivo contenuto in poco più di 500 metri e l'altissima concentrazione d’emergenze paesistiche rendono fruibile il Percorso Naturalistico "Giovanni Tosi" ad una gamma estremamente vasta d’utenze.

Noi lo consigliamo in modo specifico per le uscite di Turismo Scolastico alle scuole ed agli istituti di ogni ordine e grado, alle famiglie per tranquille giornate di natura, ai gruppi giovanili che possono provare, in tutta sicurezza, l'avventura di una notte alla "bella stella", agli amanti dello sci-escursionismo siamo essi neofiti od esperti e, non da ultimo, agli escursionisti più esigenti che sapranno trovare innumerevoli spunti d'interesse lungo questi 8 kilometri tra faggi, funghi, fiori e fanghi.

Segnaletica (in via di ripristino)

Dallo Chalet della Volpe (956) itinerario 8244 (segnavia ✚) sino a Quota 1.035; indi itinerario 8201 (segnavia  - Vialonga n°1). 

La Vialonga n° 1 deve essere percorsa in direzione N-E superando le cime del Pan Perduto (1.065) e Pietra Corva (1.078), entrambe raggiungibili, dai relativi passi, grazie a due brevi bretelle d'allacciamento. 

Giunti in località fonte Pietra Corva (1.000 - punto acqua) occorre abbandonare la Vialonga n° 1 per seguire, a sinistra, l'itinerario 8140 (segnavia ✖) che porta al Giardino Alpino di Pietra Corva (917). 

Dal piazzale auto del Giardino Alpino, a sinistra, itinerario 8142 (segnavia ) che porta a Quota 1.037 dove ritroviamo l'itinerario 8201 (segnavia  - Vialonga n° 1). 

Questa volta si deve andare in direzione S-W superando Il Laghetto (1.037) e La Madonnina (1.050) per arrivare al p.so Sassi Neri (1.035 m) dove la si abbandona.

Da ultimo itinerario 8249 (segnavia ⬤⬤⬤) e rientro allo Chalet della Volpe (956).

Itinerario in dettaglio
Il territorio interessato si trova a cavaliere dei comuni di Bobbio, Pecorara (piacentino) e Romagnese (pavese). Tutta l'area è da "scoprire": si passa da tratti a pascolo a fitte foreste di pini, abeti e faggi per poi trovarsi a tu per tu con neri e cupi monoliti di roccia che incutono paura ed invece sono lì, bonari giganti di pietra, a sentinella dello scrigno ricolmo di naturali bellezze. D’estremo interesse è la visita al Giardino Alpino di Pietra Corva dov'è possibile ammirare numerosissime specie floreali dell'Appennino locale e non, delle Alpi, della catena pirenaica ed andina. Dalla cima di Pietra Corva, unico punto panoramico unitamente al Pan Perduto, lo sguardo può spaziare su valli, boschi, groppi rocciosi. Importante nella zona la testimonianza antropica: su queste alture sorgevano i castellieri del popolo dei Liguri, adoratori del sole.

Dallo Chalet della Volpe, attraversata la SS 461, si percorre uno stradello a fondo naturale fiancheggiato da campi coltivati, cespugli di rovo e rosa canina, noccioli, roverelle, aceri e piccoli ginepri. Poi... il paesaggio cambia: dapprima boschi di resinose (larici, pini, abeti) successivamente bosco ceduato di latifoglie (carpino, quercia, faggio).

Nota naturalistica    Le conifere
In diverse aree del nostro Appennino l'uomo ha realizzato interventi di rimboschimento trasformando l'ambiente da naturale ad artificiale ed attuando quello che potremmo definire un "inquinamento forestale". Per molto tempo l'opera di forestazione si è ispirata ai modelli alloctoni, alpini in particolare, piuttosto che alla valorizzazione delle essenze vegetali autoctone e proprie dei luoghi.

Se dal lato estetico, il risultato, il più delle volte, è di gran pregio così non si può dire dal lato naturalistico, dove i danni all'habitat sono sempre sensibili. Infatti, oltreché alterare un equilibrio vegetale creatosi in migliaia d’anni d’evoluzione, le piante esotiche causano altri inconvenienti come la variazione del pH del suolo, nel nostro caso gli aghi intrisi di resine hanno aumentato l'acidità contribuendo alla scomparsa di micro fauna ed essenze botaniche. 

Le resinose sono altresì facile esca degli incendi boschivi ed una volte bruciate non hanno la capacità, come le latifoglie, di rigermogliare. Ed ancora, se messe a dimora in ambienti non tipici sono aggrediti da parassiti e malattie; classico esempio delle nostre montagne è l'incontrollata invasione nelle pinete della processionaria. Fortunatamente oggi le direttive di forestazione sono mutate e ci si è spostati verso una preferenza delle specie arboree proprie delle fasce vegetazionali su cui s'interviene.

Osservando attentamente possiamo notare le tante differenze che si presentano tra un bosco di resinose ed un bosco di latifoglie: i folti strati di foglie secche e marcescenti, caratteristici delle superfici boscate a foglia caduca, sono sostituiti da miseri straterelli di aghi, le erbe sono più basse e rade, i rovi crescono più in altezza che in larghezza, alla ricerca della luce del sole che, nel sottobosco delle resinose, è sempre scarsa.

Ma la differenza più appariscente è nelle piante stesse; se chiedessimo cosa è un "sempreverde" sicuramente molti, se non la maggior parte, risponderebbero: "Una conifera". 

Ebbene questo non è vero; "sempreverde" è solo un termine da giardiniere, una parola più descrittiva  che scientifica: significa "pianta che ha le foglie verdi per tutto l'anno"; e quando si incomincia a classificare gli alberi nascono le prime confusioni poiché si scopre che vi sono "sempreverdi" sia tra le conifere che tra le altre piante e viceversa conifere che "sempreverdi" non sono.
Cerchiamo, allora, di fare un po' di luce. 

E' ben vero che molte delle conifere sono dei "sempreverdi", ma alcune, come i larici, non lo sono ed i autunno perdono gli aghi;  tra le latifoglie alcune piante come l'agrifoglio, l'alloro, il rododendro possiedono foglie che restano verdi sino alla morte (non importa in quale stagione) cosicché la pianta non risulta mai spoglia del tutto; altre ancora come l'acero e la quercia se trapiantati in climi tropicali possono diventare "sempreverdi".

Dunque la parola "sempreverde" sta solo ad indicare un comportamento della pianta e non la pianta stessa; i botanici hanno scoperto che il miglior modo per classificare le piante è quello basato sul loro apparato di riproduzione: l'albero si riproduce mediante fiori (Angiosperme) o mediante coni (Gimnosperme) da cui il termine di conifera (dal latino coni-fero = portare).  

I coni possono essere maschili o femminili, in genere entrambi presenti sulla stessa pianta, riconoscibili gli uni dagli altri per la differente conformazione; i coni femminili, che quasi tutti sanno riconoscere, sono le ben note pigne e generalmente appaiono grossi e legnosi; i coni maschili, di regola più piccoli dei femminili, nascono sui rami più bassi ed hanno una vita molto breve, dalla metà avanzata della primavera sino ai primi giorni dell'estate. 

Le conifere sono gli alberi più antichi ed alti del pianeta terra; pensate che il pino aristato può raggiungere la veneranda età di 4.000 anni e che la sequoia oltrepassa i 100 metri d'altezza. La tecnica migliore per distinguere una conifera da un'altra è quella di andare per esclusione; per prima bisogna decidere se un certo albero è una conifera o no. 

Tutte le conifere hanno foglie a forma di ago o scaglia e basta guardare gli aghi per capire se si tratta di abete o pino. Con queste semplici spiegazioni e l'uso di una guida specifica potrete divertirvi ad identificare tutti i vari tipi di conifere presenti nell'area interessata dall'escursione.

Seguendo l'ampio stradello ci si inoltra in boschi ceduati a carpino e quercia per raggiungere il caposaldo dell'itinerario 8247 situato a Quota 1.035 sulla Vialonga n° 1 che porta, in direzione nord-est, al p.so Pan Perduto  e Pietra Corva.

Nota storica  I Liguri
Interessante è salire, dai relativi passi utilizzando brevi itinerari di collegamento, le due cime (Pan Perduto e Pietra Corva) sia per l'ampia panoramica che per interessanti testimonianze storiche legate al popolo dei Liguri.

La cima del Pan Perduto o Panperdue (1.065 m) presenta, ben visibile e scavata nella roccia, una trincea a forma d’ellissi allungata di circa 10x50 metri. Trattasi di un’antica struttura difensiva ai margini della quale dovevano sorgere due cinte con muri a secco o cementati con terriccio ed arbusti. Pur non essendovi dati certi crediamo che quanto rimane sia la testimonianza della presenza di un castelliere o castellaro ligure, anche se tra i meno inportanti. Sicuramente doveva essere collegato ad un insediamento umano sul vicino m.te Groppo dove numerosi sono stati i ritrovamenti di reperti datati sino a 7.000 anni or sono.

La cima di Pietra Corva (1.078 m), presente sulla cartografia con il nome storpiato di Pietra di Corvo, presenta interessanti elementi d’utilizzo da parte dell'uomo: sul pendio sono visibili tracce d’antichi scalini scolpiti nella roccia e molto evidenti risultano tre piazzole erbose a ridosso della cima ottenute anch'esse mediante lo scavo della parete rocciosa. Che la cima dovesse essere un posto d’avvistamento sembra evidente data la posizione che permette di spaziare tutt’intorno senza ostacolo alcuno. Non è da escludere che il luogo avesse anche funzioni religiose, viste le usanze e le credenze dei Liguri, adoratori del dio Sole o dio Pen, ripreso in epoca successiva dai Romani come divinità protettrice delle superfici boscate (il dio Pan).

Da entrambe le cime, ma forse in modo molto più suggestivo da Pietra Corva, l'occhio sorvola una immensa prateria verde non d'erbe bensì di piante, innumerevoli piante, di mille specie, riconoscibili dalle diverse tonalità di colore: il verde tenue dei larici che si tinge d'oro al calar dell'autunno, il cupo verde dei pini e degli abeti che spicca, d'inverno,  tra le nevi, il verde pastello dei faggi che, nel primo autunno, s'incendiano con un fuoco che non brucia la pianta bensì il cuore del pellegrino trasformando, successivamente, ad inverno incipiente, i monti un una distesa di gobbe ramate. E... tra queste onde verdi ecco spuntare qua e là, come isole, le cime dei monoliti rocciosi dei Sassi Neri, del Groppo, della Pietra di Falco, del Pradegna e di tanti altri "sassi" senza nome. Lontane altre cime svettano nel cielo: sono l'Aserej, il Carevolo, il Penice che appare come un colpo d'ala in ascesa e sembra trar profitto dalla sua calma bellezza. Provate a sostare; nessun rumore arriva fin quassù, solo lo stormire delle fronde e, ora lontano, ora vicino, il canto del cuculo; è un'oasi in cui i doni della natura s'apprezzano nel loro giusto valore.

Proseguendo lungo il Percorso Naturalistico "Giovanni Tosi", scendendo dal p.so Pietra Corva raggiungiamo l'omonima fonte dove si abbandona la Vialonga n° 1 per prendere l'itinerario 8110 che porta al Giardino Alpino di Pietra Corva.

Nota naturalistica    L'agrifoglio
Poco prima di fonte Pietra Corva (1.000 m) si attraversa un tratto di bosco in cui allignano numerose piantine d’agrifoglio. L'agrifoglio (Ilex aquifolium) è un piccolo albero alto fino a 10 metri, o più spesso un arbusto, a tronco dritto con corteccia verde in fase giovanile e grigia in età adulta. Le foglie sono persistenti, a margine dentato-spinoso nei rami inferiori e liscio in quelli superiori, sempre di colore verde scuro, lucide superiormente ed opache inferiormente. La pianta ha una larga diffusione e distribuzione in tutta Europa; in Italia è frequente ma sporadico; tollera poco i terreni calcarei e viene coltivato come pianta ornamentale le cui foglie sono utilizzate in riti sacri e cerimonie. Il legno, di colore bianco, è ricercato per la fabbricazione d’attrezzi e per lavorazioni al tornio. I frutti sono delle drupe di colore rosso corallo ed hanno proprietà lassative violente. Per la scarsa presenza sul territorio e per tutelare la specie da inconsulte devastazioni natalizie la Regione Emilia-Romagna lo ha inserito tra le specie protette dalla Legge Regionale n° 2 del 24.01.1977; n’è dunque vietata l'estirpazione e la raccolta anche di parti minimali.

Sulla sinistra incombono le balze dirupanti di Pietra Corva sulle quali trovano rifugio alcune specie di rapaci. In leggera discesa, su ampio stradello in terra e ghiaia, tra un bosco ricco di specie floreali protette si arriva, in 30 minuti scarsi, al Giardino Alpino di Pietra Corva - prestare attenzione al 2° tornante dove si abbandona lo stradello per sentiero, sulla sinistra, chiuso da sbarra - chi, per errore, dovesse proseguire lungo lo stradello, una volta raggiunta la carrozzabile a fondo naturale, proveniente da Grazzi e Praticchia, la segua a sinistra sino al piazzale auto dell'orto botanico.

Nota naturalistica    Il Giardino Alpino di Pietra Corva
Anche se la denominazione stessa ci può orientare a capire cosa è un "giardino alpino", è forse bene dare qualche nozione in più. Trattasi, evidentemente, di un'area in cui sono coltivate piante appartenenti a specie floristiche proprie dell'ambiente montano; ciascun "giardino" si può caratterizzare e specializzare per tipi e zone particolari di vegetazione. In ogni caso, però, per raggiungere il proprio scopo deve affrontare non poche difficoltà: ad ogni pianta occorre fornire una copia, il più rispondente possibile, dell'ambiente naturale d'origine. 

La localizzazione delle piante di qualsivoglia natura è, infatti, legata ad una serie di elementi variabili quali il clima, le caratteristiche del terreno, il suo grado d'acidità, il contenuto di humus, l'esposizione e tanti altri elementi ancora; il fatto che ad ogni specie botanica corrisponda un habitat particolare, al di là di precise osservazioni scientifiche, è osservabile anche empiricamente: se facciamo mente locale non sfugge come ogni specie la si trovi in ambienti del tutto consimili; accanto alle ultime chiazze di neve, ad esempio, troviamo le campanule frangiate delle soldanelle od i crocus, ai margini dei boschi le primule, nei prati umidi il botton d'oro. 

In ogni "giardino" si è dovuto risolvere il problema di ricreare i molti tipi d'ambiente necessari per le varie specie floreali e con tali problemi ha dovuto fare i conti anche il nostro Giardino Alpino di Pietra Corva che, seppur facilitato da un microclima molto adatto alle piante d'alta quota e da un pH del terreno pressoché neutro, ha subito numerosi interventi d’adattamento.

Con apporti di rocce dall'esterno sono stati ricostruiti i due ambienti di base del suolo: quello calcareo e quello siliceo ed oggi in questo piccolo spazio tra i boschi esistono suoli a tenori di calcio ed acidità molto diversi tra loro;   inoltre,   creando   terrazze   e  zone a   diverso regime idrico si è ancor più differenziata  la prima suddivisione.  Al visitatore comunque nulla appare artificiale od artificioso anzi.... 

Parlando di questo gioiello botanico necessariamente occorre parlare di chi l'ha intimamente sentito e voluto; il Giardino Alpino di Pietra Corva è sorto per la passione e le capacità di un solo uomo: il dottor Antonio Ridella, veterinario di Zavattarello. Egli  propose, nel dopoguerra, al comandante della Stazione del Corpo Forestale dello Stato di Pavia la sua iniziativa e con immensa gioia ottenne l'appoggio e soprattutto l'area per il costituendo giardino. 

I lavori ebbero inizio nel 1967 ed il materiale necessario venne raccolto dall'ideatore con viaggi in ogni plaga montuosa del territorio nazionale; francamente non si stette a "guardare per il sottile"; bastava riempire; all'affinamento delle tecniche ci si sarebbe pensato dopo. 

Passati alcuni anni s’incominciò a vedere che la "poesia" del Dott. Ridella poteva essere toccata con mano e la fama del giardino si allargava tra neofiti e "professori", aumentavano i visitatori e di pari passo la voglia di fare dell'ideatore che non pago della flora italiana si mise in viaggio per raggiungere i paesi d'oltralpe ed addirittura quelli di altri continenti. 

Oggi, con oltre 40 anni di vita, il Giardino Alpino di Pietra Corva è tra i più ricchi e completi d'Italia e gli Enti Pubblici che a suo tempo sostennero l'iniziativa, si sono costituiti in Consorzio di Gestione al fine di garantire continuità a questo sogno diventato realtà grazie all’appassionata gestione sul campo degli scomparsi Dott. Ridella  e del suo allievo Cesare Soffritti  che, come il maestro, ha vissuto facendola propria questa realtà unica ed univoca dell'Appennino locale.

Terminata la visita, dopo una doverosa sosta al punto di ristoro per gustare i piatti tipici della valle od almeno i vini della zona, riprendiamo il nostro percorso che utilizza ora l'itinerario 8112 per riportarci sulla displuviale tra Tidone e Trebbia a Quota 1.037, nei pressi della cima Sassi Neri.

Nella conca sotto di noi, a destra, confluiscono i vari rivi che, unendosi in prossimità dell'abitato di Canédo, danno vita al torrente Tidone che da qui raggiunge il fiume Po con una cinquantina di kilometri di corso. In fondo alla valle, su un costone oltre il torrente, spicca evidente il borgo di Romagnese dominato dalla solida mole del castello.

Nota storica Romagnese
Romagnese è un paese antichissimo; secondo una tradizione locale sarebbe stato fondato contingenti di soldati romani dispersi dopo la battaglia del Trebbia contro Annibale. Di là dall’interpretazione del toponimo, che deriverebbe da "castrum romaniese", non esistono però prove concrete a documentazione di quest’ipotesi che, almeno per ora, mantiene solo i connotati della leggenda. Romagnese, tuttavia, è realmente un paese antico e ricco di storia: le prime notizie certe si collegano ai possedimenti del monastero di San Colombano, attorno all'inizio del VII secolo. Il luogo non fu forse estraneo al santo stesso, che dovrebbe esservi passato nel suo trasferimento da Pavia a Bobbio. E' però dopo il mille che è meglio documentata l'esistenza del borgo che fu oggetto, successivamente, di contese tra il monastero di San Colombano ed il vescovo di Bobbio e, poi, tra questo ed il comune di Piacenza. Romagnese passò, alla fine del '300, ai Dal Verme che, salvo brevi periodi, lo tennero fino al '700.

Per la quasi totalità del tratto il sentiero 8112 attraversa superfici boscate a quercia e faggio; al suo termine, sull'itinerario 8201, Vialonga n° 1, entra in una zona di raro interesse botanico per l'estrema varietà di specie arboree che spaziano dalle conifere  alle caducifoglie di ogni tipo e genere. La Vialonga n° 1 deve essere seguita in direzione sud-ovest; si oltrepassa la località prativo-cespugliata denominata Madonnina ove la F.I.E. unitamente agli Scout di Piacenza ha posto una croce lignea raffigurante la Madonna ed il Bambino, per raggiungere il p.so Sassi Neri ove, abbandonata la Vialonga n° 1, ci s’inserisce sull'itinerario 8249 che, con rapida discesa in pineta, porta al punto di partenza, lo Chalet della Volpe. 

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Vagabondi in Appennino

" Sin da ragazzo ho imparato ad amare le Terre Alte piacentine; su di esse ho fatto le mie prime esperienze escursionistiche che negli anni mi hanno portato a diventare istruttore escursionistico ed accompagnatore di Montagna. In qualità di responsabile Regionale Emilia Romagna della Federazione italiana escursionismo collaboro con enti pubblici, istituzioni scolastiche per promuovere l'andar per monti. Voi che leggerete queste pagine troverete in me non un docente ma, come amo definirmi, un ""Old Timer"", una persona che racconterà dei propri vissuti e vi proporrà di condividerli attraverso nuove esperienze "

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